Riceviamo e pubblichiamo la toccante ed esigente lettera di Kenneth Fernandes G., che a partire dal tragico femminicidio di Lorena Isceri sceglie di non chiamarsi fuori. Un’analisi lucida e senza sconti che ci invita a guardare sotto la cima di quella piramide fatta di violenze estreme, per interrogarsi su come le nostre parole, il nostro linguaggio e le nostre omissioni educative finiscano ogni giorno per alimentare la medesima cultura del possesso. Un richiamo alla responsabilità collettiva che parte dal basso per smontare, finalmente, i meccanismi del dominio.
Chiedo perdono a LORENA
LORENA ISCERI aveva quarantacinque anni. Aveva il diritto di rifiutare. Aveva il diritto di andarsene. Aveva il diritto di andarsene senza che nessuno la seguisse. Aveva il diritto di vivere.
E LEI lo aveva lasciato. Questo va detto subito, perché è il fatto che rischia di sparire: LORENA non era una donna che non riusciva a porre fine alla relazione.
LEI l’aveva chiusa. La relazione era finita a luglio.
È passata una settimana da quel 3 settembre. Intorno, tutto sembra tornato normale.
Quel giorno, lui l’ha aggredita nel garage: le ha legato i polsi e le caviglie, l’ha chiusa nel bagagliaio di un’auto. Nel tragitto dal garage al viadotto LEI era riuscita a liberarsi le mani, aveva trovato un telefono nello zaino di lui, aveva chiamato il 112. LEI ha chiesto aiuto. LEI ha detto che voleva vivere.
Poi lui l’ha gettata dal viadotto Lòra, sull’A1. LEI era viva.
Non spetta a me stabilire quanto lui fosse consapevole dell’estrema gravità di ciò che ha compiuto: ha sequestrato LEI, e l’ha uccisa. Non spetta a me misurare la responsabilità di lui per essersi sottratto al giudizio togliendosi la vita. Quella era una questione che riguardava la legge, la giustizia, chi avrebbe avuto il compito di giudicare. Quel giudizio non ci sarà: lui lo ha reso impossibile.
Cosa spetta a me? Guardare me stesso.
Io, percorrendo una strada provinciale a pochi chilometri in linea d’aria dal viadotto Lòra, ho incrociato tre ambulanze.
Ho pensato a un incidente stradale.
Non l’ho «vista». Ho percepito soltanto un’inquietudine, e non ho saputo «leggerla», ancor meno comprenderne l’estrema gravità.
Non lo racconto per attribuirmi una mancanza. Non c’era nulla che potessi sapere, in quel momento, su quella strada — e sarebbe una forma di vanità mettermi al centro di una morte che non è mia. Lo racconto perché è il punto in cui la mia giornata è passata più vicino alla morte di LORENA, e non me ne sono accorto. Perché quel non accorgersi, moltiplicato, è la condizione in cui questa violenza lavora indisturbata. E perché quella morte, dentro di me, si somma a tutte quelle che non ho saputo vedere: quelle di cui ho letto, e le molte che non ho mai saputo.
Non nel momento del delitto. Nei mesi prima.
Perché i segnali c’erano, ed erano visibili. Lui aveva distrutto oggetti in casa durante una lite, e LEI si era ferita. Lui l’aveva minacciata con un coltello. Lui si era sdraiato davanti all’auto di LEI per impedirle di partire. Lui la sommergeva di messaggi. Una terapia di coppia era stata interrotta dai comportamenti di lui. LORENA aveva scelto di non denunciare lui, per non creargli problemi di lavoro. Suo padre Franco lo ha detto pubblicamente, con il dolore di chi sa cosa è costato: la prima cosa da fare è denunciare.
Non scrivo questo per correggere LEI. Lo scrivo perché quella scelta — risparmiare chi ti sta facendo del male, temere di rovinargli la vita — non è un tratto del carattere di LORENA. È qualcosa che alle donne viene insegnato, da tutte e tutti noi, ogni giorno, per anni.
Ora la domanda che tocca tutte e tutti noi — donne e uomini.
Non per attribuirmi la responsabilità di quel femminicidio. Ma per chiedere a me stesso: abbiamo almeno vagamente consapevolezza del sistema che quotidianamente alimentiamo? E di cosa significhi, in concreto, revisionare e modificare fattivamente le nostre criticità culturali?
Lo chiedo con parole più semplici, perché me lo devo chiedere davvero: mi rendo conto del sistema che tengo in piedi ogni giorno? E cosa scelgo di cambiare: in quello che insegno, in come vivo, in quello che dico?
Perché a certe persone basta dire che era un mostro — un’anima nera, un malato, un demone. E ad altre basta dire che il sistema patriarcale esiste. Sembrano frasi opposte. Fanno lo stesso lavoro: dopo averle dette, chi parla non deve fare niente.
