Quindi non cambia nulla nemmeno questa volta? «E come? Col nuovo CDA della cooperativa? L’ennesima buffonata. Ma quale rinnovamento, se dentro restano i soliti noti. Figurano nomi di persone accusate di risposte reticenti e omissioni al processo in primo grado per difendere Fiesoli. In questa storia, del resto, il gruppo ha sempre contato più dei singoli. Dietro, in regia, resta gente definita dalla corte “apice di menzogne” o anche dei condannati. Non vedo nessun nuovo corso». E’ severo Sergio Pietracito, presidente dell’associazione vittime del Forteto, sul rinnovamento dei piani alti della coop di Vicchio. E nell’intervista rilasciata non manca di denunciare, ancora una volta, quella che considera un’onta nazionale senza precedenti: anche se, tutto intorno, «il silenzio mediatico è paradossale».
Per lei l’unica soluzione per il caso Forteto è azzerare tutto e ripartire, e da tempo sostiene non si possa far giustizia senza il commissariamento. L’ipotesi scissione non è praticabile?
«Per me, e per la sentenza del 17 giugno, non esistono una cooperativa e una comunità, ma solo una setta. Con il rinnovamento reso noto ieri si mira a intorpidire ulteriormente le acque. Oltretutto, si continua a negare la responsabilità sull’accaduto. Voglio dire: negli anni era la cooperativa che si accreditava per l’affidamento dei bambini, non ci prendiamo in giro. Inoltre, rimane l’intenzione di non risarcire quanto si è rubato alle vittime e allo Stato. Lì si lavorava 365 giorni l’anno senza essere pagati: però arrivava puntuale l’assegno della disoccupazione, che poi finiva nelle casse della coop. Non solo. Da parte del mondo di Legacoop verso la nostra associazione c’è stata una chiusura totale. Qualche anno fa per esempio, in un incontro, mi fu detto di tacere perché col mondo del lavoro non c’entravo nulla. E sapevano bene chi rappresentassi. Mai ci hanno ascoltato e mai c’è stato un segnale di avvicinamento».
E’ sbagliata la strategia probabilmente.
«Certo. Oppure ce n’è una precisa. Si vuole evitare a tutti i costi, confondendo le carte, la vergogna di un commissariamento. Si lavora per l’immagine. Anche e soprattutto a livello nazionale intendo. Però mi chiedo se sia più vergognoso insabbiare o ammettere le proprie colpe. A volte farlo è l’unica soluzione per ripartire. Ma voglio essere chiaro su un punto: dalle ceneri dell’orrore creato e portato avanti per oltre trent’anni da Rodolfo Fiesoli non può rinascere nulla. Il Forteto per come lo si conosce è compromesso: bisogna smetterla di urlare a rinnovamenti impraticabili che offendono le coscienze di chi il sistema l’ha subito. Non si lavano i panni sporchi in famiglia per poi dire che si risolverà tutto».
Però c’è anche chi fa leva sulla rilevanza per il territorio di una realtà economicamente importante come il Forteto. Oppure chi rivendica la salvaguardia del posto di lavoro dei dipendenti.
«Io credo qui ci sia una grossa mistificazione. Ma vogliamo credere veramente che il Mugello senza quest’azienda non va avanti? Si parla spesso di 130 dipendenti: ma non è la verità. E qui anche certi giornali sbagliano. Ce ne saranno tra i 33/34. Sono il primo a dire che anche si trattasse di una sola famiglia il lavoro andrebbe tutelato, ma la politica deve rimboccarsi le maniche e sistemare queste persone: ovviamente non tutte colpevoli. Anche se è difficile fare distinguo perché si espongono di continuo in blocco. Come quando scoppiò la polemica un paio di mesi fa. Lì però si è visto chiaramente come alcuni fossero in malafede, e infatti poi i racconti delle vittime li hanno smentiti. Altri addirittura sono andati a testimoniare al processo “dimenticandosi” dei particolari: come di aver ospitato nelle proprie case i ragazzi. Insomma, mi sembra indecoroso non commissariare per l’aspetto lavorativo o per il valore commerciale. Se si facesse una ricerca nel Mugello si scoprirebbero aziende sconosciute ma con più dipendenti. Qui c’è di mezzo la vita di persone che sono state rovinate: un migliaio secondo la Corte, includendo i familiari. Se si leggono le motivazioni della sentenza non si può difendere l’operato della cooperativa. Non a caso lo si scriveva nella relazione ministeriale del 2013, commissionata dal Governo Letta. Poi, certo, arrivò Poletti nel Governo Renzi (dal 2002 fino al 2014 presidente di Legacoop Nazionale, e dal 2013 presidente dell’alleanza delle Cooperative Italiane, Ndr) e quel documento, a cui mancava solo la firma, fu stralciato. Anche in attesa dell’appello c’è stato un disegno chiaro: si è giocata la carta del vittimismo, della tutela del lavoro. Sono dei maestri in questi giochi sporchi. Ma così si difende una storia raccapricciante».


