La maestra un tempo faceva mandare a memoria la poesia sul giorno dei morti e il bambino, poi, te la recitava a casa e, così, ringraziandolo, commosso avevi la possibilità di spiegargli che la vita è solo un breve pellegrinaggio terreno e che noi, tutti, aspiriamo a quel Regno di pace e di gioia poiché: «… fecisti nos ad Te et inquietum est cor nostrum, donec requiescatin Te», come dice sant’Agostino: «Siamo fatti per Te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te.» I bambini venivano portati dai genitori ai cimiteri, a portare un fiore ai defunti, e intanto, nell’attesa di rivedersi in cielo, era come un “salutino” un tentativo buono di “addomesticare” la morte.
Ecco come si iniziava a prendere confidenza con la morte, in una giornata quasi festiva e triste, ma senza tragedie, sicuri, come scriveva un caro amico, editorialista de “Il Giornale della Toscana”, padre Ferdinando Batazzi: «La Chiesa che continua nel mondo la stessa missione di Cristo Gesù… accomuna… tutti i Santi e tutti i fedeli defunti. Tutti i Santi senza aureola, senza canonici processi di beatificazione, senza nome registrato nel calendario delle feste, tutti i bambini innocenti, tutti i babbi e le mamme che hanno fatto una vita da cristiani, tutti i giovanotti e le ragazze che hanno fissato lo sguardo su Cristo crocifisso e risorto…»
Se una maestra che oggi parla tranquillamente agli scolaretti di sesso, di “gender” di “diversi tipi di famiglia” e porcherie del genere, parlasse ai ragazzi della morte, del paradiso, della Resurrezione della carne… sarebbe la fine: «Ma quella è pazza… per fortuna nemmeno i preti ne parlano più…»
Infatti ai ragazzi i preti, salvo rare e lodevoli eccezioni, non parlano più della morte, del peccato mortale, e soprattutto del Giudizio…
Non sono riuscito a trovare una immaginetta d’oro della Madonna, per il battesimo della primogenita di cari amici: al massimo, mi son sentito dire, abbiamo una medaglina con i segni zodiacali o una piastrina d’oro su cui incidere il gruppo sanguigno, sa i tempi cambiano…
La morte, da atto pubblico, come era il Battesimo, la Comunione, il Matrimonio, è diventata un evento da nascondere.
Parlare della morte, in questo mondo, in cui le criminali guerre vengono chiamate “interventi umanitari”.
E “Le Monde” il quotidiano laicista scriveva entusiasta: «Le religioni fanno fatica ad ammettere di non aver più l’esclusiva delle feste collettive, né il monopolio del serbatoio simbolico proprio di ogni società. Il dibattito è aperto: la Chiesa s’inquieta, in particolare per la frattura di questo bisogno di riti che non si esaurisce e un’educazione che non le lascerebbe tutto lo spazio ai riferimenti essenziali della morte e della vita.»
L’articolista de “Le Monde” non sa rendersi conto da dove provenga la persistenza di un bisogno intrinseco dell’uomo, quello dei riti; essere sorpresi per questo rimette in discussione il carattere fondamentalmente religioso dell’uomo. Se questo bisogno di sacralità lo si scarica, riappare, inevitabilmente, nelle forme più varie e nelle forme più macabre e idiote. A un simbolismo religioso, didattico, educativo, a una liturgia bimillenaria che può aver infastidito alcuni, fatto piangere altri, ma che non ha mai fatto ridere nessuno, oggi si preferisce il simbolismo pagano di Halloween.
Anni fa il vescovo emerito di Pistoia, Simone Scatizzi denunciò quella mania delle “zucche vuote” di Halloween portate a giro, nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre, da altrettante zucche vuote (quelle dei genitori, non dei bambini!) a suonar campanelli e a far scherzi di dubbio gusto: «Un attacco contro la Civiltà Cristiana — afferma il presule pistoiese — una festa figlia di una mentalità laicistica e consumistica, un business vergognoso, un retaggio di paganesimo.» Come dargli torto?
E stendiamo un velo pietoso sulle ricorrenti profanazioni di cimiteri, non importa se fatte da satanisti o semplici mascalzoni, come accoratamente denunzia lo scrittore Carlo Climati nel suo I giovani e l’esoterismo (C. Climati, I Giovani e l’esoterismo, Paoline, Milano 2001).
Ieri il figlio piccolo di amici, Lorenzo, ci ha recitato una bella poesia, trovata in un vecchio libro della mamma, e che ha studiato da solo: «Mi raccomando — ci ha detto il piccino — non dite nulla alle maestre (ora sembra che siano molteplici, N.d.A.) – sennò mi dicono che voglio essere diverso da tutti gli altri…»
Poveri morti soli
nei muti camposanti
vi diamo lumi e fiori,
insieme ai nostri pianti.Ma l’unico conforto
che vi toglie all’oblio
è la nostra preghiera
che ci ricongiunge a Dio.
Stasera, nel mio paese, a mezzanotte, riprenderà a suonare la “Campana del freddo”, dopo che saranno passate frotte di bambini, preceduti e seguiti dai genitori con le zucche, a suonar campanelli con la domandina melensa “Dolcetto o scherzetto?”, sentiremo durante le ore piccole, in mezzo alla strada, urla belluine di giovani che sciameranno vestiti da maghi, da streghe, da fattucchiere, da diavoli mentre andranno in discoteca… a festeggiare i morti.
Di Pucci Cipriani