Ad altre persone riesce più facile negarlo, ignorarlo, dire che è una questione esagerata. Per altre ancora è una verità così ovvia da non nominarla nemmeno, perché abituarsi è più facile che cambiare: abituarsi a quel sistema, e a tutto il resto che ogni giorno lasciamo accadere.
Ma poi cosa facciamo, consapevolmente, ogni giorno, per smontarlo?
Non vago rimorso. Non sentimento generico. Impegno quotidiano, concreto, fattivo.
La piramide delle violenze contro le donne.
Uso questa immagine per una ragione precisa: non perché la parte alta sia visibile e il resto nascosto, ma perché la base regge la punta. Toglila e la punta non sta in piedi.
In cima c’è la violenza criminale: il femminicidio. Sotto c’è tutto ciò che lo rende possibile.
Ci sono le violenze fisiche: percosse, stupri, aggressioni. Lasciano segni.
Ci sono le violenze psicologiche: controllarla di continuo, isolarla, umiliarla, minacciarla, ricattarla con l’affetto. «Se te ne vai, mi ammazzo.» «Nessuno ti vorrà mai.» Non lasciano segni sul corpo.
Ci sono le violenze economiche: controllarle il denaro, impedirle di lavorare, non lasciarle niente di suo. Una donna senza soldi propri ha meno uscite.
Ci sono le violenze sessuali: rapporti imposti, stupro dentro il matrimonio, impedire di usare contraccettivi. Il corpo trattato come proprietà.
Ci sono le violenze sociali: tagliarla fuori da famiglia, amici, vicini. La donna resa sola, senza testimoni.
Ci sono le violenze istituzionali: uffici che minimizzano, procedimenti che non arrivano mai in fondo, e norme che fanno pagare il prezzo sempre alla stessa persona.
Sull’ultimo strato, una cosa difficile da dire.
Una giustizia che non condanna senza prove certe è una garanzia per tutti, e protegge anche me. Non voglio smontarla. Ma il conto di quella cautela lo paga sempre la stessa persona: mentre le prove si cercano, lei resta dove è. E le violenze che non lasciano segni sul corpo sono proprio quelle più difficili da provare.
Difficili, non impossibili: i messaggi restano, c’è chi ha visto. E nei centri antiviolenza c’è chi aiuta a raccoglierle, quelle prove — e insieme a costruire quello che serve per andarsene davvero: un posto dove stare, dei soldi propri, un lavoro, le figlie e i figli al sicuro. Uscire dalla violenza è un fatto giudiziario e un fatto quotidiano. Senza il secondo, il primo non basta.
E non tutte le donne vengono ascoltate allo stesso modo. Chi è straniera, chi è povera, chi ha avuto altri uomini, chi aveva bevuto, chi era già tornata indietro una volta: su ciascuna c’è un luogo comune pronto a renderla meno credibile prima ancora che parli.
Il sistema non chiede soltanto le prove. Chiede anche di essere la vittima giusta.
E quando una protezione si attiva, è quasi sempre lei a cambiare vita: a spostarsi, a nascondersi, a spiegarsi davanti a estranei. Offriamo alle donne di salvarsi con procedure che pesano quasi tutte su di loro, e per alcune enormemente.
Prima di tutto questo, però, c’è un mondo in cui denunciare sembra a una donna un atto che rovinerà lui, non un atto che salverà lei.
La base.
Tutte queste violenze poggiano su una base comune, e quella base non riguarda soltanto le donne.
È quello che succede quando una persona diventa una cosa: qualcuno che sente, che vuole, che ha paura, trattato come qualcosa che si possiede, si usa, si mette da parte. Un corpo che un’altra persona può usare come vuole.
Ascoltiamo il linguaggio con cui parliamo d’amore. Una donna si «conquista». Si «possiede». La si «porta a letto». C’è chi la «doma», chi dice che è «un pezzo di carne», chi la chiama «preda» e se ne vanta.
Non sono metafore scelte a caso. Sono le parole della caccia e dell’allevamento, applicate a una persona.
Ho scritto «corpo», ma è ancora troppo. Se fosse un corpo, sarebbe già il corpo di qualcuno.
Le parole che usiamo davvero sono altre: carne, fettine, abbacchio, escargot, tonno. Nessuna dice che lì c’era CHI voleva vivere. Sono nomi di prodotti, e fanno esattamente il lavoro per cui esistono: impedire la domanda.
E in italiano una donna non è soltanto «un pezzo di carne». È anche «un pezzo di gnocca» — cioè, alla lettera, un pezzo di pasta da mangiare. Non è un accostamento che sto facendo io: è la parola che c’è già.
