L’obiettivo è tutelare il bambino da nomi offensivi, ridicoli, dannosi o capaci di creare confusione. Una regola che molte famiglie scoprono solo davanti all’ufficiale di stato civile: la libertà c’è, ma non arriva fino al punto di imporre al figlio un nome che possa pesargli addosso per tutta la vita.
Il riferimento è il Dpr 3 novembre 2000, n. 396, soprattutto agli articoli 34 e 35. Sono queste norme a stabilire come si attribuisce il nome al neonato quando viene dichiarata la nascita. Il nome, dice la legge, deve corrispondere al sesso del bambino, con l’eccezione ormai pacifica di Andrea, usato in Italia anche al femminile. E, soprattutto, non deve arrecare pregiudizio alla persona.
Non è un passaggio burocratico da liquidare in pochi minuti. Quella dichiarazione, fatta di solito in ospedale entro tre giorni dalla nascita oppure in Comune entro dieci, viene controllata. Se il nome scelto appare contrario alla legge, l’ufficiale non può far finta di nulla.
Questo non significa che lo Stato decida al posto dei genitori in base al proprio gusto. Nomi rari, stranieri o originali possono essere registrati, se non sono offensivi, umilianti o fuorvianti. La valutazione, come ricordano spesso negli uffici di stato civile, si fa caso per caso. Un nome può essere insolito senza essere vietato. Il punto è semplice: la scelta dei genitori è libera finché non rischia di danneggiare il figlio.
Marchi, cognomi e nomi ridicoli: quando l’anagrafe può fermare tutto
Tra i divieti più conosciuti c’è quello di dare al bambino il nome del padre vivente, oppure quello di un fratello o di una sorella viventi. La ragione è evitare omonimie dentro la stessa famiglia. La legge vieta anche di usare un cognome come nome, salvo i casi in cui quella parola sia già riconosciuta anche come nome proprio. Qui il confine può essere meno netto, e proprio per questo la verifica passa dall’ufficiale di stato civile e, se serve, dal giudice.
Restano vietati i nomi ridicoli o vergognosi. È una formula ampia, che riguarda tutte le scelte capaci di esporre il minore a prese in giro o imbarazzo. Nella stessa linea rientrano i nomi presi da marchi commerciali, prodotti o brand. Chiamare una bambina Nutella, per citare un esempio spesso finito nelle cronache, non sarebbe ammesso. Il problema non è che il marchio sia famoso. Il punto è che un figlio non può diventare una specie di etichetta vivente.
Per i nomi stranieri, invece, la legge consente l’uso delle lettere dell’alfabeto italiano e anche di J, K, X, Y, W, oltre ai segni propri della lingua d’origine, se compatibili con gli atti anagrafici. Anche in questo caso conta il buon senso. Un nome straniero si può registrare senza problemi. Un nome incomprensibile, offensivo o scelto solo per provocare, invece, può aprire una contestazione.
Da Mussolini a Frodo: i casi limite e il peso dell’ufficiale di stato civile
I casi più delicati sono quelli a metà strada tra memoria storica, cultura pop e provocazione: Benito Mussolini, Frodo, Pollon, Maradona. Non tutti, però, hanno lo stesso peso dal punto di vista giuridico. Un nome preso da un personaggio di fantasia può essere valutato in base all’effetto concreto sul bambino. Un nome legato a figure politiche o a cognomi celebri può creare problemi diversi, soprattutto se richiama in modo chiaro una persona identificabile o un messaggio ideologico.
In questi casi la scelta non resta più soltanto una faccenda familiare. L’ufficiale di stato civile, però, non cancella da solo il nome deciso dai genitori. Se ritiene che la dichiarazione sia contraria alla legge, deve avvertire chi la presenta. Se i genitori insistono, l’atto viene comunque formato, ma parte la segnalazione alla Procura della Repubblica.
A quel punto sarà il tribunale, se ci sono i presupposti, a ordinare la rettifica. Per i genitori il rischio non è quindi una multa automatica, ma un procedimento che può portare alla modifica del nome del figlio. Una correzione tutt’altro che indolore, soprattutto se nel frattempo sono già partiti documenti, certificati e pratiche.
Più nomi al neonato: quanti sono ammessi e quali finiscono nei documenti
La legge italiana permette di dare al neonato uno o più nomi, ma il limite indicato dall’articolo 35 del Dpr 396/2000 è tre. C’è poi un dettaglio che spesso crea equivoci: la virgola. Se i nomi vengono scritti senza virgole, entrano tutti nell’uso anagrafico. Se invece sono separati da una virgola, nei certificati e negli estratti può comparire solo il primo, secondo le regole seguite dagli uffici di stato civile.
In pratica, una bambina registrata come Maria Luisa Anna porterà tutti e tre i nomi negli atti. Una registrazione come Maria, Luisa Anna, invece, produce effetti diversi nell’indicazione ordinaria. Sembra una minuzia, ma non lo è: può incidere su documenti, firme, iscrizioni scolastiche, pratiche sanitarie e rapporti con la pubblica amministrazione.
Per questo molti Comuni chiedono ai genitori di chiarire subito quale nome vogliono rendere effettivo. Meglio pensarci prima, davanti alla culla, che scoprirlo anni dopo davanti a un certificato.
Genitori in anagrafe mentre l’ufficiale di stato civile verifica i documenti per la registrazione del neonato.








