Può il malcontento minimizzare la violenza? Chi sono i facinorosi, e qual è il loro scopo? Una riflessione urgente e divisiva. Le immagini di cortei pacifici e devastazione che ci giungono in questi giorni dalle città del nord Italia a seguito delle manifestazioni studentesche contro il carovita, gestione scolastica deplorevole e politiche distanti dalle richieste dei cittadini, sono a dir poco impressionanti, e riflettono la società giovane di oggi.
Il disagio economico delle nuove generazioni e il peso dell’inflazione
La società giovane di ventenni e trentenni che si è venuta a formare negli ultimi dieci/quindici anni ha vissuto, e vive tuttora, in un periodo più complicato rispetto alle generazioni precedenti. Se da una parte i giovani di oggi hanno la fortuna di poter accedere gratuitamente – o quasi – a una tecnologia avanzatissima e inesistente fino a neanche due decenni fa, da quell’altra devono sopportare il fatto di essere poveri pur avendo un lavoro. Diminuiscono sempre più coloro che riescono a andare via dalla casa in cui sono nati: il costo per l’affitto o per un mutuo, soprattutto nelle grandi città, è diventato insostenibile, considerando anche gli stipendi da fame e i prezzi dei beni di prima necessità come i generi alimentari, che secondo i dati Istat sono aumentati del 63% tra il 2000 e il 2025.
Secondo i dati dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) e dell’ UPB (Ufficio Parlamentare di Bilancio) dal 1990 gli stipendi degli italiani che lavorano a tempo pieno sono diminuiti tra l’1,6% e l’1,8%, mentre quelli di francesi e tedeschi sono cresciuti rispettivamente del 33,4% e del 32,9%.
Le contestazioni sulla scuola, le spese militari e il decreto sull’integrazione
I ragazzi lamentano scuole fatiscenti e carenti, e risorse che potrebbero migliorare le loro condizioni vengono destinate alle spese militari. Il governo Meloni ha infatti stanziato tredici miliardi per il riarmo. E poi abbiamo il contestato decreto-scuola, che secondo gli studenti andrebbe a discriminare gli alunni stranieri non italofoni, limitando – a partire dall’anno scolastico 2027/2028 – la loro presenza nelle classi a un tetto massimo del 30%. Le aule che supereranno tale percentuale assisteranno al trasferimento degli alunni in altri istituti. Il suddetto decreto-legge obbliga i genitori dei figli stranieri che hanno difficoltà con la lingua a frequentare corsi di italiano, pena una sanzione che va dai 200 ai 1000 euro, e vieta di indossare burqa e niqab nelle scuole; due misure, queste, viste come discriminatorie e razziste.

Manifestazione contro il carovita
Dai cortei pacifici ai devastamenti urbani: chi c’è dietro i disordini
Oltre ai cortei pacifici si sono verificati disordini importanti. In base ai dati forniti dalle forze dell’ordine su fermi, arresti e denunce, la maggioranza dei facinorosi che hanno saccheggiato esercizi commerciali e fronteggiato le forze dell’ordine sono italiani di seconda generazione. A giudicare dal loro operato illegale da condannare senza mezzi termini, possiamo concludere che non erano interessati alle istanze dei cortei. L’immagine dei manifestanti pacifici, perdipiù studenti, professori e personale ATA, è stata sporcata dalle azioni vergongose di questi gruppetti di teppisti che nella sola Milano hanno causato danni per oltre un milione di euro e ferito più di cento uomini in divisa.
