Mugello

Un ‘ceppo’ nel camino e campane a festa.. la storia del Natale in Mugello…

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In questo periodo di crisi, la televisione, le radio e i ragionamenti dei sempre troppi “opinionisti” non ci fanno certo intravedere un futuro roseo.

I telegiornali e le varie trasmissioni di approfondimento con grafici di mercato e parole incomprensibili rintontiscono le serate casalinghe, non facendoci ancora rendere ben conto che come tutti gli anni è arrivato il Natale e che forse per un momento potrebbero essere messi da parte tutti i discorsi e si potrebbe riflettere anche sul significato che i nostri antenati, ben più poveri di noi.. ma sicuramente più saggi, davano a questa sacra festività.

Nel Mugello, l’inverno lungo e gelido veniva sconfitto nelle sere buie e ventose davanti ad un camino dove, tra lo strepitare del fuoco, un “omarino” stanco appoggiato su di una sedia raccontava ai nipoti delle piccole e grandi storie imparate dai suoi nonni molti anni prima. Così i bambini, perdendosi con l’immaginazione tra lo sfavillare delle fiamme, ascoltavano timorosi e incuriositi leggende di boschi stregati e di impavidi briganti che apparendo nelle strade di montagna tra lupi e basilischi terrorizzavano i viandanti. Chi non ha sentito nelle sere di “veglia” nelle nostre campagne raccontare da una nonnina le novelle ? Che oltre a far passare il tempo facevano crescere?

 

La festività del Santo Natale era, per il mondo contadino e non solo, una ricorrenza sacra aspettata tutto l’anno non solo dai più piccoli ma anche dagli adulti. E non per i regali che, aimè nei tempi passati erano pochi e modesti, ma per qualcosa di più.

Si iniziavano i preparativi mesi prima, quando il capo famiglia, o chi per lui, cercava per le viottole il famoso ceppo. Il ceppo era un peso e robusto legno di ulivo- quercia o castagno a seconda delle latitudini- che veniva poi lasciato a seccare in un ricovero asciutto, per poi essere ripreso il ventiquattro dicembre per essere posto, con tutta cura, dinanzi agli sguardi della famiglia nel camino dove sarebbe stato acceso e fatto ardere per un periodo molto lungo, per poi spargere le sue ceneri successivamente nei campi come segno propiziatorio di buon raccolto.

La vigilia della festa volava via tra le mamme e le ragazze indaffarate in numerosi preparativi per il pranzo dell’indomani e tra il profumo della pasta sfoglia, di brodo, di un po’ di carne e di qualche dolce che si effondeva nella cucina; gli uomini assieme ai nonni con i nipotini solevano riunirsi in un caldo cantuccio al canto del foco, iniziando a favoleggiare davanti a quel legno scoppiettante, accompagnati dallo scodinzolare assonnato di un cane da caccia. Così, tra le chiacchiere, si aspettava l’ora per prendere frettolosamente cappelli, sciarpe e cappotti e dirigersi a piedi nella pieve più vicina. Nell’Appennino, dove in questo periodo la neve era di casa, quando non c’era la luna si potevano scorgere da lontano sui fiocchi ghiacciati il riverbero di flebili lanterne in movimento, che indicavano la via alla volta della chiesa alle famiglie negli scoscesi sentieri silenziosi.

E così a mezzanotte, al momento del “Gloria”, lo sciogliersi a festa delle campane riempiva di antichi suoni quelle amene vallate, facendo sentire quella brava gente non più sola: questa è infatti la notte in cui tutte le chiese contemporaneamente suonano assieme, e in quei tempi lo scampanio della Cattedrale di San Pietro a Roma si confondeva idealmente anche con i suoni delle più piccole e sperdute chiesine come quella di Campanara a Palazzuolo o San Giacomo alle Calvane nei pressi del Passo della Futa.

La statua del Re Bambino veniva baciata dai fedeli e i canti festosi riempivano le navate.

Finita la funzione, dopo i doverosi saluti con conoscenti e amici, i nuclei familiari si riunivano e i babbi dopo aver preso sulle spalle i bimbi più piccoli, ormai esausti, riaccendendo la torcia, riprendevano la strada verso casa. Il freddo e il vento non riuscivano a scalfire la felicità del giorno di poi dove, se anche i doni fossero stati anche solo un mandarino o una stecca di cioccolato, erano in ogni caso ed in ogni suo contenuto, aspettati con gioia e senza pretese.

Ormai è da tanto tempo che la notte di Natale non è più allietata dalle risate di bambini e famiglie che camminano per i sentieri e che molte campane si sono zittite lasciando il posto alle antenne della televisione che repentine hanno sostituito le antiche melodie. Son convinto che se in questo ventiquattro dicembre ci mettessimo tutti in silenzio, sentiremo in un attimo dai monti il suono dei vecchi e dimenticati campanili e solo allora, sotto il silenzioso cielo stellato, potremo dirci un vero: Buon Natale!
Pier Tommaso Messeri

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