Dall’amico Michelangelo Fabbrini di Villore, autore fra l’altro di un bellissimo libro “Villore e le sue Chiese” edito da Pagnini Editore nel 1999, riceviamo e ben volentieri pubblichiamo una significativa anamnèsi delle feste durante la Santa Pasqua nella piccola alpestre frazione di Vicchio di Mugello.
“ – Nel piccolo borgo di Villore, frazione di Vicchio di Mugello incastonata tra boschi di marroni e antiche chiese, la Pasqua non è soltanto una ricorrenza liturgica: è un rito comunitario che si tramanda da generazioni e che conserva gesti e simboli ormai rari altrove. Qui il Triduo pasquale assume forme antiche, in cui la fede si intreccia con le tradizioni contadine e con il forte senso di appartenenza della comunità, meno numerosa di un tempo, ma sempre più attiva nel rinnovare lo spirito del luogo.
Il cuore delle celebrazioni pasquali trova uno dei suoi momenti di più alta e singolare suggestione nella sera del Giovedì Santo. Qui, la liturgia della Messa in Coena Domini rifugge le convenzioni orarie della prassi moderna per farsi evento notturno: una celebrazione celebrata dopo cena. Questa scelta, profondamente radicata nella tradizione locale, non è un semplice vezzo cronologico, ma un richiamo simbolico all’ora in cui Cristo si riunì con i suoi nel Cenacolo: nel silenzio della sera, l’atmosfera si ammanta di una sacralità raccolta e intensa.
Il rito raggiunge il suo apice dopo la Reposizione del Santissimo Sacramento, quando si rinnova l’antico cerimoniale della consegna del pane di ramerino benedetto e del vino. Destinatari di questo dono sono gli ‘apostoli’, figuranti che rappresentano i dodici discepoli. In questo contesto, il pane di ramerino — eccellenza dolciaria legata indissolubilmente alla Settimana Santa — diventa segno di memoria. È un simbolo concreto di condivisione che sigilla l’unione tra la devozione e la cultura popolare del territorio.
Al termine della liturgia serale del Venerdì Santo e dopo l’Adorazione della Croce, il secondo giorno, la comunità si ritrova ancora una volta unita per la tradizionale processione notturna, un evento che trasforma il paesaggio in un quadro di spiritualità d’altri tempi. È il cammino che collega i due gioielli architettonici del paese. Una scia di torce che squarcia il buio profondo della campagna, serpeggia lungo la strada bianca che dall’Oratorio seicentesco della Madonna di Meleto e risale il pendio fino a raggiungere la Pieve quattrocentesca di San Lorenzo.
Al solito fragore che ci circonda, qui si sostituiscono il silenzio, la preghiera ed i canti, che offrono ai fedeli uno spazio di autentico raccoglimento. Quella “scia luminosa” non traccia soltanto un percorso fisico tra le pietre antiche delle due chiese, ma ricuce il legame tra la devozione cristiana e la tradizione popolare locale, confermandosi come uno dei momenti più identitari e toccanti dell’intero calendario liturgico. La processione si conclude con un piccolo ristoro comunitario, semplice ma carico di significato: un’occasione per ritrovarsi insieme, scambiarsi auguri e mantenere vivo il legame tra i fedeli.
Le celebrazioni proseguono, poi, la mattina di Pasqua, quando durante la Messa viene benedetto il pane, successivamente distribuito a tutti i presenti.
Un gesto plurisecolare che porta nelle case un simbolo di benedizione e condivisione, quasi a prolungare l’abbraccio della comunità oltre le mura della chiesa. In un’epoca in cui molte tradizioni rischiano di perdersi, Villore custodisce con orgoglio questi riti, tramandati di generazione in generazione.
Piccoli gesti — un pane profumato, una torcia accesa, una processione nella notte — che continuano a raccontare la storia e l’identità di un paese, ricordando che la Pasqua, qui, è prima di tutto una festa vissuta insieme –“ .

Il piccolo Santuario della Madonna di Meleto

Il frontespizio del libro di Michelangelo Fabbrini.
(Foto Stefano Brazzini – Villore)
L’antica Pieve di San Lorenzo










