Lettere dei Lettori

San Giovanni Rotondo. Il grande disegno di Padre Pio. “Curare il corpo ed educare al dolore”

Un’imponente costruzione che ha ormai acquisito fama e rilevanza internazionale, essendo conosciuta in tutto il mondo come...

Zingaretti maggio

L’ architettonico e monumentale edificio in pietra è fortemente legato alla figura del mistico frate di Pietrelcina. Progettato dall’architetto Sirio Giametta, nativo di Frattamaggiore, visitato da tre Pontefici, l’imponente plesso sanitario, tra i più conosciuti al mondo, fu inaugurato il 5 maggio 1956.

Nella mente di Padre Pio scorrevano spesso, specialmente nelle sue notti insonni, le immagini degli ospedali militari meridionali dove ebbe la ventura di inoltrarsi e di intrattenersi, vivendo uno dei periodi più travagliati della sua vita tra il 1916 e il 1918, quando dovette affrontare continui ricoveri presso l’ospedale militare della Trinità a Napoli. Dopo diverse visite mediche, lo visitò anche il professor Antonio Cardarelli; il 16 marzo 1918 fu definitivamente congedato per essergli stata riscontrata una infiltrazione polmonare e catarro bronchiale cronico.

Il santo frate pensava spesso anche ai bambini che, al suo paese, Pietrelcina, non superavano i primi mesi di vita a causa di malattie endemiche. Fra questi anche i suoi fratelli, Francesco e Amalia. L’idea di costruire un grande centro clinico a San Giovanni Rotondo divenne per lui, di giorno in giorno, sempre più consistente.

Anche dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il conflitto più violento e sanguinoso della storia dell’umanità, mentre il mondo contava 100 milioni di morti e inventariava le rovine che il nazismo e il fascismo, da una parte, e le grandi democrazie occidentali, alleate per necessità con l’Unione Sovietica, dall’altra, si erano lasciati alle spalle, sul Gargano seguitavano ad arrivare profughi e senzatetto che in tasca non avevano nemmeno una lira. I frati cappuccini, da parte loro, non lesinavano aiuti e sostegni materiali.

Al termine del conflitto la povertà, la fame e la disperazione dominavano sovrane in Italia. Fu quello un periodo di grande sofferenza ma anche di scelte politiche. La Chiesa, per bocca del Pontefice e dell’episcopato (all’epoca era Papa il cardinale Eugenio Pacelli, ovvero Pio XII), sentì il dovere di invitare i cattolici a operare anche nel sociale e nel campo politico. Era in pericolo l’uomo, con la sua dignità e la sua inalienabile libertà, e i seguaci di Cristo non potevano restare insensibili al grido disperato che si levava dal Paese.

Dopo una fantasmagorica campagna elettorale, che fece riscoprire agli italiani il gusto della libera discussione, venne decretata, con la vittoria repubblicana nel referendum, la fine della monarchia. Sorsero accesissime polemiche, in quanto il leader democristiano Alcide De Gasperi non sposò apertamente la causa della Repubblica. Tanto che qualcuno, e i dubbi restano ancor oggi, sostenne che nel conteggio dei voti ci furono brogli. Sta di fatto che il “re di maggio”, Umberto di Savoia, pagando colpe non sue, lasciò l’Italia, consentendo l’insediamento del primo capo provvisorio dello Stato repubblicano.

Al governo erano presenti tutte le forze politiche antifasciste sotto la guida di De Gasperi, che, per chiedere sostanziosi aiuti alimentari in favore delle stremate popolazioni rimaste senza casa, senza lavoro e senza speranza, dovette recarsi subito negli Stati Uniti d’America. Era il momento della carità. Era urgente dare un tozzo di pane agli orfani, alle vedove, ai reduci di guerra, ai poveri, agli affamati.

A San Giovanni Rotondo, in quel drammatico dopoguerra, Padre Pio ricordava che “la carità è la regina delle virtù. Come le perle sono tenute insieme dal filo, così le virtù sono tenute insieme dal filo della carità. E, come se si rompe il filo le perle si disperdono, così, allo stesso modo, se viene meno la carità anche le virtù si perdono nel nulla”.

