Artemisia racconta il Forteto, e la sua esperienza con le vittime

Redazione OK!Mugello

La relazione

Artemisia racconta il Forteto, e la sua esperienza con le vittime

Artemisia racconta il Forteto, e la sua esperienza con le vittime
12/04/2019

Su OK!Mugello il documento riflessione inviato da Artemisia al Ministro della Giustizia e al Commissario de Il Forteto:

Il Progetto “Oltre. Percorsi verso l’autonomia”, promosso e finanziato dalla Regione
Toscana, ci ha permesso di incontrare negli ultimi tre anni alcuni degli oltre 80 bambini che sono
stati collocati, e poi abbandonati, a Il Forteto dal Tribunale per i Minorenni o dai Servizi Sociali.
Come gruppo di lavoro che accompagna ancora oggi alcuni dei sopravvissuti a questa vicenda
in percorsi di ricostruzione della propria vita, del proprio benessere, della propria identità, riteniamo di dover provare a rappresentare la grande complessità incontrata in questi anni, pur consapevoli che la nostra – naturalmente – non può configurarsi come una visione completa ed esaustiva della realtà.
I movimenti importanti a cui stiamo assistendo intorno alla vicenda Forteto, ultimo in ordine di
tempo la visita a Il Forteto del Ministro della Giustizia, pongono di fronte alla sfida e al dovere di
non perdere la preziosa opportunità di raggiungere alcuni obiettivi fondamentali:
1. dare concretezza ad un serio percorso di assunzione di responsabilità istituzionale e
professionale rispetto all’evolversi della vicenda, alle inadempienze che la resero possibile,
alle manipolazioni che la alimentarono;
2. rendere effettivo il diritto alla riparazione degli effetti traumatici, esiti di una costellazione
gravissima di violenze;
3. intervenire affinché vi sia un pieno riconoscimento di diritti specifici ai sopravvissuti a
maltrattamento istituzionale, dal punto di vista sociale ed economico;
4. assumere la vicenda de Il Forteto come esempio paradigmatico da non ripetere e da cui far
discendere azioni efficaci per dare piena attuazione alle norme vigenti, a tutela dei bambini e
delle bambine che ancora oggi è necessario allontanare dalla loro famiglia di origine allo
scopo di proteggerli.

Siamo consapevoli di quanto possa essere difficile dare risposte capaci di cogliere la vicenda de II
Forteto nella sua globalità. Per farlo, pensiamo che occorra in primo luogo provare a mettere a
fuoco qual è il quadro dei sopravvissuti, pur sapendo che parlare di queste persone nel loro
complesso, senza soffermarsi sui singoli, è una forzatura grande, tante e tali sono le variabili con cui
si articolano le singole storie.
Tra le tante differenze, vi è quella generazionale. Al Forteto abbiamo:
1. coloro che scelsero di aderire al nascente progetto comunitario, rimanendovi per un tempo
variabile;
2. una prima generazione di bambini collocati e pochissimi nati all’interno della Comunità, che
sono cresciuti al suo interno;
3. una seconda generazione di bambini collocati e pochissimi nati dentro.
In ogni generazione, troviamo alcuni disabili.
Nessuno è stato immune da esperienze di vittimizzazione; ci troviamo di fronte ad un
sistema perverso, una vera e propria Setta, che aveva tra i suoi obiettivi primari l’eversione
intenzionale di ogni legame di attaccamento, di ogni relazione di fiducia; ciascuno aveva una vita,
un’identità, una collocazione “sociale”, familiare e lavorativa, soltanto all’interno del Forteto.
Praticamente tutti erano asserviti all’attività produttiva della Cooperativa, contribuendo a costruire un impero economico con il loro lavoro continuo, estenuante, non retribuito.
Nel momento in cui lo Stato dichiara la volontà di attuare misure di riparazione e di
riconoscimento dei diritti specifici dei sopravvissuti, queste differenze diventano centrali nella loro
declinazione.
Infatti nei confronti dei bambini che sono stati affidati a coppie funzionali all’interno de Il
Forteto, che vi sono nati, o nei confronti dei disabili che vi hanno vissuto, il sistema dei servizi e
delle istituzioni, lo Stato, ha enormi responsabilità. Essi oltre ad essere vittime di un gruppo
organizzato in setta sono da considerarsi anche vittime di maltrattamento istituzionale, vittime di
Stato.
Nei loro confronti anche tutti gli adulti che vivevano al Forteto, pur intrappolati nelle maglie
perverse del sistema setta e prigionieri di gravissime forme di manipolazione mentale, hanno quanto meno una responsabilità generazionale, declinata e articolata in responsabilità individuali per i diversi comportamenti agiti. Questa è anche una delle più grandi complessità a cui questa vicenda ci pone di fronte: chi compone in particolare la generazione dei soci fondatori ha inevitabilmente aderito al sistema, alle sue regole, al suo funzionamento maltrattante e abusante. Lo ha alimentato, ne é stato parte, perché così funzionano le sette. Allo stesso modo dobbiamo ricordare che il sistema/setta, negli anni, ha trovato nuove leve anche tra i bambini affidati ormai cresciuti e tra persone che vi hanno aderito spontaneamente in età adulta, decidendo di sposare l’idea comunitaria e rimanendo prigionieri delle medesime forme gravissime di condizionamento e controllo.

