Un tempo, nelle campagne del Mugello, l’arrivo di novembre segnava un momento delicato per molte famiglie contadine, tra lavoro, tradizioni e decisioni capaci di cambiare la vita.
L’11 novembre, giorno di San Martino, non era soltanto una ricorrenza religiosa, ma rappresentava una data importante nel calendario agricolo. Dietro un’espressione ancora presente nel linguaggio popolare si nasconde una storia fatta di poderi, case coloniche e famiglie legate alla terra. Una consuetudine che ha lasciato tracce profonde nella memoria del Mugello e racconta un mondo rurale oggi quasi completamente scomparso.
Perché l’annata agricola finiva a San Martino
Per capire cosa volesse dire fare San Martino bisogna tornare alla mezzadria, il sistema che per secoli ha retto una parte fondamentale dell’agricoltura toscana. Nel Mugello, terra di poderi, case coloniche e strade bianche, il proprietario dava la terra, la casa e parte degli strumenti. Il mezzadro, con tutta la famiglia, metteva il lavoro: nei campi, nella stalla, giorno dopo giorno.
Prodotti e spese venivano poi divisi secondo gli accordi del contratto, di solito a metà. L’11 novembre, giorno di San Martino di Tours, arrivava quando i lavori principali dell’anno agricolo erano ormai chiusi. Per questo diventava una scadenza naturale: si confermava il rapporto, lo si rinnovava oppure lo si chiudeva.
Se il contratto finiva, bisognava andare via. “Si faceva San Martino”, dicevano gli anziani. Poche parole, asciutte. Dietro, però, c’erano giorni di preparativi, ansia e un futuro tutto da ricostruire.
Il carro delle masserizie: quando perdere il contratto significava lasciare casa
Un trasloco contadino non somigliava certo a quelli di oggi. Niente furgoni, scatoloni in fila o ditte chiamate per tempo. Sul carro finiva quello che serviva per ricominciare: letti, materassi, sedie, tavoli, stoviglie, qualche mobile pesante, gli attrezzi da lavoro. I carri erano spesso trainati dai buoi e avanzavano lungo strade di campagna, fangose o polverose a seconda del tempo di novembre.

Una famiglia contadina lascia il podere mugellano – Okmugello.it
Dietro veniva la famiglia: genitori, figli, anziani, a volte altri parenti della stessa casa colonica. Una scena lenta, quasi muta. Per chi aveva vissuto anni nello stesso podere, lasciare la casa colonica non voleva dire abbandonare soltanto quattro mura. Lì erano nati bambini, si erano stretti rapporti di vicinato, erano passate stagioni intere di lavoro duro.
Secondo le ricostruzioni storiche locali, nel 1936 oltre metà della popolazione mugellana viveva ancora di agricoltura. Un dato che dice quanto quel mondo fosse radicato nel territorio.
Dalla fine della mezzadria alla memoria custodita a Casa d’Erci
Il declino della mezzadria arrivò nel secondo dopoguerra. L’industria, l’esodo dalle campagne e nuove possibilità di lavoro cambiarono a fondo anche il Mugello. Una tappa decisiva fu la legge 756 del 15 settembre 1964, che vietò la firma di nuovi contratti di mezzadria. Più tardi, con la legge 203 del 1982, quelli ancora in vigore furono trasformati in contratti di affitto. Era la fine, anche sul piano delle norme, di un sistema che la società aveva già in gran parte superato.
Oggi quella memoria è custodita anche al Museo della Civiltà Contadina di Casa d’Erci, a Grezzano, nel comune di Borgo San Lorenzo, dove strumenti, ambienti e testimonianze raccontano la vita quotidiana nelle campagne. Nell’area di Casa d’Erci, l’ultima famiglia contadina del podere Il Casino lasciò l’abitazione nel 1962: un dettaglio semplice, ma capace di rendere vicina una storia che rischia di sembrare lontana. Così fare San Martino è rimasto nel linguaggio comune. Nel Mugello, però, continua a portarsi dietro l’immagine di un carro carico di mobili, fatica e ricordi.










