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Comprare a rate senza accorgersene: il pagamento dilazionato cresce e quasi nessuno lo chiama debito

Alla cassa di un sito di abbigliamento, accanto ai loghi delle carte, compare da qualche anno una terza opzione: paga in tre rate, senza interessi. Nessun modulo, nessuna busta paga da allegare, spesso una risposta in pochi secondi. L’operazione dura meno di un pagamento con bonifico e non viene quasi mai percepita come quello che tecnicamente è: un finanziamento.

È su questa distanza tra percezione e sostanza che si gioca la crescita del pagamento dilazionato in Italia: un fenomeno ormai di massa, fatto di importi minuscoli e durate brevissime, rimasto a lungo ai margini delle regole scritte per il credito al consumo. Da novembre quel margine si restringe.

La domanda cresce del 13,6%, ma l’importo medio resta sotto i mille euro

Il Barometro CRIF sulla domanda di credito delle famiglie, diffuso a fine luglio, indica per il primo semestre 2026 una crescita del 13,6% delle richieste di prestiti dilazionati rispetto allo stesso periodo del 2025. È il ritmo più alto di tutto il credito al consumo: nello stesso periodo i prestiti personali sono cresciuti del 5,6% e i finanziamenti finalizzati tradizionali dell’1,1%, con l’aggregato fermo al 2,7%.

La differenza vera non sta nella crescita ma nella taglia delle operazioni. Sempre secondo le rilevazioni CRIF, l’importo medio richiesto sul dilazionato si attesta intorno ai 1.332 euro, contro gli 8.316 euro dei finanziamenti finalizzati classici e gli 11.724 euro dei prestiti personali. Il dato scende ancora se si guarda al singolo acquisto: nella nota di stabilità finanziaria e vigilanza dedicata al buy now pay later, pubblicata a marzo 2026, Banca d’Italia stima l’importo medio delle dilazioni concesse in poco più di 200 euro, rimborsate in tre o quattro rate, con oltre tre quarti delle operazioni nate online.

Cambia anche il profilo di chi le usa. La stessa nota rileva che la quota di famiglie italiane che ha fatto ricorso a queste formule è passata dal 4% del 2022 al 30% del 2025, pur con circa due terzi degli utilizzatori che le impiega solo saltuariamente. L’idea che si tratti di uno strumento per ventenni regge sempre meno: le analisi CRIF sul secondo semestre 2025 assegnano la quota maggiore alla Generazione X, intorno al 34%, davanti ai millennial al 29,5%, con Generazione Z e baby boomer poco sopra il 18% ciascuna. Sul fronte merceologico prevalgono i beni per uso personale, vicini al 32% dell’erogato, poi abbigliamento e turismo al 16,9% e prodotti per la casa al 15,2%.

Tre rate senza interessi: il conto lo paga l’esercente

Il meccanismo è semplice, ma la parte che conta il consumatore non la vede. Nel modello più diffuso intervengono tre soggetti: chi compra, il negozio e un intermediario finanziario. Quest’ultimo salda subito il venditore per l’intero importo, al netto di una commissione, e si assume il rischio di credito verso l’acquirente, che restituirà la somma in rate addebitate su carta a distanza di trenta e sessanta giorni.

Il servizio quindi non è gratuito: semplicemente il costo non è a carico di chi compra ma di chi vende. Banca d’Italia colloca le commissioni applicate agli esercenti italiani in una forbice ampia, tra l’1% e il 7% dell’importo finanziato, con una media dell’area EMEA intorno al 3%. Sono valori nettamente superiori a quelli di una normale transazione con carta, e l’esercente li accetta perché la dilazione alza il tasso di conversione e lo scontrino medio.

Per il consumatore il costo esplicito compare solo quando qualcosa non funziona. In assenza di interessi, il rischio si concentra nelle penali per ritardato pagamento, che su importi di poche centinaia di euro incidono in misura sproporzionata rispetto al capitale. Il tema non è teorico: la stessa nota segnala che nel 2023 il tasso di deterioramento del comparto si collocava intorno al 5%, sopra il 3,5% del credito al consumo nel complesso.