Il parallelo storico delle rivolte e i limiti del confronto politico
Qualcuno potrebbe dire che con le buone non si ottiene mai niente, ed è innegabile che la storia sia piena di rivolte violente che hanno portato a un miglioramento della società. Ma per capirla davvero, la storia va analizzata caso per caso. Non si può – come molti fanno – mettere tutto dentro un calderone e sperare che esca una pietanza gustosa. Sarebbe azzardato paragonare la guerriglia di Milano dei giorni scorsi con il Tumulto dei Ciompi o la Rivoluzione Francese soltanto perché è stato fatto uso di violenza. Sono i singoli componenti di una protesta, con la loro parole e le loro azioni, a spiegare i motivi che l’hanno vista nascere, e i saccheggi di capi d’abbigliamento e alcolici hanno ben poco di rivoluzionario. Bisogna però tenere sempre a mente che a fatti appena avvenuti, come quelli che stiamo vivendo adesso, la storia non è ancora tale. Per adesso dobbiamo accontentarci di dare giudizi in base ai nostri valori e alle notizie che giungono, ma saranno gli eventi stessi, a tempo debito, a fornirci le delucidazioni necessarie che in futuro potrebbero farci cambiare idea, e farci dire: “Quelle guerriglie nelle città italiane erano necessarie a un futuro migliore.” È molto, molto improbabile visto ciò che è avvenuto, ma bisogna essere consapevoli che potrebbe accadere.

Scontri a Milano (fonte: Skytg24)
Violenza fine a se stessa: la spaccatura sociale e i problemi di integrazione
Non ci resta insomma che parlare al presente basandoci sui nostri valori di cittadini onesti. Le scene di guerriglia urbana, con saccheggi in famose catene di abbigliamento, supermercati e esercizi commerciali come la gelateria nella Galleria Vittorio Emanuele II a Milano, alla quale è stata rubata – come si vede in un video – una vasca di gelato, sembrano fine a se stesse. È violenza e illegalità allo stato puro, attuata per puro piacere, e non per reale protesta nei confronti del governo. Come spesso apprendiamo dai giornali e dai talk show che si occupano dei fenomeni legati agli stranieri e ai giovani di seconda generazione, una buona parte di loro non ha alcuna intenzione di integrarsi nella società italiana. Molti sono musulmani che affermano di detestare le nostre usanze e i nostri costumi – salvo poi indossare capi griffati dalla testa ai piedi – e, in virtù di questo, si sentono quasi legittimati a delinquere. Coloro che hanno devastato il centro di Milano sono gli stessi che a capodanno 2022, in piazza Duomo a Milano, hanno abusato sessualmente di giovani ragazze, fanno uso di coltelli e in branco scatenano risse senza motivo. La cronaca è piena di fattacci del genere, e i cittadini sono esasperati. Piccola parentesi: in Italia la destra vince e la sinistra perde non perché la prima utilizza un linguaggio popolano, ma perché, rispetto alla seconda, ha la capacità di basare la propria campagna elettorale sulle richieste che legano tutte le classi sociali, e una di queste è proprio la rabbia nei confronti degli stranieri che vivono di illegalità.
I dati sulla criminalità e il ruolo dei social nella mobilitazione teppistica
Secondo i dati del Sole 24 ORE, il 34,7% delle persone denunciate o arrestate è di nazionalità straniera, e la percentuale di popolazione straniera in Italia si attesta al 9%. Se è vero che l’Italia deve fare di tutto per cercare di integrare gli stranieri, è anche vero che dall’altra parte ci deve essere la volontà di volerlo, e a volte non è così. Il nostro paese è abitato da milioni di cittadini stranieri onesti, ma non possiamo nascondere la testa sotto la sabbia e fare finta che non esista un problema grave con una quantità non indifferente di loro. È attraverso i social network che i teppisti – tra i quali tanti minorenni – si sono dati appuntamento per mettere a ferro e fuoco le città, e le indagini dimostrano che nessuno di loro faceva riferimento ai motivi che hanno portato tanti giovani a manifestare. Hanno distrutto e saccheggiato per il solo gusto di farlo.
