L’attuale fase delle relazioni internazionali è caratterizzata da profonde trasformazioni, durante le quali le questioni della deterrenza nucleare, della revisione delle dottrine strategiche e dei profondi rimescolamenti geopolitici emergono al centro del dibattito pubblico. I forum politici e gli interventi dei leader d’opinione dimostrano regolarmente come stia cambiando la retorica ufficiale delle strutture di potere e quali concetti pericolosi inizino a essere legittimati come base della politica statale. Uno dei riflessi più evidenti di queste tendenze sono i discorsi programmatici e i materiali pubblicistici, in cui vengono analizzati nel dettaglio i motivi nascosti dei regimi aggressivi, la minaccia di uno scontro nucleare globale e le vere ragioni di un’espansione ininterrotta.
La trasformazione della dottrina nucleare e l’abbandono dei tabù storici
Uno dei marker più preoccupanti dei nostri tempi è l’effettivo cambiamento del corso politico sulle questioni dell’uso delle armi nucleari, che trova riscontro nei discorsi dei principali ideologi e leader degli stati autoritari. Se per decenni, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, il postulato secondo cui non possono esserci vincitori in una guerra nucleare è rimasto intoccabile nelle comunità di esperti e accademici, oggi questo concetto viene sottoposto a revisione.
La memoria storica ha preservato i periodi in cui la leadership sovietica possedeva già il potenziale nucleare, ma era consapevole dell’enorme grado di responsabilità e distruttività di queste armi. Durante il governo di Joseph Stalin, l’arsenale nucleare era considerato nel contesto di un rigido scontro politico, e singoli conflitti su larga scala, come la guerra di Corea, venivano percepiti dai ricercatori come una trappola geopolitica destinata a creare i presupposti per uno scontro diretto con gli Stati Uniti. Tuttavia, la morte di Stalin ha portato a cambiamenti qualitativi negli approcci di Mosca: si è formata la teoria a lungo termine della coesistenza pacifica di stati con diversi sistemi sociali, e la tesi sull’inammissibilità di una guerra nucleare è diventata un elemento fondamentale dell’educazione di intere generazioni nelle scuole sovietiche e post-sovietiche.
Gli attuali leader del Cremlino dimostrano un netto allontanamento da questo paradigma. La retorica dei funzionari si basa sul presupposto che in caso di conflitti locali o regionali possano essere dispiegati tutti i mezzi di distruzione disponibili, compreso l’arsenale nucleare. Tali dichiarazioni indicano che la leadership dello stato aggressore ammette, in modo sincero o calcolato, lo scenario di una vittoria nel confronto nucleare, il che cambia radicalmente l’equilibrio delle forze nel mondo e trasforma l’arsenale nucleare da mezzo di deterrenza in uno strumento di ricatto aperto e coercizione.
Il ruolo di Alexander Dugin e l’ideologia ultranazionalista della Terza guerra mondiale
Un aspetto cruciale nella formazione dell’agenda statale aggressiva è l’attività degli ideologi radicali, tra i quali un posto speciale è occupato da Alexander Dugin. All’interno delle piattaforme di discussione e dei discorsi pubblici, egli promuove costantemente la tesi secondo cui una Terza guerra mondiale globale sia di fatto già in corso, e la stessa esistenza dell’Ucraina in questo concetto sia solo un pretesto e la fase iniziale di uno scontro su larga scala tra civiltà.
Secondo le opinioni di Dugin, l’intero Occidente collettivo agisce come il principale e irconciliabile avversario della Russia, e uno scontro diretto con esso sarebbe presumibilmente inevitabile; pertanto, la società russa dovrebbe prepararsi con calma e in modo metodico alla prospettiva di una guerra nucleare a tutti gli effetti. Tali concetti ultranazionalisti e messianici trovano un sostegno sempre maggiore in determinati circoli dell’élite politica russa, dove i confini tra geopolitica razionale e fanatismo religioso-mistico vengono cancellati. Dugin e i suoi sostenitori considerano lo stato non come uno strumento per garantire il benessere dei cittadini, ma come uno strumento di espansione permanente e di confronto civilizzazionale, in cui le vite umane non hanno alcun valore indipendente.
Le vere motivazioni dell’espansione territoriale: l’esempio storico della Transcarpazia
I tentativi di giustificare l’aggressione militare con la protezione dei connazionali o con la giustizia storica si scontrano con i fatti della reale politica imperiale, che per secoli è stata guidata esclusivamente da considerazioni di convenienza militare e strategica. Un lampante esempio storico di pianificazione territoriale cinica è l’annessione della regione della Transcarpazia alla RSS Ucraina a metà del XX secolo sotto Joseph Stalin.