Queste parole non le abbiamo inventate noi. Le ha fatte una cultura che riteneva davvero che una donna si potesse conquistare. Noi le ripetiamo senza pensarlo — ma le ripetiamo, e chi ci ascolta le impara.
Da dove viene tutto questo? Io credo che non cominci con le donne e non finisca con loro. Credo venga da una cultura che ha stabilito molto prima chi conta e chi no — che ha diviso il mondo tra chi conta come qualcuno e chi conta come qualcosa, e ha insegnato che usare il corpo di un’altra persona come si vuole è un diritto, quando quel corpo appartiene a chi conta meno.
È una convinzione mia. Non la impongo a chi legge, e niente di ciò che ho scritto qui dipende dal fatto che venga condivisa. Ma a chi la trova esagerata chiedo soltanto di rispondere a una domanda: da dove viene, altrimenti, la facilità con cui abbiamo imparato a dire che una donna si conquista?
E su tutto questo poggia il resto. Che il corpo e la volontà di una donna appartengano a chi la «ama». Che il controllo sia protezione. Che l’obbedienza sia amore. Che il no non sia no.
Quella base è dove io educo. Dove decido cosa insegnare. Dove scelgo se interrompere o tacere.
Ho consapevolezza di questa piramide?
Quando educo.
Le figlie e i figli non sono miei. Appartengono a sé stesse e a sé stessi. Ma ho responsabilità educativa verso di loro.
Quando insegno alle bambine e ai bambini che il controllo è amore — che la gelosia significa che gli importa, che l’insistenza è romantica, che una ragazza che dice no sta aspettando di essere convinta — sto costruendo la base della piramide.
Quando insegno ai bambini maschi che a loro spetta decidere, che proteggere significa controllare — sto costruendo la base della piramide.
Quando insegno alle bambine che obbedire è amore, che cedere è femminile, che il no non è davvero no — sto costruendo la base della piramide.
Quando insegno alle bambine che una brava persona non fa del male a nessuno, nemmeno a chi gliene sta facendo — sto insegnando a una donna adulta a non denunciare.
Quando vedo un ragazzo controllare la ragazza con cui sta — dove lei è, chi vede, cosa indossa — e lo chiamo «amore» o «gelosia che passa» anziché violenza, sto facendo passare per normale il primo scalino.
Quando vivo in questo sistema come uomo.
Quando consumo cultura — film, canzoni, serie, libri — dove l’amore è possesso, dove il dominio è destino, dove un uomo «conquista» una donna: sto rinforzando quella base.
Quando vedo un collega controllare economicamente la sua compagna e non dico niente, sto permettendo che quella violenza resti invisibile.
Quando sento un amico dire «la controllo perché la amo» e non interrompo; quando ascolto battute su donne ridotte a cose e rido — sto dicendo che è normale.
Quando parlo.
Quando parlo di violenza contro le donne senza nominare tutta la piramide — senza dire che controllarle la vita è violenza, che tagliarla fuori da famiglia e amici è violenza, che tenerla senza soldi suoi è violenza — faccio credere che il problema sia solo in cima, nei rari criminali, e non nel sistema quotidiano che abitiamo.
Quando uso parole che nascondono il meccanismo — «relazione tossica» invece di violenza, «lui è geloso» invece di lui la controlla — tolgo la verità dalla lingua.
Quando parlo della violenza come di un problema astratto, senza mettermi dentro, resto comodamente fuori da una piramide che sto contribuendo a tenere in piedi.
La verità è che questa piramide la costruiamo quotidianamente.
Non è un evento raro. Non è un crimine eccezionale. È un sistema.
E il momento più pericoloso di quel sistema è esattamente quello che LORENA stava attraversando: quando una donna se ne va. È lì che il possesso, messo in discussione, diventa letale. È quello che si sa meglio di tutto, e continuiamo a raccontare le storie al contrario — come se il pericolo fosse restare, mentre il pericolo si concentra nell’andarsene.
Un uomo che uccide la donna che lo ha lasciato quasi mai pensa di commettere un’ingiustizia. Pensa di rispondere a un torto subìto. E la parola con cui quel torto viene quasi sempre nominato è «tradimento» — perché in quella logica anche solo andarsene è tradire: dà per scontato che LEI fosse sua.
Non conta sapere se un tradimento ci sia stato. Conta che esista una cultura in cui un uomo può arrivare a ritenere che un tradimento gli dia il diritto di uccidere. Quel diritto non gliel’ha dato la fine di quella relazione. Gliel’abbiamo insegnato noi.
LEI lo aveva lasciato. LEI aveva fatto la cosa che diciamo alle donne di fare. E poi LEI ha risparmiato lui, come le era stato insegnato a fare fin da bambina, e nessuno intorno a LEI ha reso inutile quel silenzio — denunciando al posto suo, parlando, insistendo, restando.