Nel nostro lavoro di ricostruzione dei percorsi di vita e del benessere personale di queste
persone, l’unica linea di demarcazione che per noi ha un senso è quella tra coloro che ad un certo
punto hanno riconosciuto i meccanismi di manipolazione e hanno scelto con sofferenza di mettere
in discussione l’adesione alla Setta, iniziando anche a confrontarsi con le responsabilità personali, e tra chi non l’ha fatto e continua a non farlo.
D’altra parte per costruire una narrazione comune della vicenda che non si sottragga alla
complessità e consenta di dare risposte chiare, coerenti e trasparenti, dobbiamo riconoscere che il
Forteto è stato molte cose:
– è stato un luogo in cui lo Stato ha abbandonato decine e decine di bambini e bambine, tra
affidati e nati al suo interno, e molti disabili.
– è stato una Setta che si reggeva su tecniche manipolatorie e violente, volte a coartare le
persone – adulti e bambini – e ad unificarne il pensiero.
– è stato una Cooperativa, un luogo di sfruttamento dei lavoratori, in spregio dei loro più
elementari diritti
Dal riconoscimento delle responsabilità della Cooperativa (già ampiamente illustrate nelle
sentenze) devono arrivare i risarcimenti che sono stati o saranno stabiliti all’interno dei
procedimenti penali, civili, del lavoro.
Tuttavia riteniamo che sia anche dallo Stato, in virtù della sua responsabilità nel collocamento e
nel successivo mancato monitoraggio, che devono arrivare in modo terzo e trasparente risarcimenti e forme di compensazione extragiudiziarie per tutti gli ex bambini e bambine, e per i disabili in quanto soggetti deboli. Misure ulteriori che non possono essere subordinate e vincolate alle disponibilità economiche della Cooperativa, e alla condivisibile e legittima volontà di salvaguardare quella realtà produttiva.
Oggi, muoversi all’interno di questo quadro richiede un’attenzione e una cautela ulteriori dovute
al fatto che i sopravvissuti a Il Forteto non hanno una rappresentanza unica. L’Associazione Vittime de Il Forteto, soggetto sostenitore e importante interlocutore del Progetto Oltre e nostra partner nel progetto europeo Sasca, com’è noto, raccoglie attorno a sé l’adesione non della totalità, ma di una parte dei sopravvissuti. Esistono molti altri che non vi aderiscono, o che non desiderano esporsi pubblicamente. Ci sono stati, ci sono e potranno esserci in futuro contrapposizioni e conflitti anche aspri che rappresentano gli esiti di oltre quarant’anni di manipolazioni strumentalmente rivolte ad alimentare lo scontro e la divisione, ad impedire il nascere e il consolidarsi di relazioni basate sulla vicinanza, la fiducia, la comprensione reciproca.
A partire da questa necessaria constatazione, invitiamo pertanto il Commissario Marzetti a
tenere conto delle differenze esistenti e ad interloquire con tutti e tutte.

Auspichiamo la stessa attenzione in ogni iniziativa che lo Stato porrà in essere a riparazione e
risarcimento degli ex bambini e bambine collocati a Il Forteto.
Restiamo a disposizione per eventuali incontri per rappresentare il nostro punto di vista basato
sul nostro lavoro a fianco dei sopravvissuti.
Associazione Artemisia Onlus

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