C’è una legge, non scritta, secondo la quale, in ogni area cani che si rispetti, almeno un lampione deve essere guasto, avvolgendo una porzione del parco in un cono d’ombra degno di un thriller psicologico che trasforma il momento della sgambatura serale in una specie di roulette russa per proprietari di animali. Se di giorno l’area cani è il regno della socialità e dei biscotti a forma di osso, dopo le otto di sera quel cono d’ombra diventa un limbo spazio-temporale in cui la genetica canina cessa di esistere e le razze si fondono in un’unica massa informe e scura.
Quando un cane attraversa la linea di confine tra la luce dell’unico lampione funzionante e la zona d’ombra si verifica una crisi d’identità collettiva, per cui il Chihuahua sparisce, lasciando visibili solo due occhietti fosforescenti che fluttuano a tre centimetri da terra facendo credere a tutti che si tratti di un mastino feroce, mentre i Labrador neri si fondono con l’oscurità e spariscono.
I proprietari vanno alla ricerca del proprio cane, puntando le torce degli smartphone che illuminano al massimo le proprie scarpe e, iniziando a urlare nomi a caso nel vuoto, sperano nel miracolo. Vedi scene in cui una signora grida con dolcezza verso l’oscurità, agganciando al guinzaglio la prima sagoma pelosa che emerge dal nulla e solo dopo tre passi, sotto il lampione acceso, si accorge di aver catturato una lepre. Un signore, approfittando del buio, ruba un costosissimo mastino tibetano a una ragazza e glielo scambia con una nutria che passava per caso.








