Mio zio Aldo, saggio contadino alto-mugellano, soprannominato dagli amici “Aldett”, e da coloro che non lo stimavano poi molto “Montalban” (perché) aveva il vizio di alzare un po’ il gomito (come d’altronde era uso a quei tempi), aveva però, come tutti i contadini del Mugello e dell’Alto Mugello (Ex Romagna Toscana), tanta saggezza e anche molto umorismo. Egli fumava solo il mezzo sigarino toscano o la pipa, tra un sosta del lavoro e l’altra, tra un “bicir di vin bon” e tra una smazzata di carte e l’altra.
In quel territorio la gente, essendo zona di confine, ed essendo una volta appartenuta alla Romagna, non si sentivano né Toscani né Romagnoli. Tanto per citare un esempio della sua schiettezza ed ilarità quando accendeva il sigaro o la pipa con gli ‘zolfini’ (vi ricordate quei fiammiferi che sapevano di zolfo, quando li accendevi), andava quasi sempre su tutte le furie. La ragione? Perché il sigaro toscano non si accendeva alla prima (non ‘tirava’, come dicevano allora). E allora erano guai. Spesso diceva, rivolgendosi a me ‘toscanaccio’ e fiorentino, che dei “Toscani” (riferendosi ai sigari, ma alludendo alle persone) non ce n’era neppure uno “schietto” (affidabile).
Certo trovandosi in zona di confine (lo zio abitava a Visignano di Firenzuola), quando erano con i Mugellani e i Fiorentini, si sentivano Romagnoli a tutti gli effetti; quando invece andavano a Imola, a Faenza e, in genere nella Romagna, si sentivano Fiorentini e Toscani. Mio cugino che abita a Milano da tanto tempo e che proviene da Monti di Firenzuola lo chiamano “il toscanaccio”! Vorrei riferirvi di un aneddoto che mi è stato raccontato di un abitante di Monghidoro, c’era in paese un uomo molto ‘matto’ (come usano dire da quelle parti (Balzarott), il quale aveva la propria casa fra il confine di Emilia e Toscana. Essendo questo un po’ matterello, aveva una vecchia cinquecento con due targhe diverse: quella anteriore targata Firenze e la posteriore targata Bologna. Difatti quando passava vedevi prima la targa FI…..e poi quella sul retro BO….Ma i viglili del posto conoscendolo, non lo fermavano neppure.
Nella saggezza di questa gente di montagna sentivi spesso nelle loro bocche, la loro favella cadenzata, quasi un canto sonoro, che ti induceva ad ascoltarli, quasi come per una forza misteriosa. Usavano spesso i proverbi, che sono la saggezza dei popoli, specialmente dei nostri genitori e dei nostri nonni. Uno di questi proverbi, riferendosi a qualcosa che non appartiene né ad una categoria, né all’altra era il seguente: “Non è da pesce né da carne”. Oggi in questo mondo arruffato quante cose potremmo affermare che non appartengono né all’una né all’altra specie?
Così mi verrebbe da pensare per la Lupa “Capitolina”, un falso, un relitto trasformato in lupa allattante durante il Rinascimento (aggiunta dei due gemelli) e probabilmente prima (periodo medievale). La lupa era salita agli onori degli altari nel periodo fascista, periodo in cui tutto doveva essere “Romano”, perfino le città della Toscana come Firenze o Siena che erano etrusche a tutti gli effetti, anche se in seguito sono diventate colonie romane (purtroppo!). Questo perché “Roma è Roma” e il nostro Duce aveva la mania della “grandeur” romana. E la “grander” dei dittatori finisce come deve finire “Sic transit gloria mundi”.
In breve la storia della Lupa Capitolina può essere riassunta così: sistemata nel Museo Capitolino (da ciò il nome di “Lupa capitolina”), fu ‘venerata’ nel periodo fascista e, precedente, come simbolo per eccellenza della gloria romana. In una trasmissione televisiva l’allora direttrice dei Musei Capitolini Dr.ssa Anna Mura Sommella in una trasmissione culturale condotta dalla presentatrice e giornalista Foschini su Rai Due, aveva affermato che la lupa fosse opera del V-VI secolo fatta nell’ambito della Magna Grecia, da maestranze greche che lavoravano in Italia (questo era il concetto) (***).