Riguardo le accuse di Donzelli sul filo conduttore che legherebbe la Regione al Forteto passando per il tramite di Agriambiente Mugello, cosa pensa? C’è stata una smentita abbastanza decisa, proprio sul nostro giornale, da parte del presidente dell’azienda Riccardo Nencini. Si è parlato di residui finanziari più che di affari diretti.
«Sì, ho letto. Affermare ci siano dei legami commerciali di una certa portata tra Regione e Forteto o tra Agriambiente e Forteto, può essere una forzatura. Questo lo capisco. Ma non condivido poi la posizione di Nencini sul finale. Primo, se anche si trattasse di pochi euro, una volta accertata la partecipazione e sottolineato, giustamente, quanto questa sia esigua, bisogna dissociarsi. Secondo, si fa sempre il discorso delle mele marce che non devono pregiudicare tutto l’albero da frutto. No, è sbagliato. La scissione di un unico corpo malato non è possibile.. La cooperativa non può essere difesa. L’unica via è questa: la struttura va data allo Stato e poi va ricostruita una normale azienda con altro nome. Eccolo il vero rinnovamento. Ci vuole l’azione di soggetti terzi. Non servono rimaneggiamenti. Il Marchio Forteto è già nella storia ma non certo per i buoni formaggi. Ripeto, si leggano le motivazioni della sentenza».
Perché cosa si dice sui vertici della cooperativa?
Qualche breve esempio. Su Stefano Morozzi si parla di “tentativo di accreditare all’esterno una parvenza di normalità mai esistita al Forteto”. Su Paolo Bianchi, un altro, si scrive: “Ha cercato di far accreditare come legittima la condotta truffaldina attuata per anni in danno dell’INPS”. Sulla testimonianza di Francesco Rotini non abbiamo dubbi: “Una deposizione del tutto avulsa dalla realtà, assolutamente non credibile”. Per finire con Alberto Bianco: “Deposizioni ammantate di reticenza, volute omissioni e verità distorte”. Ecco chi sono i nuovi. E lo scrive la corte non Pietracito.
Il 26 aprile si apre il processo in appello, altra tappa nell’iter giudiziario della vicenda. E’ possibile uno stravolgimento del verdetto del giugno 2015? Oppure delle concessioni in favore della cooperativa riguardo i risarcimenti dovuti alle vittime?
«Noi confidiamo nella riconferma delle condanne. Il processo del 2015 l’avevamo tanto atteso, dopo molte sofferenze, e sarebbe un peccato un cambiamento di rotta: confermerebbe la natura del Paese in cui viviamo. Con questa storia però c’è da aspettarsi di tutto; e quindi non ci sorprenderebbe un verdetto contrario. Anche nell’82 l’appello stravolse quanto espresso in primo grado. E lì fu l’aiuto di amici potenti a fare la differenza. Vorrei aggiungere che vanno ricordate tutte le vittime, perché solo pochissime fra loro, circa un 10%, sono riuscite a diventare parte civile durante il processo. Quelle dell’associazione sono tutte prescritte. Comunque, la nostra battaglia prescinde dai risarcimenti. Siamo oltre le sentenze: vogliamo soprattutto far conoscere il più possibile l’orrore che è stato e si vuole tentare di offuscare. Anche a livello internazionale».
Fatti di cronaca di entità molto minore occupano le pagine dei giornali e lo spazio dei Tg per settimane. Perché del Forteto non si parla?
«Il Forteto è una delle più grandi vergogne nazionali dal dopoguerra a oggi. E non se ne parla perché da Fiesoli e compagni sono passati in tanti. Era un passaggio obbligato. Un Rito. Una passerella. Andando nella comunità non credo si siano costruite grosse carriere politiche (almeno per chi nel panorama nazionale era già in alto), ma rimangono numerosi dubbi su ascese di professionisti nei settori pubblici a livello Provinciale. Certo, qualcuno, nel locale, è stato aiutato. Oggi però la politica non si prende la responsabilità di indagare fino in fondo. Si pensi alla commissione d’inchiesta bis: senza poteri adeguati, come ne avrebbe una parlamentare, è molto limitata. Il fatto che il Pd, di fronte all’opposizione compatta, non abbia voluto procedere fino in fondo, bocciando la mozione Bergamini, la dice lunga. Della gravità dei crimini commessi, poi, non ci si rende ancora conto. L’opinione pubblica non conosce la dinamica della storia e perfino nel Mugello non c’è la giusta percezione. E questo lo vuole la politica: oggi chi governa viene dalla Toscana e fa finta di non sapere nulla. In Tv abbiamo avuto spazio sulle Iene, per esempio, o su Studio Aperto. Vespa ebbe pressioni sulla puntata in merito, è una storia nota (e poi però non si è presentato in commissione). Sulla Rai poco o niente. Un esempio recente: mi chiama Alessandra Fiori, di Radio24, per conto di Giovanni Minoli; mi chiede del materiale, glielo mando e poi sparisce. Ricompare di nuovo e poi nulla. E questo è un atteggiamento diffuso. Il Forteto è stato un inferno: ma non lo si vuole dire».












