Il 25 ottobre 2026 si è chiuso l’ultimo dei quattro weekend della Sagra delle Castagne e del Marron Buono di Marradi, giunta quest’anno alla sua 63ª edizione. Le bancarelle nel centro storico si smontano, i visitatori tornano a casa con i sacchetti di marroni ancora caldi, e Marradi ritrova il suo silenzio autunnale. Ma per chi lavora la terra e trasforma il prodotto nei laboratori dell’Alto Mugello, la sagra castagne Marradi è soltanto la vetrina di qualcosa che continua ben oltre l’ultima domenica di ottobre.
Quattro domeniche di ottobre, un anno intero di lavoro
La sagra occupa quattro domeniche — quest’anno il 4, 11, 18 e 25 ottobre — e richiama ogni volta migliaia di visitatori nel centro storico di Marradi. Si cammina tra i portici, si mangia castagnaccio, si assaggiano i tortelli ripieni di marroni, si compra la torta di marroni nei forni del paese. È una festa autentica, non una ricostruzione folkloristica: il prodotto che si trova sulle bancarelle viene dai boschi che circondano il paese, non da magazzini anonimi.
Eppure ridurre il Marron Buono di Marradi a quattro domeniche di ottobre sarebbe un errore di prospettiva. La sagra è il momento in cui l’economia locale si rende visibile al grande pubblico. Il ciclo vero — quello che tiene in piedi un’intera filiera agricola — comincia molto prima e finisce molto dopo.
Nei castagneti dopo la festa: la raccolta continua
Quando le bancarelle vengono smontate, nei boschi intorno a Marradi il lavoro è ancora nel pieno. La raccolta delle castagne IGP segue i tempi della natura, non quelli del calendario della sagra. Ottobre è il mese centrale, ma le operazioni di raccolta si prolungano spesso fino alle prime settimane di novembre, dipendendo dall’andamento stagionale, dall’altitudine dei singoli castagneti e dalle varietà coltivate.
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I castagneti dell’Alto Mugello richiedono cura costante: la pulizia del sottobosco, la potatura, la gestione del terreno sono attività che si distribuiscono lungo tutto l’anno. Chi lavora questi boschi sa che un buon marrone non nasce per caso. Nasce da una gestione attenta del bosco, da una raccolta fatta al momento giusto, da una selezione rigorosa del prodotto prima che arrivi al consumatore.
Dalla raccolta alla trasformazione: il marrone diventa prodotto
Dopo la raccolta, il marrone di Marradi segue percorsi diversi. Una parte viene venduta fresca, sul mercato locale e su quello nazionale. Un’altra parte entra nei laboratori artigianali e nelle piccole aziende del territorio, dove viene trasformata in prodotti conservati: marroni al naturale, marroni sotto sciroppo, confetture, farine, creme. Sono questi prodotti a tenere vivo il nome di Marradi nei mesi in cui la sagra è solo un ricordo.
La farina di castagne, in particolare, ha una storia lunga in questo territorio. Per secoli è stata una risorsa alimentare fondamentale per le popolazioni dell’Appennino. Oggi è un ingrediente ricercato da ristoratori e appassionati di cucina tradizionale, e la sua produzione richiede tempi e attenzioni che non si improvvisano. Le castagne devono essere essiccate lentamente, poi macinate con metodi che preservino il sapore. È un processo artigianale che si svolge lontano dai riflettori della sagra.
Il marchio IGP e il valore del territorio
Il Marrone di Marradi IGP è un riconoscimento europeo che tutela sia il prodotto sia il territorio di origine. Non tutti i marroni che si trovano in giro possono fregiarsi di quel marchio: devono provenire da una zona geografica precisa, rispettare disciplinari di produzione specifici, superare controlli di qualità. Questo sistema di tutela protegge i produttori locali dalla concorrenza sleale e garantisce al consumatore che quello che compra è davvero il prodotto di quei boschi, di quella terra, di quel clima appenninico.
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Per saperne di più sul sistema delle indicazioni geografiche protette italiane legate ai prodotti agricoli, esistono risorse ufficiali che documentano i disciplinari e i territori coinvolti.
La sagra castagne Marradi contribuisce ogni anno a tenere alta la visibilità del marchio, portando in paese visitatori che spesso tornano poi ad acquistare il prodotto durante l’anno, attraverso i canali diretti delle aziende locali o nei negozi specializzati.
Cosa resta quando i turisti se ne vanno
Marradi è un comune piccolo, nell’Alto Mugello, lontano dalle grandi arterie di traffico. La sua economia è fragile come quella di molti borghi appenninici, e la castagna rappresenta uno dei pochi settori in cui il territorio ha ancora un vantaggio competitivo reale: un prodotto riconosciuto, una tradizione viva, una comunità che conosce il mestiere.
Quando la sagra finisce, restano le famiglie che gestiscono i castagneti di generazione in generazione. Restano i laboratori che lavorano il prodotto. Restano i negozi del paese che tengono aperto tutto l’anno, non solo le quattro domeniche di ottobre. E resta una domanda che chi ama questo territorio si pone ogni anno: come fare in modo che la visibilità della sagra si traduca in un sostegno concreto all’economia locale per il resto dei dodici mesi?
Non è una domanda retorica. È la sfida vera che Marradi — come molti borghi dell’Appennino toscano — affronta ogni anno quando smonta le bancarelle e torna alla sua quotidianità silenziosa. La 63ª edizione della sagra castagne Marradi si è chiusa, ma il marrone buono è ancora lì, nei boschi, nei laboratori, sugli scaffali. Chi vuole trovarlo sa dove cercarlo.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.