Dal 20 novembre 2026 il perimetro si allarga

Per anni queste operazioni sono rimaste fuori dalle regole del credito al consumo per una ragione formale: la vecchia direttiva del 2008 escludeva i finanziamenti senza interessi e senza altre spese rimborsabili entro tre mesi, oltre a quelli sotto i 200 euro. Quasi tutte le dilazioni da checkout rientravano in quella casella, e con esse restavano fuori gli obblighi di informativa precontrattuale e di valutazione del merito creditizio.

La direttiva UE 2023/2225, la cosiddetta CCD2, ha chiuso quella porta. In Italia il recepimento è arrivato con il decreto legislativo 212 del 31 dicembre 2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale nei primi giorni di gennaio, che modifica il Testo unico bancario e porta la soglia superiore della disciplina da 75.000 a 100.000 euro. Le nuove disposizioni si applicano dal 20 novembre 2026, termine allineato a quello europeo, con un margine legato alle norme attuative di Banca d’Italia.

Il criterio distintivo non è più il costo ma la struttura dell’operazione. Restano fuori le dilazioni brevi concesse direttamente dal fornitore senza il coinvolgimento di terzi, entro limiti temporali stretti e a condizione che il venditore non sia una microimpresa. Rientrano nel perimetro regolato gli schemi in cui il credito viene ceduto a un finanziatore autorizzato, cioè la configurazione tipica del buy now pay later commerciale. Per quelle operazioni scattano informativa standardizzata prima della firma, diritto di recesso entro quattordici giorni, rimborso anticipato e soprattutto la valutazione del merito creditizio, che l’articolo 124 bis del Testo unico bancario impone ora di condurre anche nell’interesse del consumatore. Se la decisione è automatizzata, il richiedente può chiedere una spiegazione della logica seguita e il riesame di una persona.

Micro rate che si sommano: cosa legge una banca

L’effetto meno intuitivo è quello dell’accumulo. Una dilazione da 180 euro non sposta un bilancio familiare, ma cinque o sei posizioni aperte in parallelo producono un impegno mensile che nessuno ha mai sommato, perché ogni operazione è nata come dettaglio della spesa e non come decisione di finanziamento.

Quelle posizioni, però, lasciano traccia. I contratti gestiti da intermediari vigilati confluiscono nei sistemi di informazioni creditizie, a partire da EURISC, la banca dati gestita da CRIF, dove restano consultabili sia le rate pagate regolarmente sia i ritardi. Quando arriva la richiesta di un mutuo o di un prestito personale, l’istruttoria legge quella storia per intero e la usa per calcolare il rapporto tra rata complessiva e reddito. Un profilo con molte micro esposizioni recenti può vedersi ridurre la somma finanziabile. Il fenomeno riguarda anche chi una storia creditizia non ce l’ha ancora: secondo CRIF la quota di “new to credit” tra gli utilizzatori del dilazionato sfiora il 19%, oltre il doppio rispetto ai canali tradizionali.

Il confronto con un finanziamento classico va fatto sui numeri e non sull’impressione. Il parametro che li rende comparabili è il TAEG, che incorpora interessi, spese di istruttoria, incasso rata e costi accessori, mentre su una dilazione a costo zero il peso reale si misura sulle spese eventuali e sulle penali di mora, voci che vanno cercate nel contratto e non nella schermata di checkout. Per l’alternativa tradizionale il raffronto è più agevole, perché le condizioni sono pubbliche e verificabili anche attraverso comparatori come Prestiti.it, che mettono a confronto le proposte di più istituti. Resta il criterio valido in entrambi i casi: un pagamento diluito nel tempo è un debito, indipendentemente da come lo si chiama alla cassa.

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