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Nuovo codice in busta paga, leggi con attenzione o ti trovi uno stipendio diverso

Dal 1° maggio 2026 le buste paga dei lavoratori dipendenti privati devono riportare una voce nuova: il codice CNEL del contratto collettivo applicato. Non è un dato decorativo. Verificarlo può rivelare se il contratto che regola il proprio rapporto di lavoro è quello corretto.

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La misura è introdotta dall’articolo 11 del decreto-legge 30 aprile 2026, n. 62 — il cosiddetto Decreto Primo Maggio — e modifica sia la legge n. 4/1953 sui prospetti paga sia il decreto legislativo 152/1997 sugli obblighi informativi verso i lavoratori. L’obbligo vale per tutti i datori di lavoro privati, con esclusione dei dirigenti. Dal mese di maggio ogni cedolino deve indicare il CCNL applicato attraverso il suo codice alfanumerico univoco, assegnato dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro.

Il codice non è una novità assoluta: esiste dal 2020, quando fu istituito dall’articolo 16-quater del decreto Semplificazioni e venne subito reso obbligatorio nelle comunicazioni al Ministero del Lavoro e nei flussi UniEmens all’INPS. L’impresa lo usava già per i propri adempimenti amministrativi. Quello che cambia è che ora deve comparire anche nel foglio che il lavoratore riceve ogni mese — e che, nella maggior parte dei casi, non leggeva con questo livello di dettaglio.

Novità in busta paga: il codice da verificare

Il contratto collettivo non è un riferimento formale. Da esso dipendono la paga base, le maggiorazioni, le mensilità aggiuntive, le regole su ferie, permessi, malattia, maternità e paternità, il TFR e i contributi previdenziali. Secondo alcune analisi, l’applicazione di un contratto meno tutelante rispetto a quello più rappresentativo del settore può tradursi in una perdita economica anche superiore ai 5.000 euro annui per il lavoratore.

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Il problema che il codice CNEL intende affrontare è quello dei cosiddetti contratti pirata: accordi collettivi sottoscritti da organizzazioni sindacali non rappresentative, strutturati per ridurre il costo del lavoro al di sotto degli standard del settore. In Italia esistono oltre 900 contratti collettivi nazionali depositati presso il CNEL. Non tutti hanno lo stesso peso né le stesse tutele. Distinguerli per nome è difficile, perché le denominazioni sono spesso simili tra settori affini. Il codice alfanumerico univoco elimina l’ambiguità: ogni contratto ha il suo identificativo, consultabile nell’archivio pubblico del CNEL.

Un aspetto contro-intuitivo: il decreto non introduce un salario minimo legale unico. Stabilisce invece che la retribuzione del lavoratore non può essere inferiore al trattamento economico complessivo previsto dal CCNL più rappresentativo del proprio settore. Il livello minimo, quindi, non è fisso ma varia in base al contratto, all’inquadramento e all’anzianità. Il codice CNEL in busta paga è lo strumento che consente di rintracciare quel parametro.

La misura si colloca in un quadro più ampio che include un sistema di monitoraggio pubblico delle retribuzioni gestito dal CNEL in collaborazione con il Governo, con l’obiettivo di rilevare in tempo reale i settori in cui le retribuzioni si discostano dai minimi contrattuali e indirizzare i controlli dell’Ispettorato del Lavoro e dell’INPS verso le aree di maggiore rischio. L’associazione tra codice contratto e dati infortunistici aprirà anche nuove possibilità di analisi sulle malattie professionali per comparto.

Il codice va inserito anche nella lettera di assunzione, insieme alle informazioni già obbligatorie come inquadramento, livello, qualifica e retribuzione. Chi riceve una nuova proposta di lavoro dopo il 1° maggio 2026 può — e dovrebbe — cercare il codice indicato nell’archivio del CNEL per verificare a quale contratto corrisponde.

Alcune disposizioni attuative del decreto sono ancora in corso di definizione. I modelli UNILAV per le comunicazioni obbligatorie restano per ora ancorati ai vecchi campi.

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