Se cercate un simbolo del mandato di Matteo Salvini al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, non perdete d’occhio i cantieri: guardate i tabelloni delle stazioni. Sono splendidi monoliti di luce rossa, un tramonto tecnologico perenne che annuncia l’Apocalisse ferroviaria. Nel 2026, l’Italia non corre più sul binario dell’eccellenza europea; è ferma in galleria, al buio, con l’aria condizionata spenta e un vago odore di rassegnazione.
Atto I: Il Chiodo fisso e la manutenzione fantasma
Quella che un tempo era la spina dorsale del Paese oggi ha l’osteoporosi. Episodi un tempo grotteschi — come il celebre “Chiodo di Termini” — sono passati da barzellette da bar a dogmi della fede quotidiana. La rete dell’Alta Velocità è satura, un intestino pigro dove ogni intoppo tecnico si propaga per osmosi fino a Reggio Calabria. Risultato? Un viaggio di tre ore si trasforma in un’odissea di sette, permettendo ai passeggeri di socializzare, invecchiare e, in certi casi, fondare nuove civiltà tra un sedile e l’altro.
Mentre il Ministro si dilettava a tagliare nastri con l’entusiasmo di un bambino a un compleanno non suo, la manutenzione ordinaria è rimasta al palo, o meglio, al binario morto. Abbiamo giocato a “SimCity” con i plastici dei ponti, dimenticando che nel mondo reale i binari si usurano e il personale non si rigenera con un click. Invece di assumere forze fresche per dare tregua a turni massacranti, il Ministero ha sfoderato l’arma finale: la precettazione. Il dissenso dei lavoratori viene insabbiato sotto il paravento della “libertà di movimento”, che ironicamente è l’unica cosa che manca ai treni.
Atto II: Il Grande Gatsby dei Cantieri
Il dramma vero si consuma dietro le quinte del PNRR. La gestione dei fondi europei è stata un balletto caotico di definanziamenti e scadenze spostate “a data da destinarsi”. La digitalizzazione della rete (ERMTS) procede con la rapidità di un bradipo in salita, lasciando il sistema vulnerabile a guasti che un software del 1995 avrebbe risolto in pochi secondi.
E mentre si sogna il Ponte sullo Stretto — la piramide di Cheope del XXI secolo — il divario tra Nord e Sud si è trasformato in un abisso. Muoversi tra le capitali del Mezzogiorno non è un servizio pubblico, è una prova di sopravvivenza per eroi della Marvel. Altro che ponte: servirebbe un miracolo, o almeno un locomotore che non abbia fatto la Guerra di Libia.
Atto III: Il Business delle Frecce e il “Peso” dei Plebei
La filosofia di Trenitalia è ormai cristallina, quasi cinematografica nella sua spietatezza:
Le Frecce: Il Red Carpet ferroviario. Margini stellari, hostess sorridenti e poltrone in pelle per la casta business. Un club privato finanziato, ironia della sorte, da chi non può entrarci.
Regionali e Intercity: Il fastidioso obbligo contrattuale. Trattati come vagoni per il trasporto bestiame, tra soppressioni selvagge e carrozze che sembrano set di film post-atomici.
Se il profitto è l’unica bussola, il diritto costituzionale alla mobilità finisce nel cestino della carta straccia. Il “caso pendolari Umbria e Toscana” del 11 aprile è l’emblema di questo collasso: viaggiatori abbandonati in serata a Termini, forze dell’ordine invocate dai conducenti dei locomotori per sedare la disperazione dei lavoratori e infermieri, manager, impiegati che rientrano a casa all’alba. Una sceneggiatura horror che non merita applausi.
Si dice che in Italia non si facciano rivoluzioni perché siamo tutti “conoscenti”. Ebbene, usiamola, questa vicinanza. La proposta che serpeggia tra i binari è una provocazione che sa di dignità: uno sciopero bianco di massa. Salire sui treni compatti, rifiutandosi di foraggiare un sistema che ci umilia. Niente più abbonamenti per servizi fantasma. Guardare il controllore negli occhi non come un trasgressore isolato, ma come parte di una collettività che rivendica il diritto di tornare a casa in orario.
Insomma, il tempo della pazienza è evaporato insieme alle promesse dei piani straordinari. Se lo Stato e Trenitalia non sanno garantire un servizio dignitoso, i cittadini non hanno l’obbligo di finanziare la propria tortura. Il diktat è semplice: o il servizio torna umano, o il pagamento non è più dovuto. D’altronde, se il trattamento è da bestiame, perché le mucche dovrebbero timbrare il biglietto?
Articolo a cura di Marco Monetini