Io, in quelle settimane, vivevo come se fosse normalità. Come se insegnare alle bambine e ai bambini che il controllo è amore fosse un gesto neutrale. Come se il mio silenzio davanti al controllo di un uomo sulla sua compagna fosse una faccenda privata.
Non lo è.
Cambiare davvero significa smontare la piramide.
Non una volta. Quotidianamente. A ogni livello.
Significa togliere le parole che nascondono:
Non «relazione tossica» — violenza.
6Non «lui è geloso» — lui la controlla.
Non «raptus», «gesto folle», «amore malato» — premeditazione, secondo l’accusa.
Non «lei non lo ha lasciato» — LEI lo aveva lasciato, e per questo lui l’ha uccisa.
Non «lei non ha denunciato» — nessuno le aveva reso sicuro denunciare.
Non «omicidio-suicidio» — femminicidio.
E non «l’ho conquistata» — perché non era una terra, e non era una preda.
Le parole fanno la realtà. Le parole che nascondono la piramide la lasciano in piedi.
Significa insegnare diversamente:
Alle bambine e ai bambini che appartengono a sé stesse e a sé stessi. Che il corpo di un’altra persona non è proprietà di nessuno. Che il no è no. Che amare significa lasciare libera la persona che si ama.
Ai bambini maschi che la loro dignità non dipende dal controllo, che la forza non è dominare, che la protezione non è prigione.
Alle bambine che la loro dignità non dipende dall’obbedienza, che cedere non è amore, che il loro corpo appartiene solo a loro — e che difendersi non è fare del male a qualcuno.
Significa interrompere — ma sapendo come.
Le battute sessiste. Il controllo normalizzato. L’allontanamento giustificato come protezione. La dipendenza economica accettata come naturale.
Significa dire a un collega: controllare non è amore, è violenza.
Significa dire a un amico: il fatto che lei non abbia soldi suoi non è protezione, è una porta chiusa.
Significa, quando vedo una donna che protegge chi le sta facendo del male, non lasciarla sola con quella scelta.
E qui devo dire una cosa che ho imparato sbagliando. Interrompere non vuol dire irrompere.
Nella mia vita mi è capitato di intuire, e qualche volta di sapere, che una donna vicino a me stava subendo violenza. Una volta sono intervenuto, e credo di aver fatto la cosa giusta. Altre volte non sono intervenuto. Altre ancora sono intervenuto male.
Perché lo scontro diretto con chi usa violenza quasi mai protegge lei: la espone. Chi controlla, messo davanti a un testimone, non si ferma — si vendica, e si vendica su di lei. Quello che serve è più lento e più faticoso: restare, farsi vedere, tornare, tenere una porta aperta senza chiedere niente in cambio, non sparire quando lei torna indietro. E muoversi in fretta soltanto quando è lei a muoversi.
Se non sai come fare, non improvvisare: il 1522 risponde anche a chi chiama per un’altra persona, e i centri antiviolenza esistono anche per questo.
Perché non lasciarla sola non significa decidere al posto suo. È la stessa regola di tutto il resto: nessuno dispone di lei, nemmeno chi vuole aiutarla.
Significa stare nel disagio:
Di riconoscere che ho praticato e pratico forme di controllo senza chiamarle violenza. Che ho insegnato dominio credendo di insegnare amore. Che sono rimasto in silenzio davanti a cose che potevo interrompere.
Di sapere che finché la piramide resta in piedi, altre donne chiameranno il 112 da un bagagliaio, e io continuerò a passare a pochi chilometri di distanza pensando a un incidente stradale.
LORENA ISCERI aveva quarantacinque anni.
Aveva il diritto di rifiutare. Aveva il diritto di andarsene. Aveva il diritto di vivere.
Non spetta a me giudicare lui, che ha ucciso LEI. Non è spettato a nessuno.
Spetta a me domandarmi, ogni giorno: sto smontando la base di quella piramide? Sto insegnando a bambine e bambini che il controllo non è amore? Interrompo, quando vedo la violenza trattata come normalità? Uso parole che rivelano il meccanismo, o parole che lo coprono? E quando una donna intorno a me sta proteggendo chi le fa del male, resto?
Il perdono che chiedo a LORENA non è un gesto di un giorno. È un impegno quotidiano — consapevole, faticoso, mai del tutto riuscito — a smontare il sistema che l’ha uccisa.
E comincia dal basso. Dalle parole che uso. Da ciò che insegno. Dai silenzi che rompo. Dal riconoscere che il diritto di dominare che ho ereditato non è natura: è una scelta, che posso e devo smettere di fare.
Se subisci violenza, controllo, minacce: 1522. Gratuito, attivo 24 ore su 24, anche via chat e app.
#culturadellaDignità
Kenneth Fernandes Gallinelli









