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Crisi in Venezuela: tra narrazione geopolitica e violazione del diritto internazionale

Dall’arresto di Maduro al petrolio conteso, cosa c’è di certo nell’operazione statunitense e quali interrogativi apre sul futuro dell’ordine globale. L'opinione di Paolo Insolia

venezuela flag

Nella notte del 3 gennaio scorso il Venezuela ha subìto un’aggressione da parte degli Stati Uniti d’America, voluta dal presidente Donald Trump, che ha dato l’ordine di attaccare il 2 gennaio alle ore 23:46. L’obiettivo dell’operazione, denominata Absolute Resolve, era la cattura del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores, avvenuta con successo qualche ora dopo l’inizio dei bombardamenti sulla capitale Caracas e sull’aeroporto militare di Barquisimeto, base degli F-16. A essere colpiti sono stati basi militari, simboli e luoghi del potere, infrastrutture strategiche. Secondo le notizie trapelate si contano ottanta vittime tra i militari e i civili venezuelani. Nessun militare statunitense è rimasto ucciso, anche se si contano feriti.

Trump ha giustificato l’operazione affermando di voler bloccare il narcotraffico che da tempo parte dalle coste del Venezuela e che inonda gli Stati Uniti di droga. Negli ultimi anni Washington sta affrontando la grave crisi sociale causata dal consumo di fentanyl, un oppioide sintetico dalle trenta alle cinquanta volte più potente dell’eroina, che causa ogni anno decine di migliaia di decessi. Secondo il tycoon Maduro sarebbe a capo di due bande di narcotrafficanti, ovvero Tren de Aragua e Cártel de los Soles, accuse da lui smentite.

A inizio settembre scorso il presidente statunitense ha deciso di dare una svolta decisa e sanguinaria alla guerra contro i narcos bombardando le loro navi cariche di droga, in quella che ha chiamato Operation Southern Spear. Da allora si contano decine di navi distrutte con numerose vittime. Secondo l’amministrazione Trump la legittimità degli attacchi – sui quali sono piovute innumerevoli critiche poiché effettuati in acque internazionali, e il diritto internazionale vieta azioni militari entro i suoi confini se non in casi eccezionali, ovvero legittima difesa o mandato ONU – proverrebbe dal decreto presidenziale Executive Order 14157, emanato il 20 gennaio 2025, che designa cartelli della droga e organizzazioni criminali transnazionali operanti nel settore come Foreign Terrorist Organizations (FTO), ossia Organizzazioni Terroristiche Estere. Tale designazione, sempre secondo l’entourage presidenziale, consente l’uso della forza militare poiché il terrorismo, in quanto minaccia nazionale, merita l’uso di misure eccezionali come le azioni militari, che non sono però comprovate dal diritto internazionale, in quanto non riconosce il narcotraffico come un attacco armato.

Tale fondamentale diritto non consente neanche di catturare il presidente di un altro Paese, come è successo a Maduro. Trump, essendo a capo del Paese più potente al mondo dal punto di vista economico e militare, se ne infischia delle regole e, in modo del tutto arbitrario, sceglie di violarle per far trionfare la giustizia, in un delirio di onnipotenza che potrebbe dar modo ad altri presidenti di fare ciò che ritengono giusto e opportuno. Eppure la giustizia impone il rispetto delle regole, senza le quali saremo tutti quanti in balia di istinti pericolosi e distruttivi. Ma su questo torneremo più avanti.

Trump ha esplicitamente affermato di essere interessato al petrolio del Venezuela – Paese che ne detiene ingenti quantità, tra le maggiori riserve al mondo – denunciandone addirittura il furto ai danni degli Stati Uniti. Eppure il greggio non si trova in territorio statunitense, ma venezuelano. E allora perché parla di furto? Per comprenderlo bisogna conoscere il contesto. Ebbene, a inizio ’900 il petrolio del Venezuela era estratto, in cambio di royalties irrisorie, da due compagnie petrolifere, una britannica e olandese, la Royal Dutch Shell, e una statunitense, la Standard Oil. Nel 1943 viene approvata la Ley de Hidrocarburos – Legge sugli idrocarburi – che stabilisce che il petrolio è di proprietà statale, con la conseguenza che il 50% dei compensi deve andare al Venezuela. Il cambiamento significativo si avrà nel 1976, quando il presidente di allora, Carlos Andrés Pérez Rodríguez, nazionalizza l’industria petrolifera. Nasce così la PDVSA, la compagnia statale petrolifera venezuelana, che detiene la proprietà esclusiva del petrolio, a differenza del passato che era in mano alle compagnie straniere. Con la PDVSA le compagnie estere continuano a partecipare all’industria petrolifera, ma solo occasionalmente, e la stragrande maggioranza dei guadagni va al Paese sudamericano.