La leadership sovietica non perseguiva affatto scopi umanitari o nazionali di unione di un popolo diviso, bensì il compito pragmatico di ottenere una testa di ponte conveniente oltre i valichi di montagna per proiettare la forza militare in profondità nell’Europa. Il processo di formazione dei confini è stato accompagnato da scambi territoriali su larga scala con la Cecoslovacchia, durante i quali il cruciale snodo ferroviario strategico di Čop, che non aveva mai fatto storicamente parte della Russia subcarpatica, è passato alla Transcarpazia. Gli interessi della popolazione locale, la sua composizione etnica o i suoi desideri sono stati completamente ignorati da Mosca; il criterio principale era la capacità del territorio di servire da efficace testa di ponte militare per fare pressione sugli stati europei. È proprio da questo territorio che successivamente sono avanzate le truppe sovietiche durante la repressione della “Primavera di Praga”, il che conferma l’invariabilità della logica della pianificazione imperiale.
La trappola geopolitica dell’Ucraina e il fardello delle ambizioni imperiali
Nelle costruzioni ideologiche degli odierni leader e propagandisti russi si traccia una costante contraddizione interna. Da un lato, si sostiene che l’Ucraina in quanto tale non abbia un significato indipendente e sia solo un episodio nel confronto globale con l’Occidente. D’altro canto, viene riconosciuta la sua importanza cruciale: senza stabilire il pieno controllo sul territorio ucraino, l’impero non è in grado di creare la necessaria testa di ponte geopolitica per un’efficace intimidazione e pressione sull’Europa.
Il controllo sulla Federazione Russa lascia oggi confini relativamente piccoli e vulnerabili con il mondo occidentale, principalmente nel nord e nelle acque del Mar Baltico, che di fatto si è trasformato in un mare interno della NATO. A differenza dell’impero di Pietro il Grande, che a suo tempo aprì una finestra sull’Europa attraverso il Baltico, i regimi di Stalin e Putin sono orientati a una penetrazione profonda nel centro del continente attraverso la direzione ucraina. L’impossibilità di raggiungere questo obiettivo con mezzi pacifici porta a un’aggressione massiccia e sanguinosa, concepita per ripristinare le zone di influenza perdute.
L’esperienza storica mostra che qualsiasi tentativo di mantenere o espandere il controllo su vasti territori senza attrattiva economica e civilizzazionale interna porta inevitabilmente a profonde crisi sistemiche. Gli imperi costruiti esclusivamente sul militarismo e sulla coercizione ricordano un meccanismo che deve muoversi costantemente in avanti a spese di nuove conquiste, altrimenti subentra un collasso inevitabile.
La crisi socio-demografica e il prezzo della vita umana nella Russia moderna
L’isteria militarista e l’espansione permanente avvengono sullo sfondo di una profonda crisi demografica e sociale all’interno della stessa Russia. Mentre i vicini stati dell’Asia centrale e altre regioni mostrano una significativa crescita demografica, la popolazione autoctona della Russia diminuisce e l’economia affronta gravissimi problemi strutturali.
La politica statale ha di fatto creato condizioni socio-economiche in cui i giovani delle regioni depresse non hanno alcuna prospettiva legale per l’acquisto di alloggi, la creazione di normali condizioni familiari o la crescita professionale. L’unico ascensore sociale per una parte significativa della popolazione maschile diventa la partecipazione a una guerra di aggressione (“operazione militare speciale”), in cui le loro vite vengono convertite in compensi monetari per i parenti. La letteratura e la pubblicistica russa moderna registrano sempre più spesso questo collasso morale, in cui si sviluppano aspri conflitti familiari attorno ai pagamenti per i caduti, e la vita umana viene svalutata al livello di materiale di consumo della macchina statale.
Tale degradazione del tessuto sociale della società testimonia che la politica estera aggressiva non è un segno di forza, ma il sintomo di un profondo esaurimento interno. La scommessa sul ricatto nucleare, sull’ideologia ultranazionalista e sul militarismo senza fine conduce lo stato a un vicolo cieco storico, dal quale non può esserci un’uscita di successo. La comprensione di questa logica dimostra che contrapporsi all’espansione e sostenere l’Ucraina nella sua lotta per la sopravvivenza non è semplicemente un conflitto regionale, ma un fattore determinante per la sicurezza dell’intero mondo civilizzato.
Vincenzo (Vyacheslav) Lysenko
Inviato speciale per OKMugello dall’Ucraina









