Avete presente quel rito ancestrale, un po’ pagano e un po’ masochista, che ci costringe ogni qualche anno a rovistare nei cassetti della nonna alla ricerca della tessera elettorale? Quella crosticina di carta giallognola che, puntualmente, è finita dietro il manuale d’istruzioni di un videoregistratore del 1994?
Ecco, pare che il tempo delle caverne stia per finire. O almeno, così dicono i “visionari”. Perché mentre noi siamo lì a farci guardare in faccia da uno scrutatore sospettoso che deve decidere se la nostra foto di vent’anni fa (quella con i capelli e la speranza) corrisponde al relitto umano che ha davanti, il mondo corre. O meglio, clicca.
Non serve andare su Marte per capire che si può fare. Basta guardare in casa nostra. Abbiamo passato anni a ridacchiare sulle “votazioni su piattaforma” del Movimento 5 Stelle, tra un’espulsione via blog e un quesito referendario scritto in un legalese creativo. Eppure, quel giochino da nerd della politica ha dimostrato una cosa atroce per il sistema: funziona. Se puoi scegliere il candidato premier o decidere le sorti di un’alleanza di governo tra un boccone di lasagne e un caffè, perché per le Politiche devi ancora farti tre chilometri a piedi e metterti in coda in una scuola elementare che puzza di gessetti e burocrazia?
L’astensionismo dei Millennials e della Generazione Z non è semplice disinteresse: è legittima difesa. Se sei abituato a gestire il tuo conto in banca, investire in criptovalute, ordinare il sushi e firmare contratti di lavoro con un semplice click del pollice, il rito elettorale appare come un fossile tecnologico. L’idea di mettersi in coda in una scuola elementare che puzza di gessetti e burocrazia per segnare una croce con una matita copiativa sembra un’attività rimasta ferma all’Età del Ferro. Anche perché, la matita copiativa è la metafora perfetta della politica attuale: se la lecchi, ti avveleni..
Mentre i vari Rampelli o Bignami di turno – quelli che vorrebbero vietare la parola email per sostituirla con “missiva elettronica su supporto etereo” – secondo cui i giovani non votano perché sono dei fannulloni digitali, sudano freddo all’idea di un’identità digitale troppo efficiente – probabilmente per paura che lo SPID chieda loro conto del curriculum – l’Estonia ci tratta come una riserva indiana. Lì l’i-Voting è realtà da vent’anni. Si vota da casa, si può persino cambiare idea fino all’ultimo secondo e l’affluenza ringrazia.
La verità è più cinica di quanto sembri: ai nostri “dinosauri di governo” l’astensionismo giovanile va benissimo. Mentre nelle RSA si vota che è un piacere, tra una tombola e un rinfresco, i risultati continuano a premiare quei partiti che guardano al passato con la stessa nostalgia con cui si osserva una vecchia schedina del Totocalcio. Qui fuori, invece, si continua a invocare la “sacralità del seggio“. Tradotto dal politichese, il messaggio è chiaro: “Se i giovani votano in massa con lo smartphone, i nostri bacini elettorali tra i reparti geriatrici diventano irrilevanti.” Il potere ha paura dello SPID e della digitalizzazione perché sa perfettamente che, se il voto diventasse facile come un “like”, per certi “mestieranti della poltrona” scatterebbe il game over immediato.
Ma spingiamoci oltre. Immaginiamo il 2036. Il Parlamento, quel “teatro delle ombre” dove si vota per inerzia o per “gregge”, è finalmente chiuso per ferie perenni. Palazzo Chigi? Trasformato nel più grande escape game d’Europa (“Esci dalla burocrazia in 60 minuti senza invocare i santi”).
Le leggi non le scrivono più i politici con curriculum che farebbero impallidire un venditore di tappeti, ma i tecnici dei ministeri: gente che ha studiato, che ha vinto un concorso, che sa distinguere un’accisa da una brioche. E chi le vota? Noi. Direttamente da casa, in pigiama, tra una serie su Netflix e un post di polemica sterile.