Memore delle “tempeste” che si erano già scatenate in passato sul suo rifugio in cima al Gargano, il santo frate di Pietrelcina stette in silenzio, per non provocare altre inchieste da parte delle autorità vaticane. Passati i giorni terribili della guerra e dell’immediato dopoguerra, infatti, si riaccesero antiche tensioni proprio per il crescente numero di fedeli e per i progetti che Padre Pio aveva in animo di realizzare.

Il 5 ottobre 1946 si costituì una società per azioni denominata “Casa Sollievo della Sofferenza”, sorta per costruire l’ospedale ideato dal monaco santo. Una povera vedova di San Giovanni Rotondo, qualche giorno dopo, donò al frate una banconota da cinquanta lire come offerta per l’ospedale che doveva sorgere tra le pietre garganiche. Padre Pio non voleva accettarla, ma la donna si offese: “Padre, io lo so, lei non vuole accettare questa banconota perché la ritiene poca cosa, ma io sono povera e non posso dare di più”, sussurrò con le lacrime agli occhi, spiegando che le cinquanta lire erano il frutto dei suoi risparmi.

“Non acquisto fiammiferi e mi faccio dare il fuoco per accendere il mio camino dalle amiche. Spengo la lampada molto presto e, alle volte, evito addirittura di accenderla”, motivò ulteriormente la donna. All’udire queste parole il frate si commosse e accettò l’offerta.

Fu così che, intorno al convento, il 19 maggio 1947 iniziarono i lavori per l’edificazione del plesso sanitario. Martelli e picconi entrarono finalmente in azione. Per la realizzazione del progetto del nosocomio, Padre Pio aveva chiamato un architetto di Frattamaggiore, Sirio Giametta, che lo aveva elaborato sviluppando 40 tavole. Si iniziò con lo sbancamento della montagna e poi si provvide a dirottare l’acquedotto pugliese per avere acqua a sufficienza.

I cappuccini, impegnati anche in altre parti della provincia religiosa a riparare i danni che la guerra aveva causato ai conventi, non credettero ai loro occhi quando si trovarono di fronte a un ingegnoso programma per realizzare l’opera, avendo anch’essi, pur considerando il loro confratello un mistico, pensato che, riguardo al sorgere dell’ospedale, Padre Pio fosse un po’ un “sognatore”. Dovettero però ricredersi, in quanto lo “stigmatizzato” fece costruire laboratori di falegnameria per la lavorazione degli infissi, una fornace per la calce e impianti per la lavorazione della pietra.

“Si lavora in economia”, spiegavano i confratelli, e lo stesso Padre Pio si recava con frequenza sul grandissimo piazzale, fra gli operai e i tecnici, per seguire i lavori e suggerire soluzioni. Non mancarono discussioni con gli addetti ai lavori che, ad onor del vero, non sempre sopportarono le intromissioni del frate, a volte considerato un po’ troppo invadente.

Nel dicembre 1949 l’edificio della “Casa Sollievo della Sofferenza” venne coperto. Sul tetto fu posto a sventolare il tradizionale vessillo tricolore. Le maestranze parteciparono a una festa in famiglia, nel corso della quale l’ideatore della grandiosa opera spiegò che il miracolo “è stato possibile grazie alla Provvidenza”. Le mura e il tetto erano costati oltre 300 milioni di lire. Un paio di anni più tardi, era il 1951, la spesa salì a quasi mezzo miliardo.

Cifre da capogiro per l’epoca, che provocarono voci poco benigne nei confronti del francescano del Gargano, il quale, con assillante monotonia, fu duramente accusato da taluni di aver tradito la regola di San Francesco d’Assisi, che impone a tutti i “minori” l’assoluta povertà.

Nei primi giorni di gennaio del 1940 erano riuniti intorno a Padre Pio, a offrire il loro obolo:

  • il dottor Kisvarday
  • il dottor Sanvico
  • Ida Seitz
  • Elena Bandini
  • Davide Aucone
  • Ettore Masone
  • Pietro Cugino
  • Cleonice Morcaldi
  • Silvio Zeni
  • Antonio Massa

In tutto furono raccolte 967 lire.

Nell’impresa vennero poi coinvolte persone di varia estrazione sociale e di ogni parte del mondo. C’era un medico toscano, il medico mugellano Guglielmo Sanguinetti, nato a Parma; poi un tuttofare abruzzese, Angelo Lupi, nato a Castelfrentano, in provincia di Chieti; una giornalista inglese, Barbara Ward; e alcuni nobili romani.

