La Nencia legata a Barberino di Mugello, per quanto ne sappiamo, non compare in atti, registri o memorie locali. Non è una figura storica accertata. È, prima di tutto, una creatura della poesia: una giovane contadina vista attraverso gli occhi innamorati di Vallera, il pastore che la celebra con slancio, con immagini semplici e con quella voce concreta che sa di vita quotidiana nel contado toscano.
Il titolo del poemetto fissa il nome di Barberino, paese del Mugello, e le dà un luogo preciso, quasi familiare. Ma il cuore dell’opera non è una biografia, né un racconto vero e proprio. È una voce. Vallera parla, loda, insiste, esagera. E proprio in quell’eccesso, spesso buffo, la contadina Nencia prende corpo davanti al lettore.
Sta qui una parte della sua fortuna: Nencia da Barberino non è ricordata come personaggio documentato dalla storia, ma come immagine vivissima di un mondo rustico che entra nella poesia alta senza perdere parole, odori e modi della campagna.
Vallera innamorato, quando l’amore cortese parla da contadino
Nel poemetto, Vallera innamorato si comporta come un poeta cortese: esalta la donna amata, ne racconta la bellezza, la mette sopra tutte le altre. Solo che lo fa con parole da contadino, con paragoni concreti, a volte goffi, spesso comici. L’effetto nasce proprio da questo scarto: da una parte il modello nobile dell’amore cortese, dall’altra la lingua di chi vive tra campi, animali e lavori di stagione.
Le lodi rivolte alla Nencia richiamano i toni solenni della poesia amorosa, ma li riportano a terra, dentro un immaginario quotidiano. Vallera non parla come un cortigiano fiorentino raffinato. Parla da uomo del contado, con frasi dirette, immagini materiali, un entusiasmo che inciampa e poi riparte. La parodia, però, non cancella il sentimento.
Anzi, lo rende più vicino. È questo meccanismo a dare forza alla Nencia da Barberino: il linguaggio della celebrazione amorosa finisce in una bocca rustica e mostra quanto la letteratura del Rinascimento sapesse giocare con i registri, abbassarli, mescolarli, farli suonare in modo nuovo.
Comicità e tenerezza nel gioco rusticale del Quattrocento
La comicità rusticale della Nencia non è una risata cattiva. L’autore guarda Vallera e la sua amata da una certa distanza, certo, ma non sembra disprezzarli. Ci sono caricature, esagerazioni, immagini che rovesciano le regole della poesia cortese. Eppure resta una simpatia di fondo, quasi un affetto per quel mondo semplice, rumoroso, pieno di vita.
La campagna del Quattrocento toscano diventa materia poetica non come semplice sfondo, ma come luogo umano e linguistico. Il lettore sente un ritmo diverso da quello della lirica alta: più ruvido, più terreno, meno levigato. Anche le iperboli di Vallera, proprio perché sproporzionate, finiscono per restituire un sentimento riconoscibile. Un amore buffo, sì. Ma non finto.
La fortuna del poemetto sta anche in questo equilibrio. La Nencia apre, o comunque rafforza, il gusto per la rappresentazione comica del mondo contadino, poi ripreso in altre opere di tono rusticale. Tra gli esempi ricordati dagli studiosi c’è la Beca da Dicomano di Luigi Pulci: segno che quella voce campagnola, una volta entrata in letteratura, non rimase un caso isolato.
Attribuzione controversa: Lorenzo il Magnifico o Bernardo Giambullari?
La tradizione ha attribuito a lungo La Nencia da Barberino a Lorenzo de’ Medici, detto il Magnifico. Il legame, attestato a partire dal Cinquecento, ha accompagnato per secoli la lettura del poemetto, anche perché Lorenzo praticò davvero registri poetici diversi, dal comico al popolare, accanto alla produzione politica e filosofica più nota.
La questione, però, resta aperta. Come ricordano le voci della Treccani dedicate alla Nencia da Barberino e a Bernardo Giambullari, la paternità dell’opera è stata discussa più volte dagli studiosi, con argomenti a favore e contro l’attribuzione laurenziana. Tra i nomi proposti compare appunto Bernardo Giambullari, mentre la tradizione manoscritta e a stampa rende tutto più complicato.
Il poemetto, infatti, è arrivato in versioni diverse: alcune più brevi, intorno alle venti ottave, altre più ampie, fino a circa cinquanta. Questa instabilità del testo rende difficile capire quale fosse la forma originaria e, di conseguenza, chi ne sia stato davvero l’autore.
Per questo la formula più prudente resta: tradizionalmente attribuita a Lorenzo il Magnifico, ma con attribuzione controversa. Qualunque sia la mano che compose il testo, la Nencia da Barberino conserva un posto preciso nella letteratura rinascimentale: non il ritratto certo di una donna vissuta, ma la figura poetica di un amore di campagna, tenero e ironico, capace di trasformare il parlato rustico in materia letteraria.







