Un luogo piccolo, spesso attraversato senza fermarsi, che invece chiede solo una sosta breve: scendere dall’auto, raggiungere il sagrato e lasciarsi prendere da un borgo che va piano.
Sant’Agata si raggiunge in pochi minuti da Scarperia, lungo le strade interne del Mugello, tra case basse, campi e curve dolci. Il paese non alza la voce: poche vie, una piazza raccolta, la pieve al centro. “Qui spesso la gente passa per andare altrove, poi entra in chiesa e resta sorpresa”, raccontano in paese, con il tono concreto di chi è abituato a vedere arrivare visitatori senza grandi aspettative.
Il borgo fa parte del comune di Scarperia e San Piero, terra legata alla storia medicea, ai coltelli di Scarperia e a un paesaggio che conserva ancora un’impronta rurale netta. A Sant’Agata, però, la visita ha un passo più intimo: una chiesa antica, un piccolo polo culturale, un museo fuori dal comune. Tutto nel giro di pochi metri. Ed è proprio qui la sua forza.
La pieve romanica: facciata austera, scacchiera in pietra e tracce paleocristiane
La pieve di Sant’Agata è una delle testimonianze romaniche più importanti del Mugello. Nei documenti compare già nel 984. Gli studi e i ritrovamenti sotto il pavimento indicano che l’edificio sarebbe nato su un luogo di culto più antico, risalente al V secolo: una traccia paleocristiana che dà alla chiesa una profondità rara, avvertibile ancora prima di entrare.
All’esterno colpisce la facciata in filaretto di alberese, pietra cavata nella zona, semplice e compatta. Ma il dettaglio da cercare è sul fianco sinistro: una scacchiera decorativa in pietra alberese e serpentino, simile a quella della pieve di Cornacchiaia. Anche l’architrave del portale alterna bozze di serpentino e una croce in alberese. Sono segni piccoli, ma restano impressi.
Dentro, la chiesa è a tre navate e conserva un’atmosfera severa, senza eccessi. Dal 1892 la pieve è monumento nazionale. L’aspetto attuale, però, si deve in buona parte a un restauro della fine degli anni Sessanta, quando in diversi punti furono riportate alla luce forme più vicine alla struttura originaria.
Arte sacra e archeologia tra canonica, oratorio e raccolte locali
Nella pieve di Sant’Agata si incontrano opere che aiutano a leggere la storia religiosa e artistica del territorio. Tra queste il recinto battesimale, con pannelli intarsiati in marmo verde di Prato, e la Madonna delle Grazie attribuita al pittore fiorentino Jacopo di Cione. Non sono presenze isolate: fanno parte di una memoria locale che, attorno alla chiesa, si è rafforzata nel tempo.
Accanto alla canonica si trova il Centro di documentazione archeologica, con reperti che coprono un arco lunghissimo, dalla preistoria al Medioevo. È uno spazio piccolo, ma prezioso per capire quanto il territorio di Sant’Agata sia stato abitato e attraversato ben prima dell’attuale borgo. Pietre, frammenti, oggetti d’uso: materiali semplici, ma decisivi.
Vicino al sagrato, nell’oratorio della Compagnia di San Iacopo, è custodita anche la raccolta d’arte sacra. Qui si trovano lo Sposalizio mistico di Santa Caterina di Bicci di Lorenzo e alcune terracotte robbiane, opere legate alla devozione e alla committenza locale. In pochi passi si passa dall’archeologia alla pittura, dalla scultura alla vita di parrocchia. Senza lasciare il paese.
Il museo di Leprino: settanta personaggi meccanici raccontano il Mugello del Novecento
La sorpresa più inattesa di Sant’Agata è il museo di Faliero Lepri, conosciuto da tutti come Leprino, ospitato nel centro polivalente del paese. Lepri aveva un negozio di alimentari e, nel dopoguerra, cominciò ad allestire in vetrina piccole scene per le feste. Da lì, quasi per gioco, nacque un mondo in miniatura. Poi quel gioco diventò qualcosa di più.
Oggi la raccolta conta circa settanta personaggi meccanici, alti una settantina di centimetri, che riproducono mestieri e gesti del Mugello tra gli anni Venti e Cinquanta del Novecento. Ogni figura ha un’anima di legno, piccoli motorini recuperati all’interno, rivestimenti in cartapesta e abiti cuciti con stoffe tagliate secondo l’uso dell’epoca. Le case sono di cartone, gli attrezzi di legno o alluminio. Il punto forte sono i movimenti: chi lavora, chi vende, chi aspetta, chi aggiusta qualcosa.
Una rete di fili elettrici mette in moto i personaggi, ciascuno preso dal proprio gesto quotidiano. Il risultato non è soltanto una curiosità artigianale, ma un racconto corale del paese com’era. Il museo di Leprino è aperto ufficialmente al pubblico dal 1986 e continua ad attirare famiglie, appassionati di tradizioni locali e visitatori arrivati quasi per caso.
Fino al 25 ottobre il museo si visita la domenica pomeriggio, poi entra in vigore l’orario invernale. Sono previste aperture anche in alcuni giorni festivi, tra cui l’8 dicembre e il 26 dicembre, quando le scene di Leprino tornano idealmente vicino alla loro origine: una vetrina preparata per le feste. Negli altri giorni si può prenotare. L’ingresso è a offerta libera.