Petrolio Venezuelano

Negli anni a seguire il Venezuela si arricchisce, anche se le disuguaglianze sociali continuano a persistere, e l’economia basata in prevalenza sulla vendita di petrolio avrebbe presto mostrato i suoi limiti; negli anni ’90 il prezzo si abbasserà a livello internazionale, perciò i profitti statali crolleranno, con il conseguente aumento del debito pubblico. Oltretutto la PDVSA inizia ad avere bisogno di infrastrutture e tecnologie più efficienti e all’avanguardia per l’estrazione; è così che si darà avvio all’Apertura Petrolera, un processo che riaprirà il settore petrolifero alle compagnie private con contratti più vantaggiosi e remunerativi, inclusi quelli che permettono di esplorare e sviluppare nuovi giacimenti.

Tutto cambia nel 1999 con l’arrivo al potere di Hugo Chávez che, al contrario di quanto accadeva durante il periodo dell’Apertura Petrolera – in cui le compagnie petrolifere straniere potevano operare senza necessariamente coinvolgere la PDVSA – adesso queste saranno obbligate a firmare contratti di joint venture, ossia contratti di collaborazione con la PDVSA, che per ogni progetto deterrà il 51% delle quote. Le società che non volevano partecipare alle joint venture venivano espropriate, come accadde alla ExxonMobil e alla ConocoPhillips. A secco di investimenti stranieri e di tecnologia per l’estrazione di petrolio pesante – che si trova lungo la fascia del fiume Orinoco – in Venezuela inizia una crisi devastante, data anche dal licenziamento, dopo lo sciopero generale contro il governo avvenuto nel 2002, di 18.000 dipendenti qualificati della PDVSA, che vennero sostituiti da militari e personaggi fedeli al governo, ma senza competenze valide.

Chávez utilizza i ricavi del petrolio per finanziare le misiones, programmi sociali che mirano a ridurre le disuguaglianze sociali e la povertà, ma non nel finanziamento – e nella conseguente crescita – dell’industria petrolifera, che infatti diviene presto obsoleta e diminuirà pian piano la sua capacità produttiva. Nel 2013 Chávez muore, e gli succede il vicepresidente Maduro. Egli arrivò al potere in un periodo in cui la povertà, grazie alle politiche sociali del suo predecessore, era molto meno diffusa, ma dal 2014 il prezzo del greggio cala, il governo non può provvedere al mantenimento dei programmi sociali e l’inflazione aumenta in maniera radicale. Risultato: ritorno della povertà e fuga dal Paese di milioni di cittadini.

Maduro, che adesso si trova in prigione negli Stati Uniti, continuerà le politiche sociali di Chávez ma governerà con estremo autoritarismo, tant’è che in Occidente in molti lo considerano un dittatore. Reprimerà infatti con l’uso della forza manifestazioni di piazza e proteste contro il governo, e farà incarcerare manifestanti, giornalisti, oppositori politici. Con lui al potere, complici diverse condizioni non favorevoli – le sanzioni statunitensi, il crollo del prezzo del petrolio – il Venezuela diverrà un Paese assimilabile al Terzo mondo. A seguito delle elezioni presidenziali del 2024, vinte da Maduro, Paesi e organismi internazionali come l’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) hanno denunciato brogli e irregolarità, come ad esempio l’esclusione, considerata illegale da costituzionalisti venezuelani, della candidata all’opposizione María Corina Machado. C’è infatti consenso internazionale sul fatto che le elezioni non siano state trasparenti.

Che Maduro sia un presidente dalle sfumature dittatoriali è appurato, com’è appurato che la stragrande maggioranza dei venezuelani lo detesta – ce lo confermano gli innumerevoli video delle città del Venezuela e dei venezuelani all’estero in festa dopo la sua cattura –. Dare contro ai venezuelani per i festeggiamenti dati dalla liberazione da un regime corrotto e violento – com’è accaduto in Italia a due ragazzi fuggiti dal Paese sudamericano, che durante una manifestazione della Cgil sono stati derisi da alcuni manifestanti, venendo addirittura accusati di vigliaccheria per essere fuggiti – è, per usare un epiteto, vergognoso.