Una specie di “Arca di Noè” o, come sussurrarono i maligni, una specie di “Corte dei miracoli”. Ci fu anche il sospetto, si disse, che molti seguirono Padre Pio per ricavarne benefici personali. Ma i fatti diedero torto alle basse e meschine insinuazioni, perché l’opera, nonostante tutte le difficoltà, continuò a crescere a vista d’occhio.

Arrivarono anche sostanziosi contributi dagli Stati Uniti, che però non poterono essere incassati per intero. Tortuosi burocratismi fecero volatilizzare oltre cento milioni di lire, ma duecentocinquanta giunsero a destinazione, permettendo la prosecuzione dei lavori.

A San Giovanni Rotondo, in quegli anni, si viveva in un clima sempre “inquinato” dalle critiche e dai sospetti, nonostante il carattere riservato del protagonista di questa affascinante e, sotto certi aspetti, misteriosa vicenda.

Padre Pio era una persona semplice, umile e molto timida, che cercò sempre di sfuggire all’attenzione della collettività. Il santo frate, pur vivendo “rifugiato” in convento, dove esercitava il suo ministero pastorale al servizio del Signore e della salvezza delle anime penitenti, fuggiva i clamori del mondo. Ma il mondo lo raggiunse anche nella sua “clausura” e gli procurò molti problemi che egli, pazientemente, cercò di affrontare, in quanto visse e soffrì, come ogni buon religioso, per i fratelli.

A causa della salute malferma e delle sofferenze fisiche, le stimmate, molti sostenevano che perdesse almeno una tazza di sangue al giorno. Ma anche le sofferenze morali gli causarono un atroce patire dello spirito. Padre Pio affrontò tutte queste afflizioni con grande serenità e accettazione. Egli stesso invitava a non scoraggiarsi, a non perdersi d’animo: “lo spavento è un male peggiore del male medesimo”, diceva.

Nel suo animo vi era una forza soprannaturale di amare il prossimo più di sé stesso. Davanti al Crocifisso pregava intensamente, sussurrando: “Gesù mio, salva tutti. Io mi offro vittima per tutti. Rafforzami, prendi questo cuore, tienilo nel tuo amore e poi comanda ciò che vuoi”.

Quando qualcuno lo metteva in guardia nei confronti di personaggi un po’ troppo disinvolti, il fraticello di Pietrelcina, con arguzia mista a rassegnazione, rispondeva che “persino Cristo ebbe un traditore tra i primi dodici seguaci”.

Mentre a San Giovanni Rotondo si costruiva l’ospedale fortemente voluto da Padre Pio, nel convento di Santa Maria delle Grazie salirono almeno tre missioni vaticane. Il Sant’Uffizio sottopose al “Padre Generale” dei cappuccini non pochi inconvenienti riscontrati dagli “inviati”. Tra queste anche la condanna della Santa Sede di alcune pubblicazioni su Padre Pio, che, da parte sua, fece sapere che su di lui si scrivevano e si dicevano cose, anche meravigliose, che non corrispondevano al vero.

All’orizzonte si intravedevano nubi minacciose, che coinvolsero uomini di Chiesa e di cultura in serrate dispute sul futuro santo. Padre Pio teneva però a ribadire sempre che “Casa Sollievo della Sofferenza non era solo un’opera per il sollievo dei corpi, poiché, se così fosse, sarebbe stata solo una clinica modello, mentre doveva essere operante anche all’amore di Dio mediante il richiamo della carità. Il sofferente deve vivere in essa l’amore di Dio per mezzo della saggia accettazione dei suoi dolori. L’amore di Dio dovrà corroborarsi nello spirito del malato mediante l’amore di Gesù crocifisso che emanerà da coloro che assistono l’infermità del suo corpo e del suo spirito”.

Anche tra i collaboratori più fidati del santo stigmatizzato esplosero contrasti clamorosi. I frati ebbero paura. L’afflusso dei fedeli, desiderosi di confessarsi, provocò un caos indescrivibile nella chiesetta del convento dei cappuccini. Addirittura, alcune zelanti fedelissime del “frate dei miracoli” facevano a gara per accaparrarsi i posti più vicini all’altare, dove ogni mattina, alle cinque in punto, il frate celebrava la santa Messa.

