Il convegno a Borgo San Lorenzo su “Mugello, mobilità e partecipazione“, dove si è parlato di un sistema integrato di trasporto, in cui la stazione ferroviaria è al centro della scena, ci ha fatto venire in mente quella che è la situazione del trasporto pubblico in Italia: diciamolo, è un capolavoro di ingegneria filosofica, ovvero un’opera d’arte d’avanguardia basata sul concetto del caos, dove il treno e il pullman non sono due mezzi di trasporto, ma due rette parallele destinate a non incontrarsi mai.
Prendiamo il concetto di “coincidenza”: tu arrivi in stazione con il tuo treno regionale, puntualmente in ritardo e, nel preciso istante in cui il vagone si arresta e tu ti lanci in una corsa disperata degna di un centometrista olimpico, vedi oltre il vetro della stazione la sagoma del pullman che chiude le porte e parte, lasciando dietro di sé solo una nuvola di gas di scarico e la puzza della beffa.
In Italia non c’è comunicazione tra treno e autobus, neppure tra aereo e navetta che ti porta in centro città. I vari sistemi di trasporto, tra loro, non si parlano, come una coppia che vive da separati in casa.
L’integrazione tra le varie opzioni di viaggio è una leggenda metropolitana, un mito tramandato dagli assessori alla mobilità durante le varie giunte, ma che nella realtà si traduce in un totale isolamento interculturale tra categorie. I ferrovieri ignorano l’esistenza della gomma, gli autisti di linea considerano le rotaie un fastidioso intralcio urbanistico e in mezzo ci sei tu, il cittadino multimodale, che per fare trenta chilometri deve munirsi di tre biglietti diversi, due app che non funzionano mai nello stesso momento e una buona dose di spiritualità per non cedere alla blasfemia.









