Ecco come funzionano. I Velo Ok, colonnine in polietilene di colore arancione utilizzate come box per gli autovelox, sono appena comparsi in Mugello: a Borgo San Lorenzo e frazioni. In tutta Italia, e da anni, suscitano molte domande e poche risposte. E soprattutto gli stessi dubbi, da Nord al Sud: funzionano? E se sì, come? La questione si riassume in una formula contraddittoria: il codice della strada non li prevede, ma neppure li vieta. Nel tempo sono stati oggetto di rimostranze e quasi da subito – nel tira e molla tra cittadini e sindaci – il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti è intervenuto per far chiarezza. Anche se si è entrati nel recinto della burocrazia. Dal 2007 al 2012 le note del MIT esordiscono così: «Non sono inquadrabili in alcuna delle categorie previste dal Nuovo Codice della Strada (…) e dunque per essi non risulta concessa alcuna approvazione». Fino al 2010 il MIT si rifaceva ad una Circolare del Ministero dell’Interno dell’anno prima; poi, invece, il 29 luglio compare la legge n.120, per «Disposizioni in materia di sicurezza stradale». L’art. 60 di quel testo fa riferimento proprio agli impianti per la regolazione della velocità, e si precisava che entro 60 giorni sarebbero stati definiti «l’omologazione e l’installazione». Però, puntuale, arriva l’inghippo (e lo fa sapere qualche mese dopo proprio il MIT): i «manufatti in questione non possono essere classificati come impianti», e per questo non possono neppure essere inquadrati nella disciplina prevista – dopo 60 giorni – dalla legge 120. Continua il testo: «L’eventuale impiego come componenti della segnaletica non può essere autorizzato in quanto i manufatti non sono riconducibili ad alcuna delle fattispecie previste dal vigente Regolamento». Seguono nuove denunce per la mancata implementazione dei box (anche Le Iene su Italia1 se ne interessano nel 2014). Il caso paradossale è Orte (Lazio), dove ne vengono piazzati 30 nel giro di pochi km: un calvario. Alla fine il rebus sul funzionamento si risolve, ma la situazione si complica. I Velo Ok vengono acquistati dalle amministrazioni e dislocati sulle strade cittadine per una finalità deterrente; in sé sono delle scatole vuote al cui interno sarebbe consentito inserire un autovelox per rilevare eventuali infrazioni del limite di velocità. Il guidatore non sapendo se il controllo sia effettuato o meno, nel dubbio, rallenta. Ecco allora il primo appunto: nei centri abitati la legge non consente l’installazione di postazioni di controllo totalmente automatiche. Di fatto, i box – scrive il Ministero – sono utili solo «per rivelazioni temporanee». Quindi un Comune (in questo caso Borgo) ha due possibilità: o assicura la costante presenza della polizia municipale, con relativa segnaletica che annunci la prossimità dell’autovelox agli automobilisti; oppure tiene spenti i «manufatti» (in questo caso quattro). I Velo Ok, insomma, non possono fare – se messi dentro un paese – multe a sorpresa; e per questo sono utilizzati, di norma, con un sistema a rotazione. Quasi per ingarbugliare il tutto, poi, si scrive: «L’eventuale rilevazione di violazioni del limite di velocità, senza la conseguente applicazione delle relative sanzioni, potrebbe configurare l’omissione di atti d’ufficio, mentre l’acquisizione di dispositivi non previsti dalle vigenti norme, e non finalizzati all’accertamento delle violazioni, potrebbe concretizzarsi nell’ipotesi di danno erariale». Dunque: se i Velo Ok vengono attivati, registrano un illecito e il Comune non lo comunica al diretto interessato, si rischia di infrangere la legge; se quell’illecito, però, si riscontra e viene formalizzato grazie a un dispositivo all’interno del boxe irregolare (tipo un autovelox autonomo), senza che una pattuglia si trovi sul luogo e ci sia apposita segnaletica, si infrange la legge comunque. Se poi, per paura di sbagliare, le colonnine rimangono inutilizzate, peggio: soldi spesi per niente, e guai in vista. La madre di tutte le contestazioni è questa: perché mettere i Velo Ok se è comunque necessaria la presenza delle forze dell’ordine? Perché mettere i Velo Ok se non possono agire in solitaria e presto o tardi tutti lo verranno a sapere? Finora la motivazione riguarda la natura dissuasoria dei box: in ogni caso, infatti, porterebbero a diminuire la velocità e creerebbero un’implicita attenzione nel conducente. Anche perché essendo dislocati in punti nevralgici, la probabilità di imbattersi in una successiva pattuglia esiste: ed è sempre meglio non rischiare. Inoltre, dai box, tornando al caso mugellano, entrambi i sensi di marcia della carreggiata saranno monitorati, offrendo la garanzia di una supervisione più stringente. E proprio alla prevenzione punta il sindaco di Borgo, Omoboni. I 1600 euro per ciascuna postazione, ha detto, valgono la sicurezza dei cittadini (che pure avevano richiesto misure contro l’eccessiva velocità) e la salvaguardia di pedoni e velocipedi. A dargli ragione – dubbi a parte – sembrerebbe essere l’esperienza di Prato, dove i “pistolini” non tradirebbero le aspettative, ma in particolare è un un bilancio fatto dal Comune di Carema (Piemonte), tra l’aprile e il febbraio scorso. I primi dati parlavano di una riduzione dei trasgressori del limite consentito al 35% del totale, mentre gli ultimi, sorprendenti – a fronte di 8.000 passaggi giornalieri e 59mila settimanali -, mostrano una quota di infrazioni inferiore all’1%. Con i Velo Ok che a turno ospitano l’autovelox permettendo un servizio efficace. Certo, a Carema vivono solo 774 persone: e il flusso del traffico, va da sé, è più gestibile.