Il piano è rivoluzionario: niente più “fiducia” messa ogni cinque minuti, niente più click day per emendamenti scritti col piede sinistro. Solo un portale nazionale, chiamiamolo LeggeFacile.it, dove con un’identità digitale sicura (biometria, impronte, retina, anima) decidi se aumentare le tasse o proteggere i lupi.
Ovviamente, appena si parla di raccolta firme online o di voto digitale, i vari Borghi o Galeazzi Bignami di turno iniziano a sudare freddo e proporranno leggi per abolire pure la connessione Wi-Fi. Hanno visto cosa è successo col referendum sulla magistratura: Roba da far venire l’orticaria a chi campa di consensi ottenuti per sfinimento dell’elettore.
Eppure, basterebbe guardare all’Estonia. Lì con l’i-Voting l’affluenza sale, la democrazia respira e – guarda un po’ – i partiti conservatori e “dinosaureggianti” perdono terreno. Sarà un caso?.
Certo, in questo Eden digitale, il Presidente della Repubblica dovrebbe fare il “Garante Capo”, una sorta di arbitro che evita il caos. E la Magistratura? Deve restare lì, integerrima (senza i Palamara di turno, please), a controllare che qualche hacker bulgaro non si intrufoli nel sistema per far approvare una legge che obblighi tutti a mangiare la pizza con l’ananas o a vestirsi come l’omino della Michelin.
La verità è che la tecnologia per rendere il voto più sicuro di un caveau svizzero esiste già: si chiama Blockchain. Ed è esattamente ciò che toglierà alla casta l’ultima foglia di fico. Immaginate un registro digitale dove ogni voto è un blocco di cemento armato, concatenato a quello precedente e a quello successivo. Non è salvato in un unico computer (che potresti corrompere o bruciare), ma è distribuito su migliaia di nodi. Una volta che hai cliccato, il tuo voto è scolpito nell’etere. Nessun funzionario di prefettura può farlo scivolare accidentalmente nel trita-documenti.
Nessun presidente di seggio creativo può aggiungere una preferenza con la matita mentre nessuno guarda. Con la crittografia asimmetrica, il sistema certifica che TU (identificato tramite SPID o biometria) hai votato, ma il contenuto del tuo voto viene criptato e separato dalla tua identità. È come mettere la scheda in una busta d’acciaio indistruttibile: sappiamo chi ha messo la busta nell’urna, ma solo il “contatore finale” può leggerne il contenuto senza sapere da dove provenga. Con la Blockchain e il voto digitale, lo scrutinio dura esattamente un decimo di secondo. Alle 23:00:01 abbiamo il nome del vincitore, la composizione del Parlamento e possiamo andare a dormire sereni e (o disperati, ma almeno subito), ma sopratutto senza Maratona Mentana.
Il motivo per cui non abbiamo ancora il voto digitale?
Non è la sicurezza informatica (se la banca ti permette di spostare 50.000 euro con un SMS, la tecnologia esiste). Il vero ostacolo è il “Muro di Carta”: una barriera fisica e burocratica eretta da chi sa che, una volta abbattuta, non avrà più argomenti per convincere nessuno a votarlo.
Il punto è un altro. È la paura. La paura blu di una classe dirigente che vede lo SPID come l’aglio per i vampiri. Perché lo sanno: se votare diventasse facile come ordinare un paio di scarpe online, l’esercito dei “diversivi da RSA” e dei nostalgici del prefisso 06 verrebbe spazzato via da un’ondata di pollici opponibili che non hanno nessuna voglia di farsi spiegare il futuro da chi non sa nemmeno allegare un PDF.
I dinosauri sanno che il Wi-Fi è il meteorite che spazzerà via le loro poltrone imbottite di velluto e privilegi. E noi? Noi siamo qui, con lo smartphone in mano, pronti a premere “invio” sul loro licenziamento collettivo
Disclaimer: L’autore non si assume responsabilità se, dopo aver letto questo articolo, il vostro parlamentare di riferimento proverà a spiegarvi che “il cloud è una nuvola dove piove democrazia”.
Marco Monetini