I venezuelani hanno tutto il diritto di festeggiare quella che considerano una liberazione, e nessuno può chiedere loro di non farlo. Non spetta ai cittadini di Caracas, segnati da oltre un decennio di privazioni, analizzare le cause che hanno stroncato, in una notte, un regime dispotico come quello di Maduro, soprattutto in questo preciso momento. L’analisi dei fatti è un compito che dev’essere svolto da figure – analisti, giornalisti, studiosi, politici – esterni alla vicenda.

Ancora una volta Trump ha dato dimostrazione di essere ciò che incarna: un giustiziere che si crede illuminato, e guidato, dalla potenza divina. In lui non c’è divisione tra persona e personaggio. Siamo tutti contenti della disfatta di Maduro, ma a noi analisti che osserviamo gli eventi da lontano, senza viverli sulla nostra pelle, non può che apparirci chiara l’anarchia che il presidente statunitense sta mettendo in atto, quasi fosse all’oscuro dell’esistenza del diritto internazionale. Ciò è pericolosissimo.

Che Trump abbia fatto arrestare Maduro, dopo il quale – almeno questa è la speranza – si avvierà un processo democratico per il Venezuela, è insignificante se pensiamo che è un reato secondo quanto scritto sulla Carta delle Nazioni Unite, che consente l’uso della forza soltanto in due casi: autodifesa data da un’aggressione armata, o consenso del Consiglio di Sicurezza ONU.

Nei giorni scorsi il tycoon ha dichiarato che il petrolio del Venezuela appartiene agli Stati Uniti, e che se lo riprenderanno. È una dichiarazione gravissima, dal momento che non si trova in territorio statunitense. Il diritto internazionale sostiene che gli Stati hanno la sovranità sulle proprie risorse territoriali, per cui a nessun altro può venire in mente di prenderle, tantomeno con le armi. Gli Stati Uniti hanno una lunga storia di appropriazione di risorse altrui, come accadde con l’invasione in Iraq nel 2003, quando fecero sì che il settore petrolifero venisse aperto alle compagnie occidentali con contratti favorevoli, ma non si può restare sempre indifferenti davanti al non rispetto delle regole. E l’atteggiamento del “mi volto dall’altra parte” non è il migliore da usare. Un giorno potrebbe toccare a noi europei combattere contro l’arroganza di Donald. Anzi, ci siamo vicini, dal momento che tra le sue mire espansionistiche c’è la Groenlandia, che appartiene al Regno di Danimarca.

Sui social in molti hanno scritto che il diritto internazionale finisce là dove un presidente, in tal caso Maduro, attua violenze e privazioni contro il suo popolo. A queste persone andrebbe spiegato che chi viola le leggi spesso non sono profeti di un dio buono e compassionevole, bensì criminali avidi di potere. Le azioni di Trump possono inorgoglire il popolo americano e la destra europea a lui assertiva, ma siamo davvero così convinti che sia un matrimonio rose e fiori? I dazi contro l’Unione Europea e l’obbligo di aumento della spesa militare per i Paesi NATO al 5% entro il 2035 dovrebbero farci riflettere circa il suo obiettivo principale: fare gli interessi del suo Paese rendendolo prospero e opulento a discapito degli altri.

Trump è un uomo scaltro, consapevole delle risorse degli USA, e ha un’idea irriducibile di cosa sia giusto e di cosa sia sbagliato. Le azioni di guerra che ha compiuto contro altri Paesi, anche se contrarie all’onnipresente diritto internazionale, avevano come scopo la preservazione dell’Occidente da minacce mortali. Tra gli esempi più eclatanti ricordiamo il bombardamento effettuato a giugno 2025 contro i siti nucleari iraniani, in quanto l’Iran, guidato dall’ayatollah Khamenei, aveva aumentato fino al 60% la produzione di uranio impoverito – materiale necessario per la realizzazione della bomba atomica –, ma anche i bombardamenti contro l’Isis in Siria e in Nigeria nel dicembre scorso, come vendetta per l’uccisione di due militari americani – nel primo caso – e in difesa dei cristiani perseguitati dai terroristi – nel secondo caso –.

In conclusione, la riflessione appare evidente: è giusto rinunciare al diritto internazionale per far trionfare la propria giustizia? Quanto potrebbe costarci tale atteggiamento in futuro? Che la Carta delle Nazioni Unite abbia bisogno di modifiche che diano maggior margine di manovra ai presidenti e alle loro amministrazioni, visti i tempi che corrono?

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