Riceviamo e pubblichiamo il contributo inviato alla nostra redazione da Aldo Di Giacomo, criminologo, esperto in fenomeni criminali e responsabile del Centro Italiano di Analisi Criminologiche, in merito al drammatico femminicidio-suicidio di Barberino.
“Più emergono particolari sul femminicidio di Lorena Isceri e più appare evidente che non siamo davanti a un gesto nato improvvisamente. La paura c’era prima. Le persone vicine a Lorena avevano percepito una situazione preoccupante e, secondo quanto emerso, le era stato anche consigliato di rivolgersi alle forces dell’ordine. Lei avrebbe pensato di poter gestire la situazione da sola, forse per paura, forse per una sottovalutazione del rischio.
È questo il punto sul quale dobbiamo fermarci. Non per attribuire alla vittima alcuna responsabilità, che appartiene esclusivamente a chi ha commesso il delitto, ma perché nella maggior parte dei casi di violenza estrema di questo tipo, quando si ricostruisce ciò che è accaduto prima, emergono segnali che erano stati sottovalutati, non compresi fino in fondo oppure non denunciati per paura.
Lo abbiamo visto proprio negli ultimi giorni. Nel caso di Lorena c’erano paura e comportamenti ossessivi dopo la fine della relazione. A Roma una donna, sopravvissuta alle coltellate dell’ex marito, ha raccontato di avere già subito precedenti violenze senza denunciarle. A Udine, prima dell’omicidio del fratello della donna che aveva interrotto una relazione, erano emerse minacce di morte e atti intimidatori rivolti anche alla famiglia. Vicende diverse, ma con un elemento che ritorna: prima dell’esplosione della violenza estrema spesso ci sono segnali.
Minacce, controllo ossessivo, incapacità di accettare la fine di una relazione, pedinamenti, comportamenti persecutori, danneggiamenti, frasi aggressive o minacciose non possono essere considerati semplicemente problemi privati da affrontare all’interno della coppia o della famiglia.
La segnalazione non rappresenta una garanzia assoluta che il delitto possa essere evitato, ma consente alle forze dell’ordine e all’autorità giudiziaria di conoscere una situazione di rischio, valutarla e attivare gli strumenti di protezione previsti. Ciò che non viene segnalato rimane inevitabilmente fuori dal sistema della prevenzione.
Nel caso di Lorena, poi, quanto emerge sulla preparazione dell’aggressione — l’attesa, le fascette, il sequestro, il tentativo della donna di chiedere aiuto — rende ancora più difficile parlare di raptus. Se questa ricostruzione sarà confermata, siamo davanti a un progetto distruttivo organizzato.
Anche il messaggio inviato alla madre di Lorena dopo l’omicidio merita attenzione. Non serviva più a realizzare il delitto. Può essere letto, sul piano criminologico, come la prosecuzione simbolica di una dinamica di dominio anche dopo la morte della vittima: la volontà di comunicare alla famiglia che era stato lui a decidere come quella storia sarebbe finita. Il nostro invito deve essere semplice e continuo: quando una persona comincia ad avere paura, quando le minacce diventano insistenti, quando una separazione provoca comportamenti ossessivi, bisogna chiedere aiuto e segnalare.
Dopo un femminicidio tutto sembra evidente: le minacce, la paura, l’ossessione, i messaggi. La vera prevenzione consiste nel riuscire a riconoscere e affrontare quei segnali prima, non nel ricostruirli dopo davanti a due corpi.”
Aldo Di Giacomo
Criminologo ed esperto in fenomeni criminali
Responsabile del progetto – Centro Italiano di Analisi Criminologiche