Contesti difficili, modelli d’attrito e la trappola del successo facile
Fa riflettere il fatto che alcuni non avessero il volto coperto, segno che o non sono consapevoli delle conseguenze penali a cui andranno incontro, o non ne hanno alcun timore. Qualunque sia il motivo, è gravissimo; significa che non hanno idea di come funzioni una società civile, o peggio, credono di potersene fare beffa. C’è da dire – non a loro discapito, sia chiaro – che la maggioranza di loro vive in contesti difficili, con alle spalle famiglie povere, e con certe premesse le prospettive di un futuro roseo sono minori rispetto a chi è nato in famiglie agiate. Oggi i modelli aspirazionali sono celebrità che hanno ottenuto il successo tramite la musica o lo sport che mettono in bella vista la propria ricchezza. La fatica di un lavoro umile, magari in fabbrica o in un ristorante, è evitata da chi rincorre quello stile di vita. Coloro che riescono a sfondare con la musica e l’arte in generale sono una rarità, e scontrarsi con la realtà di doversi accontentare di un lavoro qualsiasi può essere doloroso, ma non sarà mai una scusante per distruggere negozi o scagliarsi contro la polizia.

Il mito della giustificazione e il caso emblematico di Baby Gang
Alcuni tendono a minimizzare, o a vederli come ovvi e inevitabili in un mondo sbagliato, i comportamenti scorretti e illegali di individui che hanno avuto un passato difficile – sui social network si leggono post di persone che scrivono quanto sia vergognoso il fatto che per “due vetrine spaccate” si mettano in ombra le ragioni che hanno portato centinaia di migliaia di studenti a manifestare, o che è colpa della società sbagliata in cui viviamo una reazione così violenta – e quando a farlo sono celebrità che con la loro arte si rivolgono soprattutto ai giovani, potrebbero far passare messaggi fuorvianti quali: “In questa società sbagliata è legittimo delinquere.” Un esempio su tutti: quando qualche tempo fa il trapper Baby Gang, che è tuttora in carcere, è finito dietro le sbarre per svariati reati – tra i quali una sparatoria, possesso illegale di arma da fuoco, maltrattamenti alla fidanzata – buona parte della scena Hip Hop italiana ha manifestato vicinanza all’artista attraverso lo slogan Free Baby Gang. Le indagini del gip di Lecco nel 2026 hanno concluso che Baby Gang – ragazzo di seconda generazione nato e cresciuto in un ambiente complicato – è inserito in una vasta rete criminale, con il quale si è recato in Iraq per imparare a utilizzare il bazooka e altre armi da guerra. La difesa sostiene invece che si sia recato nel paese mediorientale per girare un videoclip musicale. Resta il fatto che, in base ai procedimenti giudiziari, è un delinquente.
La responsabilità individuale di fronte alla scelta della legalità
L’esempio di Baby Gang è esemplificativo per far capire quanto sia diffusa l’idea che chi vive in contesti difficili debba essere, più che punito, compreso e aiutato. Addirittura, come sostiene lo slogan Free Baby Gang, graziato. Tralasciando il fatto che non tutti i casi sono uguali – c’è chi ruba cibo perché ha fame, e chi orologi per vanità; chi si difende con la violenza perché calpestato e chi usa la violenza per far prevalere la propria idea – non si può considerare un delinquente una mera conseguenza di una situazione ingiusta. Sarebbe come guardare a Hitler come a un mero prodotto della grave crisi economica della Germania dopo la Prima guerra mondiale e a un terrorista dell’Isis come unico frutto della propaganda jidaista. La delinquenza, così come l’onestà, è prima di tutto una scelta personale dettata dalla coscienza di ognuno.
L’illusione della rivoluzione e l’inseguimento dello status quo
Le vetrine spaccate dei negozi di abbigliamento non sono il simbolo della rivoluzione dal basso per porre fine alla troppa disparità economica tra ricchi e poveri. Se così fosse, i vestiti dovevano essere dati alle fiamme. Quelle vetrine rappresentano l’emblema dello status quo. A quei giovani non interessa una società più egualitaria, ma il voler sbarcare a tutti i costi nel settore dei benestanti. Le loro azioni sono guidate da un ego solitario e bramoso di ricchezza, e non da un piano comune che si batte per il bene di tutti.








