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Liliana Segre, vittima ancora oggi. Accuse pretestuose nei confronti di una preziosa testimone

Lo scorso 30 gennaio, al Memoriale della Shoah di Milano, la Segre ha dichiarato di non doversi discolpare in quanto ebrea per ciò che sta accadendo a Gaza

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Liliana Segre Liliana Segre © nc
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Liliana Segre è diventata senatrice a vita il 19 gennaio 2018, anno dell'ottantesimo anniversario dall'entrata in vigore delle vergognose leggi razziali fasciste, per i suoi - citando le esatte parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che le ha conferito la nomina - "altissimi meriti nel campo sociale". Circa trent'anni fa, dopo essere diventata nonna per la prima volta, la Segre ha infatti deciso di testimoniare nelle scuole il dramma che visse dall'entrata in vigore delle leggi razziali - fu espulsa da scuola e insieme al suo amato papà Alberto tentò di fuggire nella neutrale Svizzera, paese che invece li consegnò agli aguzzini -, e che culminò con la prigionìa a Aushwitz. Furono deportati nel campo di concentramento tedesco nella Polonia occupata dai nazisti il 30 gennaio 1944, in quanto ebrei. Suo padre morì pochi mesi dopo nelle camere a gas, mentre Liliana, oggi novantatreenne, riassaporò la libertà l'1 maggio 1945, a un anno e mezzo dal giorno della partenza dalla stazione Milano Centrale. Si trovava nel campo di sterminio di Malchow, nel nord della Germania, dopo aver camminato a piedi per due mesi in quella che verrà ricordata come Marcia della morte.

Ma veniamo a oggi. Lo scorso 30 gennaio, Liliana Segre ha dichiarato al Memoriale della Shoah di Milano - da dove partivano i treni diretti a Aushwitz, compreso quello su cui salirono lei e suo papà - che non deve discolparsi, in quanto ebrea, delle azioni di Israele, e che non si può mettere in discussione, come alcuni vorrebbero, il 27 gennaio - Giornata Mondiale di Commemorazione in Memoria delle Vittime dell'Olocausto - per ciò che sta accadendo in Palestina. Il riferimento è alla guerra in corso nella Striscia di Gaza, cominciata dopo che il 7 ottobre scorso Hamas - l'organizzazione terroristica che governa l'enclave dal 2006 - ha sferrato un attacco in territorio israeliano, uccidendo 1300 persone e rapendone centinaia. 

Chi pretende dalla Segre, in quanto ebrea, parole di denuncia nei confronti del governo di estrema destra israeliano in carica, che ha deciso di sconfiggere una volta per tutte Hamas bombardando e invadendo con l'esercito l'intero territorio di Gaza, con un numero elevatissimo di vittime civili - a oggi sono circa trentamila - non ha capito qual è la sua missione e cosa esula dalle sue competenze. Innanzitutto, Israele non è il suo paese, perciò chiederle di discolparsi dalle politiche di un governo che non la rappresenta, è pretestuoso e ridicolo per diverse ragioni. 

La prima è, appunto, il fattore identità. Essere ebrei - ricordiamo che è possibile convertirsi alla religione ebraica, ma ebrei lo si è per discendenza e non è concesso cambiare tale condizione - non è mai stato facile. Per millenni il popolo ebraico ha subito ogni genere di angherie: espulsioni - come quella avvenuta in Spagna nel 1492 a opera dell'Inquisizione cattolica -, massacri - come quello accaduto il 17 aprile 1506 a Lisbona, diretta conseguenza delle leggi razziali dell'epoca - e severe restrizioni - nel IV secolo d.C. agli ebrei venne vietato di possedere terreni e di lavorare in settori mercantili e artigianali, infatti furono costretti a intraprendere attività di credito, come bancari e prestatori di denaro, venendo presto additati come usurai -. Si evince che il genocidio del secolo scorso rappresenta l'apice di una lunga storia di razzismo nei loro confronti. Chiedere quindi a Liliana Segre, cittadina italiana, di discolparsi soltanto per la sua identità - che, ribadiamolo, non può decidere di cambiare - significa compiere gli stessi passaggi, seppur in modo diverso, che hanno portato alle persecuzioni razziali di ogni tempo. 

Si fa ripiombare l'ebreo nello stato di eterna colpa che lo accompagna da sempre. È come chiedere a un afroamericano di prendere le distanze da un nero che armato di un fucile semiautomatico AR-15 ha compiuto una strage. Oltretutto ci troviamo davanti a un conflitto difficile, con ragioni e torti da entrambi i fronti, e pretendere un giudizio netto sugli attacchi di Israele nella Striscia di Gaza dopo l'attentato del 7 ottobre denota una profonda ignoranza in materia. 

Bisogna avere ben chiaro che non ci troviamo davanti al male radicale dei campi di sterminio voluti dai nazisti - per il quale non esiste altro se non la condanna netta - ma a una guerra con alle spalle una serie interminabile di eventi burrascosi, dove i vincitori sono allo stesso tempo i vinti e viceversa. La guerra combattuta da Israele a Gaza non è un genocidio, come sostengono alcuni, ma semmai a un eccidio, che sebbene abbiano in comune l'elemento della brutalità, non sono equiparabili. Israele ha compiuto alcuni attacchi insensati colpendo civili innocenti, come quello sul campo di Al Maghazi lo scorso 25 dicembre, ma non si può per questo incolparlo di compiere un genocidio. Nessuno accusa dello stesso reato gli Alleati nei confronti dei tedeschi quando nel 1945 rasero al suolo la Germania. Per genocidio si intende il sistematico sterminio di un gruppo razziale, etnico, nazionale o religioso, e non è il caso di Israele, sul cui territorio vivono due milioni di arabi - il 21% della popolazione totale -.

Liliana Segre rappresenta il simbolo dell'innocenza sopravvissuto al male. Che il male lo ha quindi visto, sentito, toccato, odorato, e non esistono parole abbastanza esplicative per raccontarlo. Eppure ci ha provato. La Segre compie un'opera di testimonianza preziosa che grazie ai libri, agli articoli e ai video - memorizzati negli archivi digitali - non andrà mai persa. E' per merito del suo impegno civile che è diventata senatrice a vita. Cercare di estorcerle parole di condanna verso fatti di oggi, che per quanto brutali siano non sono paragonabili alla situazione dell'Europa di ottant'anni fa, equivale a mettere in ombra lei e il messaggio che porta con fatica. 

Per concludere, qualche giorno fa, in occasione dell'intervista realizzata da Corrado Augias, Liliana Segre si è espressa sulla questione israelo/palestinese. E ciò che ha detto rispecchia la sua identità più profonda, che non è quella con cui è nata, ma quella che ha scelto di portare con sè a vita il giorno della sua liberazione. Era una giornata primaverile, e il carceriere tedesco, consapevole dell'arrivo dei soldati avversari, per discolparsi gettò la pistola ai piedi della Liliana adolescente. Decise di non raccoglierla, e di non ucciderlo. Scelse così di essere una donna di pace, la stessa che è ancora oggi. Ad Augias ha confessato che dal 7 ottobre non dorme bene sapendo quel che sta accadendo in Palestina, con il pensiero rivolto specialmente ai bambini palestinesi, che stanno soffrendo per colpe che non hanno. Parole di pace, conciliatorie, e non di guerra. Grazie Liliana, e perdonaci. 

Paolo Maurizio Insolia
 

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