I superiori dell’“Ordine” cercarono di evitare il coinvolgimento del mistico di Pietrelcina, invitandolo a tenersi lontano dalle diatribe dei suoi figli spirituali. La situazione si aggravò il 6 settembre 1954 con la morte improvvisa del dottor Guglielmo Sanguinetti, uno dei pionieri, formidabile braccio destro di Padre Pio, nella costruzione di “Casa Sollievo”.

L’uomo chiamato successivamente a sostituire il medico mugellano, l’ingegner Luigi Ghisleri, industriale milanese, non riuscì a governare al meglio, poiché, sbarazzandosi delle persone che non erano in possesso di specifiche competenze, inaugurò il nuovo stile basato sulla professionalità. L’era eroica dell’improvvisazione era tramontata per sempre e a nulla valsero i sentimentalismi.

Padre Pio si rese conto che il cammino da percorrere era ancora molto lungo, ma la Provvidenza sostenne l’opera cui il santo teneva tantissimo. Era il 5 maggio 1956 quando, a coronamento di tanti nobili sforzi, fu inaugurato il modernissimo ospedale di San Giovanni Rotondo.

La bianca mole dell’edificio si stagliava imponente nella verde montagna, trasformando radicalmente il desolato paesaggio garganico. L’ospedale era dotato di attrezzature all’avanguardia per l’epoca (lo è anche oggi) e contava i seguenti reparti:

  • chirurgia generale
  • urologia
  • medicina
  • cardiologia
  • ortopedia
  • pediatria
  • ostetricia con annessa sala operatoria
  • radio-diagnostica
  • laboratori per le analisi
  • servizio trasfusionale

I posti letto erano 300, oltre a centrali termiche ed elettriche, lavanderie, cucine e altri servizi che rendevano autonoma la cittadella del dolore. A valle, la “Casa” disponeva anche di una fattoria che forniva i principali generi alimentari per gli ammalati.

Il primo malato varcò le soglie dell’ospedale il 10 maggio 1956. Alla fine del mese i ricoverati erano 25.

Le sentenze velenose che erano state proferite dai “maligni” sull’ospedale voluto fortemente da Padre Pio — che lo avevano definito un “monumento nel deserto”, “un’opera inutile” o, peggio ancora, “una follia”, “una truffa”, “un pozzo senza fondo” — erano state vinte e spazzate via.

Era sorto l’ospedale “Casa Sollievo della Sofferenza”, l’unico nosocomio al mondo a essere ancora oggi sostenuto, a 70 anni dalla sua edificazione, dalle offerte dei fedeli provenienti da tutto il mondo: l’ospedale della carità.

Il grandioso plesso della carità vanta numeri importanti:

  • un fronte di 190 metri
  • 200 chilometri di cubatura
  • cinque piani di altezza e due di attico
  • viali, giardini, piccoli piazzali
  • oltre 2.000 chilometri di condutture elettriche
  • oltre 100 chilometri di tubature di ferro per riscaldamento, impianto idrico e aria condizionata
  • oltre 7.000 metri di tubature in rame per gas terapeutici e frigoriferi
  • scalinate di marmo verde e zoccoli di marmo rosa per tutta la lunghezza dei corridoi

Un’imponente costruzione che ha ormai acquisito fama e rilevanza internazionale, essendo conosciuta in tutto il mondo come un ospedale che, integrando ricerca scientifica avanzata e alta specializzazione, è in grado di offrire, con i suoi 900 posti letto, circa 4.300 prestazioni diagnostiche e terapeutiche, coprendo 50 specialità cliniche.

Un polo sanitario di eccellenza che, garantendo 57mila ricoveri annui, è pronto, sotto la protezione del Santo di Pietrelcina, ad accogliere le nuove sfide mediche e sanitarie del futuro.

Tre successori di Pietro si recarono a San Giovanni Rotondo in visita a Padre Pio:

  • Papa Giovanni Paolo II, il 25 maggio 1987
  • Papa Benedetto XVI, il 21 giugno 2009
  • Papa Francesco, il 18 marzo 2018

Tre storiche giornate nelle quali i tre Pontefici visitarono e confortarono gli ammalati ricoverati nell’ospedale tanto caro al Santo di Pietrelcina.

Papi padre pio 2026 zingaretti

In mezzo Padre Pio. Ai lati il progettista dell’ospedale l arch Sirio Giametta.

Articolo a cura di Giuseppe Zingarelli

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