Parliamone

Franco Giaccherini racconta l’alluvione di Firenze del 1966

La testimonianza personale del giornalista e fotoreporter ripercorre i drammatici momenti del 4 novembre, vissuti a undici anni all'interno di una numerosa famiglia fiorentina.

In occasione della ricorrenza della tragedia che colpì il capoluogo toscano, il giornalista e fotoreporter Franco Giaccherini condivide una memoria d’infanzia legata alla mattina del 4 novembre 1966. All’epoca dei fatti l’autore aveva undici anni e risiedeva a Firenze insieme ai genitori e ai suoi nove fratelli, all’interno di uno spaccato sociale caratterizzato dalle grandi famiglie del tempo. La testimonianza si concentra sulle prime ore dell’esondazione, quando l’Arno e la rete idrica iniziarono a sommergere i quartieri cittadini dopo quattro giorni di pioggia ininterrotta. Mandato dal padre ad acquistare del caffè in una vicina bottega multi-licenza, Giaccherini descrive la rapidità con cui il livello del fango liquido crebbe nelle strade, passando dai primi gradini delle scale condominiali fino a raggiungere l’altezza del petto nel giro di una sola commissione.

Il resoconto prosegue con la descrizione della giornata passata in casa, scandita dai monitoraggi empirici del livello dell’acqua nella tromba delle scale e dal suono continuo dei clacson delle vetture sommerse. Il giorno successivo, il ritiro parziale del flusso rivelò i gravi danni subiti dal patrimonio artistico e strutturale della città. L’evento si concluse con un bilancio ufficiale di circa quaranta vittime e strascichi polemici legati alla gestione delle dighe e dei dragaggi fluviali, tematiche che l’autore descrive come progressivamente dimenticate dal dibattito pubblico.

«Anno 1965:

Avevo 11 anni e frequentavo la quinta elementare. Ero stato bocciato in prima elementare (maestri di quell’epoca… e su questo si potrebbe aprire già un capitolo a parte, comunque…). Però, dopo quella bocciatura, mi sono rifatto alla grande arrivando fino alla quinta elementare senza mai essere più fermato. E fu proprio in quell’anno che la mia città, Firenze, venne colpita da una delle più grandi tragedie mai accadute in Italia: la grande alluvione del 1966, era il 4 novembre.

Fu in quella occasione, non appena riaprirono le scuole, che ci fu ordinato di scrivere un tema a libera scelta. Ed io scelsi proprio di scrivere di quell’accadimento, avendolo vissuto personalmente e in modo abbastanza tragico.

Ricordo che erano circa le ore 7:30 di mattina quando mio padre mi venne a svegliare. Non saprei perché scelse proprio me fra tutti i miei fratelli, dato che io ero il quarto di dieci figli. Ce n’erano altri più grandi e più piccoli; difatti eravamo in dieci più mio padre e mia madre, in dodici totali. Allora andavano le grandi famiglie, non come ora che se una mamma partorisce quattro o sei figli fa notizia nazionale. Allora era un fatto del tutto normale.

Mi alzai prontamente, non si mettevano in discussione gli ordini del “babbo”, come lo chiamiamo noi in Toscana. Mi vestii in fretta. Mio padre non mi dette i soldi per pagare il caffè in polvere che allora si vendeva sciolto o, meglio, sfuso: dovevo segnare che dopo sarebbe passato lui a pagare. Uscii dalla porta di casa e iniziai a scendere le scale di marmo bianco, una mano sul corrimano di legno che era a sinistra. Feci, ricordo bene, due rampe di scale brevi, fatte di cinque gradini l’una; ma quando giunsi al penultimo gradino vidi che erano sommersi dall’acqua.

Subito tornai indietro. Ricordo che mi aprì proprio mio padre, il quale mi chiese subito il caffè. Io allora gli spiegai che era tutto allagato, che c’era l’acqua fino al secondo gradino. Lui rimase attonito, borbottò alcune frasi che però non ricordo; ma quello che ricordo bene è che volle venire di persona a controllare. Mi resi conto chiaramente che non mi credeva, gli sembrava impossibile. Quando vide con i suoi occhi non si disperò più di tanto, tornammo in casa e, assieme a mia madre, si misero a cercare fra il vestiario una mia vecchia tuta da sci. Per la verità prendemmo solo i pantaloni, e fu così che io, bardato in quel modo strano, fui ridirezionato a comperare il caffè. Dovevo recarmi in una piccola bottega a circa una cinquantina di metri da casa nostra, uno di quei botteghini multi-licenza, cioè di quelli che oltre al pane, ai salumi e agli alimentari in genere vendevano anche sigarette, lucido da scarpe, chiodi, viti, bulloni, carta a vetro, colla, scarpe e sandali. Un po’ come gli attuali supermercati che vendono di tutto.

Uscii di casa e mi avviai in direzione della bottega. Lascio immaginare gli sforzi che dovetti fare per raggiungerla: la forza dell’acqua aumentava ed io, con passi forzatamente misurati, tastavo con la punta dei miei stivaletti di gomma per cercare punti sicuri. Dato che l’acqua era totalmente fango liquido e non si vedeva nulla, avevo il terrore di trovare qualche buca e di caderci dentro. Quando finalmente giunsi al negozietto, trovai il proprietario che era indaffaratissimo a cercare di posizionare la merce deperibile più in alto, negli scaffali superiori. Tutto sommato mi servì abbastanza velocemente. Così mi volsi per tornare verso casa: l’acqua era aumentata in modo assurdo, mi arrivava quasi al petto o poco ci mancava.

Di lì a poco, con l’acqua che scendeva dal cielo ininterrottamente da più di quattro giorni – fra pioggerella e scrosci veri e propri, a volte molto violenti – e ancora l’acqua che saliva e saliva, pareva, a guardare le strade, di essere al lago. Io non nascondo che avevo terrore, non avevo mai visto nulla di simile, nemmeno in televisione. Ne ero realmente spaventato. Passò un’intera giornata con mio padre che, con una corda con un peso legato alla fine, di tanto in tanto andava sulla tromba delle scale a misurare l’altezza dell’acqua che continuava imperterrita a salire.

Ricordo che ero veramente spaventato. Oltre al rumore della pioggia incessante e a quello dell’acqua che scorreva veloce, si udiva nettamente il suono dei clacson delle auto quasi interamente sommerse. Era veramente tutto allucinante, molto peggio di un film dell’orrore.

Il giorno seguente la città era tutta sommersa dall’acqua e dal fango. I danni furono ingenti sotto tutti i punti di vista: il patrimonio artistico della città, con le sue splendide chiese, i palazzi, i giardini, tutto fu affondato da quell’acqua fangosa. Sembrava veramente il Diluvio Universale.

Poi, quando finalmente smise di piovere, il sole timidamente fece capolino e il cielo tornò del suo bell’azzurro, iniziò la conta dei danni. E furono tanti che, forse, a tutto oggi ancora una stima esatta non la si ha. In costo di vite umane si raggiunse quasi la quarantina. Oggi rimane solo un brutto ricordo, ma indelebile e assai doloroso. Le colpe si susseguirono: la polemica sull’apertura incosciente delle dighe si spense, chi aveva il compito di dragare la foce tacque; insomma, mai furono trovati i responsabili di quel disastro. E oggi, a fatica, si cerca di raccontarlo ai nostri figli e nipoti. Tutto è tristemente finito nell’oblio. E, forse, è meglio così…

Questo è il mio personale, triste e indelebile ricordo di quel maledetto 4 novembre 1966.

Franco Giaccherini»

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