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Un giorno al Tour De France. Risate e incontri a Dicomano

Passato il paese, prima del distributore Tamoil, mi fermo, mentre il mio compagno prosegue. La camicetta gialla è mezza di sudore...

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Grafica ufficiale del Tour de France 2024 Grafica ufficiale del Tour de France 2024 © Official website of Tour de France 2024
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Scarpe verdi, pantaloncini blu. Ma la maglietta è gialla.

Parto presto, neanche le 10. Ma non è un po’ presto, mi dice Laura? Si, e infatti vado via ora, per starci di più ad aspettare. C’è il Tour che passa da Dicomano e su, potevo non viverlo un po’ anch’io? No, non potevo E allora inforco la Giulia (chiamo così la mia bici, una mountain bike, e tutte le persone o cose di cui non so il nome e che mi sanno di femminile e mi piacciono) e andiamo. Piano, piano. Non voglio far troppa fatica e poi non sono mica allenato.

A Dicomano lego la Giulia alla cancellata dell’Albereta e vado in paese. Tanta gente allegra.

E anche l’immancabile Thomas, allegro anche lui. Vedo che le bici passano, vanno sulla strada dei corridori. Allora si può? Domando a un vigile. No, non si potrebbe - mi dice- ma vanno tutti… E allora vado anch’io! Non c’è puzzo di Gendarmerie, quelli che non dovevano far passare nessuno, nemmeno a piedi. Torno all’Albereta, schiodo la Giulia e via andare.

Per la strada mi passano tutti. Fisici atletici, magliette attillate e postura alla canaglia. Come viaggiano! Le bici sibilano arrivando, e mi passano a velocità supersonica. Ma ci sono anche quelli e quelle che, pur veloci mille volte me, chiacchierano: della cervicale, della casa al mare (saranno 50 o 100 metri dal mare, dice uno a l’altro; ma 50 o 100? mi chiedo io? Non è la stessa cosa! Sei generico, ciccio, mi sa che menti per farti grande… chissà dov’è la tua casa al mare!).

Notizia da prima pagine del Corriere: tanta gente lungo la strada e un solo cane! Ci credete? Arranco un po’. Al Carbonile una francese bionda, e forse borgognona, mi fa “Viens, tu! Viens, tu”. Lo prendo come un incoraggiamento, lo dice col sorriso. Mi sento più europeo. Alé, alé, le rispondo, chissà perché.

Poco dopo mi raggiunge un compaesano. Un tempo grande “libero” amaranto, appassionato di bici, ma ora fuori forma. Infatti mi dice:”Sei l’unico che sono riuscito a raggiungere! Mi passano tutti!”

Come mai mi sento orgoglioso di questo? Sarà perché, almeno lui, ha una bici seria e un abbigliamento consono, e andiamo su insieme. Siamo quasi a San Godenzo. Scherzo e chiedo a un tipo sicuramente del posto: “Mi scusi ma dov’è San Godenzo? Non è che l’hanno spostato?”. Lui quasi mi risponde, inizia ad indicare. Poi ci ripensa e vede che rido e mi fa:” Ma dici davvero o scherzi?”

E allora San Godenzo. Sul guard-raiil alla curva Agnoletti sono tutti lì ad aspettare e applaudono i ciclisti, quelli vestiti bene, che passano sulle loro bici tecnologiche a bestia. Noi due arranchiamo alla grande, nel silenzio. “Ma a noi un applauso non ce lo fate” azzarda il mio amico. Clap, clap, clap. Sì, avete contato bene, tre ce ne fanno, di cento che sono. “Bruno!” mi grida uno, ma non riesco a girarmi per riconoscerlo. Invece un altro mi fa:”Ma ‘ndo tu l’ha presa codesta bici! Almeno tu la potei lavà!”

Oddio, torto non ce l’ha. Però vi sembra una cosa gentile da dire a un povero cristo che arranca alla curva dell’ Agnoletti? Lo sapete cos’è (secondo me)… è che il bruttino, il sudicino, il così e così, il vecchio, il non lucido, ormai fanno specie, non li si vorrebbe proprio vedere. Insomma, non è giusto. Io e la Giulia siamo vintage (io più di lei, che avrà una trentina d’anni), e al mercatino dell’antiquariato lo Scoiolo ci venderebbe bene, lo sappiamo. E allora, che facciamo? Ci suicidiamo?

