Sempre più persone sottovalutano la valenza che ha WhatsApp nelle nostre vite. In alcuni casi, come la pubblicazione di un semplicissimo stato, può implicare denunce e problemi con la Legge.
Molti utenti di WhatsApp non sanno che pubblicare determinate cose sul proprio stato può avere conseguenze legali. Non si tratta solo di inviare messaggi privati o commenti diretti, ma anche di ciò che si condivide pubblicamente nel proprio stato. La Cassazione ha recentemente confermato che pubblicare messaggi ingiuriosi e minacciosi, anche in un contesto non diretto, può portare a gravi accuse di stalking e altre azioni legali, soprattutto se la persona destinataria dei messaggi li vede, anche involontariamente.
Quando lo stato WhatsApp può metterci nei guai
Nel caso recentemente esaminato, un uomo è stato accusato di stalking per aver pubblicato messaggi offensivi e minacciosi nel suo stato WhatsApp, rivolti all’ex compagna e alla sua famiglia. Anche se questi messaggi non erano inviati direttamente, ma solo visibili a chiunque avesse accesso al suo stato, per i giudici è stato considerato lo stesso come un atto persecutorio. La Cassazione ha sottolineato che lo stalking può essere realizzato anche attraverso la pubblicazione di contenuti sui profili social di soggetti terzi, se l’autore ha ragionevolmente motivo di credere che la persona offesa ne venga informata.

WhatsApp, quando lo Stato può metterci nei guai – Ok!Mugello.it
Il punto cruciale in questa vicenda è che la donna, pur non essendo direttamente destinataria dei messaggi, li ha letti perché il contenuto era pubblico per tutti i contatti dell’indagato. In altre parole, pubblicare messaggi con l’intento che una persona li legga, anche se non inviati direttamente, può essere considerato un atto di aggressione psicologica e minaccia.
Molti utenti, infatti, ignorano che uno stato WhatsApp visibile a tutti i contatti può essere considerato, legalmente, come una pubblicazione. Questo significa che, se i contenuti sono offensivi, minacciosi o diffamatori, chi li pubblica può incorrere in denunce, anche se non c’è stato un invio diretto del messaggio. La Cassazione ha chiarito che pubblicare certe frasi sul proprio stato equivale a inviarle direttamente alla persona coinvolta, soprattutto se questa ha accesso ai contenuti tramite i suoi contatti.
Il caso della “gogna pubblica” sui social
In questo caso, l’uomo aveva scritto sul suo stato WhatsApp riferendosi direttamente all’ex compagna, chiamandola per nome, insultandola e minacciandola. Inoltre, aveva pubblicato commenti sullo sviluppo del processo che lo riguardava, usando espressioni forti e ingiuriose come “munnezz”, un termine offensivo in dialetto. Secondo i giudici, è naturale che la donna volesse sapere cosa l’ex diceva di lei, andando a leggere i messaggi pubblicati nella “pubblica piazza” dei social, come WhatsApp. Questo, insieme agli atti precedenti, ha portato alla conferma delle misure cautelari, compreso il divieto di avvicinamento.
Molti utenti non riflettono sulle conseguenze legali di ciò che pubblicano sui loro stati social. WhatsApp, essendo uno strumento di messaggistica che può sembrare privato, non esonera dall’essere responsabili dei contenuti pubblicati, soprattutto se accessibili ai propri contatti. Gli utenti devono essere consapevoli che, anche un post sul proprio stato, se ritenuto offensivo o minaccioso, può configurarsi come stalking o diffamazione, con le relative sanzioni legali.
Whatsapp, Attenzione a cosa si pubblica sullo stato - Ok!Mugello.it










