Il modello economico che ha regolato per decenni la professione del medico di famiglia in Italia è arrivato a un punto di rottura.
Il decreto-legge in arrivo a maggio, firmato dal Ministro della Salute Orazio Schillaci, non si limita a una riorganizzazione dei servizi, ma punta dritto al cuore della questione finanziaria: trasformare radicalmente il modo in cui i medici di medicina generale vengono remunerati, passando da un sistema di libera professione assistita a uno schema che ricalca quello dei dirigenti ospedalieri.
Il pilastro della riforma è il superamento della “quota capitaria”, ovvero il pagamento fisso basato esclusivamente sul numero di assistiti in elenco. Finora, il guadagno di un medico di base era vincolato alla quantità di pazienti: più nomi nel registro, più alto il compenso, indipendentemente dal tempo effettivamente dedicato a ciascuno.
Il nuovo sistema mira invece a una remunerazione basata sulla “presa in carico”. Lo stipendio sarà parametrato sull’attività svolta all’interno della rete territoriale e sulle prestazioni erogate a pazienti cronici e fragili, che richiedono un impegno clinico e assistenziale molto più oneroso rispetto al paziente saltuario.

La vera rivoluzione economica risiede però nell’opzione della dipendenza pubblica su base volontaria. I medici potranno scegliere di abbandonare il regime di convenzione per diventare dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale a tutti gli effetti.
Per il professionista, questo significa una trasformazione dei flussi finanziari: non riceverà più un compenso lordo dal quale dover detrarre i costi di gestione dello studio (affitto, personale di segreteria, utenze, assicurazioni), ma godrà di una busta paga netta, con contributi e oneri previdenziali a carico dello Stato, operando all’interno delle Case di Comunità.
L’obiettivo del Ministero è rendere questa branca della medicina “economicamente competitiva” rispetto alle specializzazioni ospedaliere. Per incentivare i giovani medici a scegliere il territorio — dove oggi mancano oltre 5.700 professionisti — la riforma prevede di nobilitare il trattamento economico rendendolo paragonabile a quello delle carriere più blasonate.
Entro il 2026, con la piena operatività delle Case di Comunità finanziate dal PNRR, il medico non sarà più pagato per “avere” dei pazienti, ma per “gestirli” in équipe multidisciplinari, trasformando il proprio ruolo da gestore di uno studio privato a colonna portante, stipendiata e garantita, del sistema pubblico.












