Lettere dei Lettori

Lettere in Redazione. Pensioni di scorta, la riforma è servita. Più libertà di scelta, ma occhio ai costi nascosti

C’è poi il capitolo della portabilità, che rappresenta una vera e propria rivoluzione liberale per il settore. Immaginate di voler...

Parliamoci chiaro: quando si tocca l’argomento della previdenza complementare in Italia, lo sbadiglio è spesso dietro l’angolo. Eppure le novità introdotte dalla Legge di Bilancio meritano un’attenzione diversa, perché stavolta lo Stato ha deciso di fare sul serio, ridisegnando le regole del gioco per le nostre future pensioni di scorta.

L’obiettivo della manovra è fin troppo evidente: spingere, anzi quasi strattonare, i cittadini verso il secondo pilastro previdenziale, per mettere una toppa a quello che si preannuncia come il progressivo sgonfiamento della previdenza pubblica. Le nuove regole entreranno ufficialmente in vigore il prossimo 31 ottobre, lasciando alle spalle i rinvii dei mesi scorsi, e portano con sé un pacchetto di cambiamenti che, come sempre, mostra due facce della stessa medaglia.

La novità più d’impatto, quella che stringe i tempi in modo quasi aggressivo, riguarda chi si affaccia oggi per la prima volta sul mercato del lavoro. Dal primo luglio, chi viene assunto non avrà più i canonici sei mesi di tempo per decidere se tenere il TFR in azienda o destinarlo a un fondo pensione. I mesi diventano appena due: sessanta giorni, passati i quali scatterà il meccanismo del silenzio-assenso. Chi non si esprime viene iscritto d’ufficio.

C’è però un risvolto positivo non da poco in questo automatismo, perché l’iscrizione “silente” farà scattare immediatamente anche il contributo economico a carico del datore di lavoro, un diritto che prima non era così automatico. Certo, restano i sessanta giorni per dire esplicitamente di no, ma è evidente che la clessidra corre molto più velocemente, obbligando un ragazzo al primo impiego a prendere una decisione finanziaria complessa in tempi record.

Sul fronte dei numeri e delle tasse, il legislatore ha provato a rendere il piatto più ricco alzando il tetto massimo della deducibilità fiscale, che passa dai vecchi cinquemila e spiccioli a 5.300 euro all’anno, con un meccanismo di recupero piuttosto generoso per i vent’anni successivi dedicato a chi nei primi tempi non è riuscito a sfruttare appieno il bonus. Se guardiamo l’altra faccia della medaglia, però, l’aumento della soglia base è davvero minimo, poco più di cento euro all’anno, e finisce per favorire soprattutto chi ha già stipendi medio-alti e può permettersi di accantonare cifre importanti ogni mese, lasciando quasi invariato il beneficio per i redditi più bassi.

Le buone notizie arrivano invece per chi guarda al traguardo finale, ovvero al momento di riscuotere i soldi accumulati. Quando si andrà in pensione, si potrà chiedere fino al 60% del tesoretto sotto forma di capitale cash immediato, superando il vecchio limite della metà del montante. In più, debuttano formule di uscita più elastiche, come le rendite a durata definita calibrate sulle aspettative di vita dell’ISTAT, che godranno di una tassazione agevolata molto bassa, tra il 9% e il 15%.

Attenzione però alle scelte affrettate: chi preferirà un prelievo frazionato nel tempo andrà incontro a una stretta fiscale specifica, con ritenute d’imposta che possono toccare il 20%.

C’è poi il capitolo della portabilità, che rappresenta una vera e propria rivoluzione liberale per il settore. Immaginate di voler spostare la vostra posizione dal fondo di categoria a un fondo aperto o a una polizza individuale perché vi convince di più la gestione. Fino ad oggi si rischiava di perdere il contributo del proprio datore di lavoro, che restava vincolato ai contratti collettivi. Ora non più: l’azienda sarà obbligata a versare la sua quota ovunque decidiate di andare.

Una libertà di scelta straordinaria, che nasconde però un’insidia: senza una guida attenta, il lavoratore rischia di farsi sedurre da offerte commerciali aggressive e di traslocare verso fondi privati con costi di gestione molto più alti rispetto a quelli negoziali, finendo per mangiarsi i rendimenti sul lungo periodo.

Ma alla fine, per il lavoratore comune, cosa cambia davvero in tasca?

Se siete al primo impiego, non c’è tempo da perdere: dal primo luglio avete solo due mesi per scegliere dove mettere il TFR, altrimenti il fondo pensione scatta in automatico insieme al contributo del vostro capo. Se invece state già lavorando e cambiate azienda, dovrete semplicemente compilare una nuova autodichiarazione sulle vostre scelte passate. Per tutti quelli che un fondo ce l’hanno già, da fine ottobre si apre la possibilità di cambiare gestione liberamente senza perdere i soldi del datore di lavoro, con il vantaggio di poter mettere da parte qualche euro in più all’anno scalando le tasse.

N.B. Lo Stato ci incoraggia a costruire la pensione “del domani”. Il problema è che, a forza di spostare l’età pensionabile, quel “domani” rischia di coincidere con l’era della colonizzazione di Marte. Nel dubbio, meglio iniziare a risparmiare.

Marco Monetini

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