Pubblichiamo oggi (sabato 19 febbraio) ampi stralci della interessante riflessione di un lettore (Tommaso Capasso), arrivata ieri in redazione:
Ci sono luoghi che esprimono una forza particolare, una forza simbolica. Non si possono distruggere impunemente i simboli. L’essere umano è fatto di carne e sangue, ma la sua sostanza più intima, la sua essenza, la sua forza, la sua vera natura è fatta di simboli, cioè la capacità di vedere, di sentire qualcosa che va oltre l’aspetto materiale, l’aspetto visibile.
Un bosco, con i suoi alberi, i silenzi, i canti, le ombre, i profumi, la sua vita segreta, non è solo un bosco, ma rappresenta l’anima della terra e l’anima umana. Anima umana e Natura sono lo specchio una dell’altra.
Un crinale è la linea di congiunzione tra la Terra e il cielo. I due opposti che si toccano. Materia e spirito. Che costantemente vivono dentro di noi, e che vediamo magnificamente congiunti sul crinale. Il suolo, il sottosuolo, la vegetazione, la fauna di un bosco, di un crinale, somigliano alla meccanica delle viscere di un orologio. Ma a differenza di questo vive di vita propria, non indotta da batterie o ricariche manuali. Una vita indipendente e autonoma, ma anche fragile, delicata.
Fatta questa premessa il nostro lettore dichiara la sua contrarietà al progetto di impianto eolico sul Giogo di Villore. E afferma:
Noi non lo possiamo permettere, glielo dobbiamo impedire, perché il crinale di Villore non è di nessuno, non è una proprietà privata, è un bene comune.
Noi abbiamo sete di questo posto. Ne siamo non innamorati, di più, ne siamo inebriati. Noi abbiamo una sete inestinguibile di questo posto, perché lì si ritrova pace e si fa pace con l’umanità. Perderlo sarebbe per noi, anche per chi ne è inconsapevole, una ferita sempre aperta, non cicatrizzabile.
E ancora:
Il crinale così com’è ora ha un potenziale benefico e curativo. Possiede in tutte le sue componenti forza rigenerativa. Stiamo per perderlo!
In un altro passaggio spiega i motivi della sua opposizione al progetto:
Noi vorremmo che ogni persona liberasse l’energia attiva, critica e creativa che possiede, verso un più alto livello di consapevolezza e libertà. O si fa questo o si diventa inevitabilmente schiavi dell’altissima capacità manipolatoria che la finanza, la politica e la tecnica possiedono e gestiscono nel loro interesse.
C’è un’intima consonanza tra l’essere umano e la natura. E ce ne accorgiamo con prove semplici. Infatti, quando scoppia la primavera: con la luce, i canti degli uccelli, le varie tonalità di verde che rivestono le cime e le pendici dei monti e la variegata ricchezza dei fiori, anche l’interiorità umana si espande in direzione della gioia e dell’apertura verso le relazioni. Viceversa, con l’inverno sperimentiamo la tendenza a chiuderci in noi stessi.
Per questa consonanza, per quest’intima relazione tra la natura e l’uomo, colpire l’una significa colpire l’altro. Se potessimo, con la forza della volontà e dell’indignazione, alzare un muro contro questo progetto, un muro metaforico, sarebbe una muraglia insormontabile e inscalfibile da ogni arma, anche la più sofisticata, che pure continuano a costruire e non finiscono più di costruire. Ormai ce n’è tante, di armi, da poter distruggere più e più volte l’intera Terra e cancellare ogni traccia di vita, (almeno quella umana).
Sembra, e forse lo è davvero, una maledizione, quella della genialità umana: in ogni sua invenzione, in ogni sua ideazione, c’è il germe della distruzione, del rivolgimento contro se stessa. Ogni conquista, portata all’eccesso, diventa venefica e irreparabile.
E oggi tutto viene portato all’eccesso. Sarà la sete di guadagno, la sete di dominio? Qualunque cosa sia è una sete che costantemente travalica i limiti umani, la giusta misura. Una volta, in età classica, si diceva che l’uomo è la misura di tutte le cose.
Oggi si può ben dire che l’uomo è la dismisura di tutte le cose. La ricerca del potere dell’uomo sull’uomo, il tentativo di estrarre dal prossimo, – con leggi che legalizzano lo sfruttamento -, e dalla natura, ogni risorsa possibile a proprio vantaggio, è diventata la regola funesta che porterà inevitabilmente alla distruzione generalizzata.
Forse per ritrovare la misura l’uomo deve accettare i limiti del proprio esistere: il dolore e la morte. Sembra proprio che ogni eccesso abbia lo scopo di negare il dolore e la morte.
Oggi il potere che la tecnica ha dato all’uomo fa credere che i limiti umani siano stati sconfitti. In realtà, proprio in questo delirio di potenza essi affermano la loro presenza silenziosa e inesorabile.
Ciò che la tecnica vorrebbe esorcizzare, si afferma con ancor più forza e con un’indecenza pornografica. Cos’è infatti voler distruggere un crinale, un ambiente naturale ancora armonico, silenzioso, quasi intatto, se non far materializzare simbolicamente la morte?
E per questi motivi il nostro lettore chiede di fermarsi con il progetto. Come se ci fossero 'dei paletti da non oltrepassare'. Nell'interesse di tutti












