Barberino di Mugello

Successo al Corsini per “ILVA Football Club”: il calcio tra polvere di fata e veleni

Gli Usine Baug & Fratelli Maniglio incantano il pubblico di Barberino con un racconto toccante tra sport e dramma operaio.

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La frase “Meglio morto che disoccupato”, tratta da un’intervista, riassume la rassegnazione di un popolo che vive in una terra inquinata dalla fonderia più grande del continente. Cinque eccezionali attori sono i protagonisti del bellissimo spettacolo andato in scena al Corsini di Barberino sabato 21 febbraio, davanti ad un pubblico praticamente ipnotizzato dalla storia della squadra di calcio, ma soprattutto dalla storia dell’Ilva di Taranto: datrice di lavoro e, allo stesso tempo, portatrice di inquinamento, malattie e morte.

Il racconto di una famiglia dove il padre in pensione ha lasciato una lettera di raccomandazioni per i tre figli: due sono entrati a lavorare, il terzo ha aperto un bar, e vivono davanti al campetto da calcio che divide la loro casa dalla fabbrica.

Lo spettacolo viaggia su due binari — la storia degli altiforni e quella della squadra di calcio “ILVA Football Club” — raccontate da Fabio Maniglio, Luca Maniglio, Ermanno Pingitore, Stefano Rocco e Claudia Russo in una toccante creazione di Usine Baug & Fratelli Maniglio, tratta dal libro di Fulvio Colucci. Tra palleggi, racconti di partite giocate o vinte a tavolino, la messa in scena porta il pubblico in una terra dove il formaggio prodotto è pieno di veleni, dove i bambini si ammalano e dove si fanno turni di 8-12-16 ore.

Supportato dagli interventi video di “90° Minuto”, del “Processo di Biscardi”, ma soprattutto dei politici pieni di promesse in campagna elettorale e totalmente assenti dopo le elezioni, lo spettacolo è bello (potrei trovare dieci sinonimi, ma il risultato non cambierebbe: è bello!) e gli attori si muovono in modo eccezionale, riuscendo a trasportare tutti sul campo di calcio, correndo, saltando e tirando la palla pur rimanendo sempre al centro del palco.

Anche Silvano, l’operaio che sta per separarsi e costretto a lavorare da solo, lascia i vestiti fuori dall’armadietto, lascia le consegne prima di iniziare il turno (invece che alla fine) e si getta in un altiforno che sul palco — con il bellissimo ausilio di ventilatori e carta dorata — sembra quasi reale; così come i palleggi con il pallone illuminato su sfondo nero che catturano l’attenzione di tutti (Juniores del Barberino Calcio compresi).

In “ILVA Football Club” c’è tutto: il gioco del calcio, le lotte operaie, la scalata della Coppa Italia, quella polvere piena di brillantini che le mamme chiamavano per i bambini “polvere di fata”. Quella stessa polvere che respirano gli abitanti di una terra uccisa dai veleni, come quella respirata dal bambino raccontato da Claudia Russo in un monologo finale che ha fatto accapponare la pelle a tutti i presenti, i quali, al termine, sono scoppiati in un applauso quasi assordante per gli attori, per chi ha concepito questo spettacolo e soprattutto per quel popolo costretto a sottostare a chi, dell’inquinamento e di un morto in più, non importa niente. Un popolo costretto a respirare quella “polvere di fata” che purtroppo non ha assolutamente niente di magico!

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