Passato il paese, prima del distributore Tamoil, mi fermo, mentre il mio compagno prosegue. La camicetta gialla è mezza di sudore. Dall’altro lato della strada ci sono sei danesi che mangiano carote in silenzio. Ci può essere un posto migliore per aspettare i corridori? Appoggio la Giulia fuori strada e mi siedo sul muretto. Saluti muti, sorrisi. Mi sento ancor più europeo. Anche se quel tizio che ha offeso la Giulia lo butterei fuori volentieri dal mercato comune.

Dallo spazio degli Alpini, là, in fondo alla diritta, arriva musica. Una voce suadente, dolce canta Celentano (si è spento il sole e chi l’ha spento sei tu), i Nomadi e Mimmo Modugno. Canta con delicatezza, quel tipo, accarezza le parole, non fa il verso. Si sente che a quelle canzoni vuole bene, le sente sue. Mi viene voglia di fare cento metri e andare a vedere chi è questo fenomeno. Ma sono troppo stanco, me lo godo da lontano. Meraviglioso il mondo, canta Mimmo. Ci penso. Non è proprio così. Proprio no. Epperò Mimmo è un grande. E qui, stamani, si sta bene.

Passa la carovana del Tour. Macchine colorate con grandi pupazzi sui tettini che sembrano le macchinine Play Mobil di un tempo. Fanno allegria e anni ‘60. Be’ si, forse ha ragione Mimmo, il mondo è anche meraviglioso a momenti. Passata la festosa processione, alcuni mangiacarote vanno verso il punto ritrovo degli Alpini. Quando tornano hanno panini imbottiti con dentro di tutto e un vino rosso spumeggiante. Sono un po’ deluso.

Intanto una cavalletta tenta di andare in strada. Non mi pare messa bene, bascula. Ma dove vai? le dico, e con l’aiuto di una foglia la poso sul muretto dove sono seduto. Ma lei dura. Ci prova e ci riprova. Uno dei danesi - con la faccia da joker che ha Vinghegaard - si incuriosisce e viene a vedere che sta succedendo. Cavalletta, dico, e mimo che vuol tentare il suicidio e io lì a impedirglielo. Sorride, il danese, e mi dice graeshoppe, il nome in danese della sciagurata. Gli accordi italo danesi vanno avanti, così come la mia integrazione europea. W Ursula, penso, e subito cancello il cattivo pensiero. Intanto la cavalletta (un’altra Giulia, ma testona) la prendo e la porto di là dalla strada dove c’è un bosco infinito e non rischia di rimanere schiacciata da un super suv al seguito, tutt’al più verrà masticata da qualche animaletto più grande.

Eccoli! Arrivano i nipotini di Bartali (con me ad aspettare su un simil paracarro, il rimando al Ginettaccio di Conte ci vuole)! Prima un gruppetto, poi altri due. Non li riconosco, ma che importa. Poi arriva il gruppo. Mentre sventolo bandiera danese cerco lui, il ragazzo. Eccolo là! Circondato dai fidi scudieri, bianca la maglia e bianco il viso affilato, gli occhi vispi coperti da occhiali. Pogacar!

Lo sai che ti tifo, vero? Lo faccio qui e lo farò sul divano, per venti giorni, tra un pisolino e l’altro. Dai, dai!

Sono passati tutti. No, ce n’è uno appena staccato dal gruppone che getta via la borraccia. Mi sembra incazzato. La borraccia rotola sul selciato. Passa una macchina al seguito e la schiaccia. Però rimane lì. Il danese con la faccia di Vinghegaard la raccoglia. Non, non lo fare… è mia quella borraccia, è mia, mia! E invece finirà in Danimarca, mitico cimelio. Il mio europeismo crolla. Quando al tiggì vedrò quell’Ursula lì, gliene dico quattro. Ma lo so, la vita è così. C’è chi raccoglie le borracce e chi no. Faccio il gentile e riconsegno ai legittimi padroni la bandierina danese. Danke, mi dicono. Ciao, dico al joker, guardandolo un po’ così.

Scendo da San Godenzo. La discesa è tutt’altra cosa. Ma io e la Giulia andiamo piano anche lì.

Ultima asperità di giornata, come dice Pancani, le Balze. Il mio Tourmalet.

Poi il garage, l’ascensore, il frigo. Una doccia, una Fanta e un panino. Felicità, come cantavano i Mitici. Davvero una bella mattinata.

Viva il ciclismo! Viva Pogacar!

Articolo a cura di Bruno Confortini

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