Riceviamo e pubblichiamo l’intervento di Marco Monetini in merito alle recenti evoluzioni del piano Transizione 5.0 e alle decisioni del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF).
“Transizione 5.0: Il Grande Salto nel Vuoto (con Paracadute Ridotto)
Benvenuti nel meraviglioso circo della politica industriale italiana, dove la “certezza del diritto” è un concetto astratto quanto l’onestà in una televendita notturna e la “fede pubblica” vale meno dei punti fragola scaduti.
Il capolavoro è servito: il piano Transizione 5.0, nato per proiettare le nostre imprese nel futuro green e digitale, si è trasformato nel gioco della sedia. Solo che, a metà musica, il Governo non ha tolto solo le sedie, ma ha pure ridotto il pavimento e spento la luce.
Mentre il mondo produttivo brucia, il Ministro Adolfo Urso – l’uomo che sussurra alle imprese ma a quanto pare non viene ascolto dal Ministero dell’Economia – si barrica nel fortino del MIMIT.
“Lavoro per il Paese, aiuto le imprese!” proclama Adolfo, mentre i tecnici del MEF, con la grazia di un macellaio del lunedì mattina, sforbiciano i crediti d’imposta.
Urso resiste al rimpasto come un capitano che giura di non abbandonare la nave, ignorando che la nave è incagliata, i motori sono stati pignorati e l’equipaggio (le aziende) sta già gonfiando i gommoni per scappare all’estero.
Il capolavoro della stagione è il Decreto Fiscale, un documento che ha la stessa affidabilità di una promessa d’amore sussurrata in discoteca alle quattro del mattino. Se eri un imprenditore così illuso da credere che la parola data da un Ministero valesse quanto una firma su un assegno, oggi ti ritrovi con un pugno di mosche e un modulo per il credito d’imposta che si è rimpicciolito in lavatrice. Il calcolo è da far venire l’orticaria ai commercialisti più cinici: se il credito riconosciuto dal nuovo articolo 8 vale appena il 35% di quello che ti avevano giurato sulla Costituzione, il beneficio reale crolla a un misero 15,75% dell’investimento.
In pratica, lo Stato ti ha invitato a una cena di gala, ti ha fatto ordinare il caviale e, al momento del conto, è scappato dalla finestra del bagno lasciandoti solo un buono sconto del 10% per un kebab in periferia.
E d’altronde, come stupirsi? Pare che nei corridoi di Palazzo Chigi la locuzione “finanza agevolata” sia percepita come un termine esoterico, una formula magica in aramaico antico che nessuno sa pronunciare. L’unico che sembrava averne masticato un po’ era Giancarlo Giorgetti, che però, con una mossa di genio tattico, è stato prontamente spostato all’Economia, lasciando il timone delle imprese ad Adolfo Urso. Ora, con tutto il rispetto per la categoria, parliamo di un sociologo con un passato da giornalista che si trova a gestire la spina dorsale produttiva del Paese. È come chiedere a un critico d’arte di riparare un reattore nucleare: probabilmente scriverà una bellissima recensione sulla forma delle radiazioni, ma il nocciolo continuerà a fondersi. Come possa un profilo del genere capire le esigenze di una PMI che deve incastrare flussi di cassa, ammortamenti e piani industriali decennali, resta uno dei più grandi misteri della Repubblica, secondo solo alla ricetta segreta della Coca-Cola.
È qui che i nervi saltano e che Confindustria, solitamente incline a una diplomatica flemma, inizia a parlare di “fiducia a rischio”. Ma quale fiducia? Qui siamo nel campo della truffa romantica istituzionalizzata. La programmazione industriale, quella cosa noiosa che si fa con numeri certi e regole stabili, in Italia è stata sostituita dal “vediamo che succede”, una strategia che solitamente si applica ai castelli di carte o alle scommesse sui levrieri. Il grido di dolore delle aziende è chiaro: non puoi cambiare il perimetro del gioco mentre i giocatori sono già in campo e hanno già pagato il biglietto. Se lo fa un privato finisce in manette, se lo fa lo Stato lo chiama “manovra correttiva per chiudere la falla”. Peccato che la falla sia diventata una voragine che sta inghiottendo i sogni di chi ha avuto l’ardire di investire in efficienza.
Perché le imprese che hanno già firmato contratti, ordinato macchinari e indebitato l’anima confidando nella parola dello Stato, oggi si sentono come chi ha comprato un biglietto per la Luna e si ritrova su un treno regionale per Voghera, in ritardo di 40 minuti.
Il problema di fondo è che la credibilità dello Stato pesa quanto un soffio di vento. Perché un imprenditore dovrebbe ancora fidarsi di un bando, di un incentivo o di una promessa ministeriale? Oggi la Transizione 5.0 è diventata la Transizione 0.5: un mini-bonus per comprare forse una spillatrice elettrica, a patto che sia certificata green e che il modulo venga inviato via fax tra le 3 e le 4 del mattino di un martedì bisestile.
Alla fine della fiera, mentre Urso prova a resistere al rimpasto convulso agitando tavoli tecnici come fossero amuleti contro la sfiga, resta sul campo un solo cadavere eccellente: la parola pubblica. Perché, diciamocelo chiaramente, come puoi fidarti di un socio che ti cambia la quota di partecipazione mentre stai firmando dal notaio? La Transizione 5.0 doveva essere il salto nel futuro, ma somiglia sempre di più a un tuffo in una piscina vuota sperando che il Governo decida di riempirla prima che tu sbatta la faccia sul cemento del bilancio. Buona fortuna a chi ancora crede che “lo Stato ti aiuterà”.
Ps. La prossima volta, meglio puntare tutto sul rosso al Casinò: le probabilità di successo sono decisamente più alte.
Marco Monetini”











