Tra i boschi e i torrenti del Mugello si nasconde una storia naturale sorprendente, capace di collegare questa vallata toscana a importanti pagine della scienza.
Non si tratta soltanto di paesaggi e tradizioni: un dettaglio nei cataloghi zoologici conserva ancora oggi un legame inatteso con il territorio. La vicenda attraversa oltre due secoli di ricerca scientifica e si intreccia con altre testimonianze della natura del Mugello.
La località tipica: quando una vallata diventa il certificato di nascita di una specie
Nei grandi repertori di tassonomia zoologica, ogni specie porta con sé una sorta di atto di nascita: la località tipica. È il luogo da cui arriva l’esemplare usato per descriverla per la prima volta. Sembra un dettaglio da specialisti, e in parte lo è. Ma conta eccome. Serve agli studiosi per capire qual era l’identità originaria di una specie, confrontare popolazioni diverse e rimettere ordine tra errori e dubbi accumulati nel tempo.
Per la salamandrina dagli occhiali, l’American Museum of Natural History riporta ancora oggi il riferimento alla descrizione di Savi: Appennino toscano, in particolare il Mugello. Poche parole, quasi una nota d’archivio. Ma bastano a dire che da questi boschi l’animale è entrato nella letteratura scientifica, con un legame che resiste da oltre due secoli.
Salamandrina perspicillata, il piccolo anfibio che lega il Mugello alla scienza
La Salamandrina perspicillata non è un anfibio qualunque. Appartiene a un genere presente solo in Italia e vive lungo la dorsale appenninica, in luoghi umidi e ombrosi, spesso vicino a ruscelli, fossi e piccoli corsi d’acqua nei boschi. Per molto tempo gli zoologi hanno considerato le popolazioni italiane come un’unica specie.
Poi, nel 2005, alcune analisi genetiche pubblicate in sede scientifica hanno distinto due linee: una centro-meridionale e una centro-settentrionale. Proprio quest’ultima ha ripreso il nome dato da Paolo Savi, rendendo ancora più stretto il legame con il Mugello. Non a caso, tra gli studiosi è conosciuta anche come salamandrina di Savi. È piccola, schiva, riconoscibile per il disegno chiaro attorno agli occhi.
Vive lontano dai percorsi più battuti. Gli erpetologi, parlando degli anfibi appenninici, ricordano spesso che animali così raccontano un territorio meglio di molte carte geografiche. Una presenza minuta, ma tutt’altro che marginale.

Gallina pezzata davanti a un rustico casolare – Okmugello.it
Gallina Mugellese e fossili pleistocenici: la memoria naturale della vallata
Il nome del Mugello compare anche nel mondo dell’aia, con la gallina Mugellese, razza nana originaria della vallata e diffusa nelle campagne fino alla metà del Novecento. Era piccola: circa 800 grammi il gallo, 700 la gallina. Ma per le famiglie contadine aveva un valore concreto.
Le femmine erano buone covatrici e seguivano con attenzione i pulcini; i capponi, a volte, venivano usati come “balie” per accompagnare i nuovi nati. Poi arrivarono gli allevamenti moderni, i polli selezionati per produrre di più, e molte razze locali finirono ai margini. Negli ultimi anni alcuni allevatori hanno lavorato al recupero della Mugellese, fissando uno standard con piumaggi, forme e colori, compreso il caratteristico collo dorato. Il riconoscimento federale, però, non risulta ancora completato.
La storia naturale della vallata va ancora più indietro. Nel Pleistocene inferiore, la conca del Mugello ospitava un lago. Sulle rive si depositavano sabbie e ghiaie; nelle zone più calme si formavano paludi e torbiere.
Da quei sedimenti, studiati dai paleontologi dalla fine dell’Ottocento, sono venuti alla luce fossili di vertebrati e molluschi estinti. È una memoria profonda, fatta di acque scomparse, foreste aperte e fauna antica. Così, tra una salamandrina finita nei libri di zoologia, una gallina salvata dall’oblio e un lago perduto, il Mugello mostra un volto meno turistico e più scientifico: quello di una vallata che ha lasciato tracce vive, non solo nel paesaggio.
Salamandra vicino a un ruscello di montagna - Okmugello.it








