Tra Cinquecento e Settecento fu pensata anche per questo: farsi notare da chi viaggiava tra Firenze e Bologna. Grande, color miele, isolata sul rilievo e visibile dalla strada poco prima del paese, la villa deve il nome a un particolare che non passa inosservato: una serie di volti scolpiti sulla facciata. Maschere, appunto. Non un semplice decoro, ma il tratto che più di ogni altro racconta l’identità della dimora.
Sono ventidue le maschere in pietra serena che hanno dato il nome a Villa Le Maschere. Si trovano tutte sulla facciata ovest e non ce n’è una uguale all’altra: cambiano i lineamenti, le espressioni, il modo in cui sono state scolpite. Alcune ricordano volti classici, altre hanno un’aria più grottesca. Bocche spalancate, sorrisi storti, tratti deformati, sguardi che ancora oggi attirano chi si ferma a fotografarle.
Per chi arrivava dalla strada della Futa, l’effetto doveva essere tutt’altro che casuale. La villa non si limitava a comparire nel paesaggio: voleva colpire. Quelle facce di pietra, ora ironiche ora quasi inquietanti, erano una specie di biglietto da visita della tenuta. Una quinta scenica affacciata sul passaggio dei viaggiatori. “Sono loro a fermare lo sguardo”, raccontano spesso le guide locali durante le visite nel parco. Ed è così: prima ancora della grandezza dell’edificio, restano impresse quelle presenze scolpite.
Dai Bettini ai Gerini, quattro secoli di potere e trasformazioni
La storia di Villa Le Maschere comincia alla fine del Cinquecento, quando la dimora fu costruita per volontà dei Bettini, famiglia legata agli Ubaldini, una delle casate più radicate nel Mugello. Nel 1611 la proprietà passò ai Gerini, che ne fecero una delle residenze più importanti della zona. La conservarono, salvo un solo cambio di proprietà, per quasi quattro secoli.
Con i Gerini la villa cambiò volto. Gli ambienti furono ampliati, i viali sistemati, il giardino all’italiana ridisegnato. Nello stesso anno dell’acquisto, il marchese Ottavio Gerini comprò anche la chiesa e il vicino castello di Villanova, inserendoli nella tenuta. Da quel momento il complesso assunse davvero l’aspetto di una grande proprietà nobiliare, estesa, riconoscibile, capace di segnare il paesaggio del Mugello.
Il Settecento fu il periodo di maggiore crescita. Nel 1760 venne costruita la galleria, mentre nel 1780 fu realizzata una cappella affrescata. Più tardi, nel 1857, in occasione della sosta di papa Pio IX, la cappella fu collegata direttamente al piano terreno della villa. Una scelta pratica, certo. Ma anche un segno del rango ormai raggiunto dalla residenza.
La strada Firenze-Bologna, gli ospiti illustri e l’antica Osteria delle Maschere
La posizione di Villa Le Maschere non era frutto del caso. La dimora sorgeva lungo la grande strada tra Firenze e Bologna, percorsa da viaggiatori, mercanti, funzionari e nobili. Chi affrontava la Futa vedeva la villa sulla collina, poco prima di Barberino, con la facciata rivolta verso la strada e la campagna aperta ai suoi piedi.
Tra gli ospiti ricordati dalle cronache compaiono anche teste coronate, come Carlo Emanuele IV di Sardegna e re Carlo Felice, che vi sostò nel 1821. Non si trattava di episodi isolati. La tenuta faceva parte di una rete di accoglienza e passaggio in cui, poco più a nord e sul lato opposto della statale, si trovava l’antica Osteria delle Maschere, stazione di posta ben nota a chi viaggiava tra Toscana ed Emilia.
Un altro dettaglio dice molto di quanto sia cambiato il paesaggio. L’ingresso principale del parco era il cancello di Ghiereto, poi smontato per evitare che finisse sott’acqua con la nascita del lago di Bilancino. Oggi quel cancello è stato rimesso sulle sponde del bacino, vicino a Galliano. Dove adesso c’è l’acqua, un tempo c’erano campi, strade e poderi. Un altro Mugello, più rurale e non ancora segnato dal lago.
Dal degrado dopo il 1963 alla rinascita come albergo di lusso
Nel 1963 i Gerini lasciarono Villa Le Maschere. Da lì iniziò per la dimora una lunga stagione di abbandono. Tetti e solai cedettero in più punti, la pioggia entrò nelle sale affrescate, il parco perse ordine. Per anni la villa, pur restando imponente sulla collina, diventò il simbolo di un patrimonio fragile: difficile da mantenere, ancora più difficile da riportare in vita.
La svolta arrivò con l’acquisto da parte del gruppo dell’imprenditore barberinese Riccardo Fusi, che avviò il restauro e trasformò la residenza in un albergo di lusso. All’interno furono recuperati stemmi, decorazioni e ambienti legati alla memoria delle famiglie che avevano abitato la villa: dalla sala dei ventagli a quella delle cineserie, fino agli spazi dedicati ai viaggi dei Gerini.
Nel parco trovarono posto anche sculture e maioliche di Tito Chini, legate alla tradizione manifatturiera del Mugello. La villa, intanto, ha continuato a mostrarsi dalla Futa come faceva secoli fa. È cambiato il paesaggio, sono cambiati i proprietari, è cambiata la funzione. Ma sulla facciata restano sempre loro: le ventidue maschere di pietra, ferme a osservare chi passa.