Più tardi (2006) una restauratrice molto esperta e molto coscienziosa Dr.ssa Anna Maria Carruba, dopo aver fatto parte del gruppo di restauro della lupa, dichiarava, in un suo libro che si trattava di opera medievale e citava tutta una serie di circostanze tese ad avvalorare la propria tesi. Il tema tornava verso il 2010 con la pubblicazione degli atti di un convegno che si era tenuto presso la Facoltà di Lettere della Sapienza dal titolo: “La lupa capitolina, nuove prospettive di studio”. In questi atti venivano resi pubblici le datazioni ottenute con il Carbonio 14 e assegnavano l’opera al XII-XIII secolo della nostra era (medioevo).
Sembrava così che il discusso capitolo “Lupa” fosse archiviato per sempre.
Ma la cosa non sta in questi termini.
Recentemente un ‘luminare’ della scienza del restauro Edilberto Formigli dell’Opificio delle Pietre Dure (organismo statale presso il quale il sottoscritto ha lavorato per ben sette anni) ha riaperto il caso, dopo minuziosa ed attentissima indagine, che è stata pubblicata dalla Rivista scientifica (suppongo, dopo attento vaglio del suo Comitato scientifico) che “la lupa sarebbe una copia in bronzo medievale eseguita attraverso un calco ripreso da un originale etrusco-italico”. Archeologia Viva luglio agosto 2012 – Articolo di Edilberto Formigli: “Lupa Capitolina – Antica? Sì! Anzi….medievale” pag 13 e segg.)
Si tratta davvero di un titolo umoristico. Poi avete notato il verbo al condizionale: “sarebbe”? Come dire, questa chiesa è barocca, però potrebbe essere anche romanica. Oppure mio zio aveva le scarpe marroni però aveva la cravatta a pallini.
Cose da pazzi! Senza contare, e gliene diamo atto, che si tratta di uno dei massimi esperti di antiche fusioni in bronzo! Chissà se fosse stato un dilettante o un modesto cultore di arte antica! Poi l’articolo continua:
“Dopo le ultime indagini è possibile dimostrare che, sia coloro che parteggiavano per l’antichità della Lupa sulla base di argomentazioni iconografiche-stilistiche, sia coloro che la datavano al Medioevo limitandosi agli aspetti tecnici, hanno avuto ragione. (Eccoci alla conclusione…) Infatti, si tratta dio una copia medievale da originale antico (dov’è questo originale?) eseguita….ecc. ecc. (op. cit pag 15).
Insomma, come diceva mio zio Aldo: “di questi Toscani (riferendosi al suo sigaro, ma indirettamente anche alle persone) non ce n’è uno schietto”. Pertanto, una cosa è dire: “è carne”; altra cosa è dire: “è pesce”. Non possiamo dire che, come diceva, citando il proverbio, lo zio Aldo: “non è né carne e né pesce”.
Cosa significa: L’opera ‘sarebbe’ medievale se però non fosse antica. Come dire io mi ‘chiamerei’ Paolo se però non mi chiamassi Marco.
Ma allora cos’è? Vi rispondo io: è un ‘pateracchio’, un ‘abborracciamento’, un romanesco “volemose tanto bbene”, un dare un colpo al cerchio ed uno alla botte, un voler accontentare tutti ed a tutti i costi (E NON ACCONTENTARE NESSUNO).
Forse si tratta di una falsa notizia? Mistero risolto? Molto scetticismo…
Perché dico questo? Forse perché bisogna accontentarsi dei risultati attuali, forse manca una ‘formella’ importante di questo gigantesco “puzzle”, che non ci fa capire o non ci fa vedere le cose come realmente sono nella loro interezza. Bisognerebbe accontentarsi dei risultati finora ottenuti e aspettare giorni migliori per la risoluzione definitiva del problema. La ricerca però deve andare avanti senza preconcetti di alcun genere.
Non mi sento sinceramente di dire altro. Mi dispiace per tante persone che vengono ‘manipolate’ da notizie, cosiddette scientifiche, ma che in realtà di scientifico hanno molto poco e spesso tanta voglia di fare “scoop” giornalistico.
Con tutto il rispetto e il valore che attribuisco a Riviste come “Archeologia Viva”, che è una rivista ben fatta, piena di informazioni attendibili, ben documentata, ma che di tanto in tanto ‘deraglia’, come fanno i treni migliori…
L’unica cosa che mi verrebbe da chiedere è questa: la Dr.ssa Anna Mura Sommella, già direttore dei Musei Capitolini, sarà contenta di questa “trovata” scientifica di Edilberto Formigli pubblicata da Archeologia Viva? Un piccolo pettirosso sul ramo di un albero mi bisbiglia: “No”!
Sara vero?
In foto: Lo zio Aldo al taglio del fieno alla Carlina (Caburaccia-Firenzuola) mentre accende la pipa
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