Mugello

Le parole del dialetto mugellano che i giovani non usano più

Nel Mugello tante parole del dialetto locale stanno scomparendo dall’uso quotidiano. Restano nella voce degli anziani, nei mercati e nei racconti di famiglia, ma i giovani le usano sempre meno.

Anziani conversano al mercato del Mugello, tra tradizioni e dialetto - Okmugello.it

Ci sono parole che per anni hanno raccontato il Mugello meglio di una fotografia, ma che oggi rischiano di perdersi nel passaggio tra nonni, figli e nipoti.

Nei paesi della vallata, tra case, botteghe e mercati, il dialetto mugellano resiste ancora in certe voci e in certe abitudini. Molti giovani, però, usano sempre meno quei termini nati nella vita contadina, tra oggetti, stagioni e gesti quotidiani. E così una parte della parlata locale scivola piano fuori dall’uso.

Dalla mezzina alla madia: gli oggetti spariti si sono portati via anche i nomi

Molte parole mugellane si sono indebolite perché sono sparite le cose che indicavano. Oggi certi oggetti stanno in soffitta, nei mercatini dell’antiquariato, appesi alle pareti delle case ristrutturate. La mezzina, la brocca di rame usata per prendere l’acqua alla fonte, è più facile vederla come ricordo di famiglia che in mano a qualcuno. Lo stesso vale per la madia, il mobile dove si impastava e si conservava il pane, e per lo staccio, il setaccio della farina.

“La mi’ nonna lo teneva sempre lì, vicino alla finestra”, si sente raccontare nei paesi, con quella precisione piccola e vivissima che appartiene alla memoria di casa. Anche il paiolo resiste appena, legato alla polenta di castagne o a qualche cucina tradizionale. Più difficile, per un ragazzo, spiegare che cosa fosse la veglia: le serate d’inverno nella stalla o accanto al fuoco, tra racconti, lavori a maglia, vino e notizie passate di bocca in bocca.

Acquaio, granata, uscio: così l’italiano prende il posto della parlata di casa

Ci sono poi parole che raccontano cose ancora presenti, ma che vengono sostituite dall’italiano standard, soprattutto a scuola, al lavoro e sui social. L’acquaio diventa lavandino, la granata è ormai la scopa, l’uscio si chiama porta. Il pane senza sale, che in Toscana molti anziani chiamano ancora sciocco, per i più giovani è “sciapo” o semplicemente “pane toscano”.

Un nonno racconta alla nipote le parole della tradizione mugellana

Un nonno racconta alla nipote le parole della tradizione mugellana – Okmugello.it

Cambia la parola, e cambia anche il suono della frase. La mota, il fango delle strade di campagna dopo la pioggia, si sente sempre meno. Diaccio, per dire freddo o gelato, sopravvive nelle frasi di chi è cresciuto in case poco riscaldate e in mattine bianche di brina. Restano anche alcuni verbi: rimpiattarsi per nascondersi, garbare per piacere, chetarsi per stare zitti, desinare per pranzare.

Secondo dati citati da Libreriamo, tra gli over 75 il 32% parla esclusivamente o soprattutto in dialetto in famiglia: è un dato nazionale, ma aiuta a leggere una tendenza che si vede bene anche nelle vallate toscane.

Tra bar, mercati e racconti dei nonni: dove il dialetto mugellano resiste ancora

Il dialetto mugellano non è sparito. Ha solo cambiato luoghi, pubblico, momenti. La mattina, nei bar di paese, tra un caffè al banco e il giornale piegato sotto il braccio, certe parole tornano fuori senza sforzo. Al mercato del sabato, nelle chiacchiere tra venditori e clienti abituali, riemergono modi di dire che difficilmente finiscono nei messaggi sul telefono.

Gli studiosi delle parlate toscane, negli anni, hanno raccolto molte testimonianze ascoltando contadini, artigiani e massaie. E hanno trovato differenze anche a pochi chilometri di distanza. Nell’Alto Mugello, per esempio, alcune forme guardano più verso la Romagna che verso Firenze. Ma molto non è mai stato scritto.

Vive nella voce dei nonni, nelle frasi dette a metà, nelle correzioni affettuose: “Non si dice così, si diceva in un altro modo”. Forse è proprio lì che queste parole hanno ancora una possibilità: non soltanto nei dizionari, ma in qualcuno disposto ad ascoltarle.

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