In un’epoca in cui le discipline umanistiche vengono spesso percepite come marginali o poco “spendibili”, esistono percorsi che raccontano una storia diversa: quella di come lo studio della filosofia e della storia possa diventare una chiave per attraversare il mondo, comprenderlo e abitarlo con maggiore consapevolezza.
Il cammino di Beatrice Innocenti si inserisce in questa prospettiva. Partito da Molin del Piano, piccolo centro alle porte di Firenze, il suo percorso si sviluppa attraverso tappe diverse, Italia, Spagna, Peru’, Svizzera e infine New York, non come una sequenza di traguardi individuali, ma come un continuo dialogo tra contesti, sistemi educativi e visioni del mondo. Alla base di questo percorso vi è una scelta controcorrente: quella di investire nelle discipline umanistiche. Una scelta sostenuta fin dall’inizio anche in ambito familiare.
“I miei genitori non sono laureati, ma mi hanno sempre trasmesso il valore dello studio e, soprattutto, la libertà di scegliere. La loro fiducia ed il loro sostegno sono stati il mio trampolino nella vita adulta.”
Dopo gli studi tra Firenze e Bologna, il primo momento di apertura internazionale arriva con l’esperienza Erasmus a Valencia, che segna una svolta non solo accademica, ma esistenziale.
“Con il tempo ho compreso che la vita offre molte possibilità, soprattutto quando si accetta di attraversare l’incertezza e di mettere in discussione abitudini e percorsi già conosciuti.”
Da quel momento, l’insegnamento diventa il filoconduttore di un percorso che si muove tra contesti profondamente diversi. L’esperienza a Lima, come docente di storia e filosofia, rappresenta un passaggio fondamentale: qui l’educazione si intreccia con l’impegno sociale, tra attività scolastiche e progetti nei quartieri più vulnerabili della città.
“È stato lì che ho capito davvero cosa significa insegnare: non solo trasmettere contenuti, ma entrare in relazione con realtà diverse.”
Negli anni successivi, tra Italia e Svizzera, prende forma una consapevolezza sempre più chiara: l’educazione non è un modello unico, ma un sistema complesso che cambia in base al contesto culturale e sociale. È proprio questa consapevolezza a trovare piena espressione nell’esperienza attuale a New York, presso La Scuola d’Italia Guglielmo Marconi, dove il confronto tra il sistema educativo italiano, IB e quello statunitense diventa quotidiano.
Da un lato, il modello italiano si distingue per la solidità teorica, la profondità dei contenuti e la capacità di costruire strutture di pensiero complesse. Dall’altro, il sistema statunitense si caratterizza per un approccio più dinamico, orientato alla partecipazione, al problem solving e all’applicazione concreta delle conoscenze.
“Il valore sta nel combinarli: la profondità teorica italiana evita la superficialità, mentre l’approccio pratico americano rende l’apprendimento più concreto.”
In questo equilibrio tra rigore e dinamicità si delinea una possibile risposta educativa alle sfide contemporanee. Non si tratta di stabilire quale sistema sia migliore, ma di riconoscere come il dialogo tra modelli possa arricchire entrambi.
All’interno di questo quadro, le discipline umanistiche assumono un ruolo centrale. Lungi dall’essere residuali, esse offrono strumenti fondamentali per orientarsi in un mondo complesso e interconnesso. In aula, questo si traduce in un’esperienza viva, in cui il pensiero filosofico dialoga costantemente con il presente.
“Quando parliamo di Platone, Rousseau, Kant o Simone de Beauvoir, non restiamo nel passato: usiamo questi autori per leggere il presente.”
La filosofia, in particolare, si rivela capace di intercettare le domande più profonde delle nuove generazioni. Non solo come disciplina teorica, ma come pratica che aiuta a dare forma all’esperienza e a comprendere il senso della fragilità umana. Un esempio significativo emerge nel pensiero di Simone Weil, che mette al centro l’attenzione verso l’altro, il dolore e la responsabilità reciproca.
“Vedo i ragazzi riconoscersi nell’idea che la vulnerabilità non sia una debolezza da nascondere, ma una condizione condivisa da cui può nascere una forma più autentica di relazione.”
In momenti come questi, la distanza tra autore e studente si annulla, e la filosofia torna ad essere ciò che è sempre stata: uno strumento per comprendere se stessi e il mondo. Le esperienze maturate in contesti diversi hanno contribuito a rafforzare una visione dell’educazione come spazio di crescita, più che di semplice valutazione.
“Ogni studente porta con sé capacità, fragilità, intuizioni e potenzialità che spesso aspettano solo di essere riconosciute. Il nostro compito non è riempirlo di risposte, ma accompagnarlo nel percorso attraverso cui può comprendere meglio sé stesso, trovare la propria voce e costruire con consapevolezza il proprio modo di stare nel mondo.”
In questa prospettiva, le discipline umanistiche svolgono anche una funzione etica e relazionale: educano all’empatia, al confronto tra culture e alla responsabilità. In un mondo globale, segnato da differenze e interconnessioni, queste competenze risultano sempre più necessarie.
Il percorso che da Molin del Piano conduce a New York non viene quindi presentato come un’eccezione, ma come una possibilità concreta: quella di un sapere che, pur radicato nella tradizione, è capace di aprirsi al mondo e di creare connessioni.
È forse proprio qui il punto centrale: le discipline umanistiche non chiudono, ma aprono. Non allontanano dalla realtà, ma offrono gli strumenti per abitarla con maggiore profondità. E, soprattutto, ricordano che comprendere il mondo è il primo passo per poterlo davvero attraversare.










