Un museo dedicato ai grandi di Ronta. Ad Antonio Cocchi, Angelo Gatti, Filippo Pananti. Pier Tommaso Messeri, discendente indiretto di quest’ultimo, ha lanciato l’idea raccontando dei primi due nella sua conferenza tenuta domenica 20 settembre ’15 presso La Terrazza, ovviamente a Ronta, davanti a un pubblico interessatissimo tra cui figuravano l’ultima discendente anche lei indiretta di Angelo Gatti e, fa piacere dirlo, una splendida signora di 100 anni e un mese d’età. Pier Tommaso sa coinvolgere lo spettatore. Non è una novità. Stavolta ha fatto percepire agli intervenuti le storie narrate come storie circolari, quasi fosse un romanzo di Garcia Marquez. Vicende che sembrano ripetersi, grazie ai tanti elementi in comune: la frequenza scolastica non un granché, il sogno regolarmente realizzato di andare lontano, l’uso magari un po’ disinvolto delle conoscenze, le conoscenze stesse a livelli stellari. Si è partiti da Angelo Cocchi che a dodici anni impara da solo cinque lingue, traduce testi orientali in inglese e in italiano, si fa benvolere in Inghilterra, è il primo a iscriversi alla massoneria inglese e, tornato in Italia, al suo ambulatorio rontese si presentano individui giunti apposta da Milano a piedi. Scusate se è poco. Casomai non bastasse, aggiungiamo che, grazie alle raccomandazioni di Antonio, Angelo Gatti poté farsi ammettere alla facoltà pisana di medicina. Il temperamento quanto meno vulcanico anche di Angelo lo portò a viaggiare pure lui, e fu in Africa che conobbe il concetto di inoculazione. Diretto poi – come Cocchi – in Inghilterra, si fermò in Francia, dove inoculò il vaccino anti vaiolo ai tre figli di un nobile francese. Che guarirono. L’eco che ebbe la notizia lo portò a far inoculare l’intero esercito. Diffamato da invidiosi, fu riabilitato dal Re – ancora: scusate se è poco –, cui aveva inoculato il vaccino (ante litteram). E attenzione: siamo negli anni 60 del ‘700, mentre Edward Jenner compirà i primi esperimenti solo nel 1796. Come Cocchi, Gatti non dimenticò mai Ronta, dove era nato nel 1724. Vi volle fare ritorno e, già che si trovava coi ferretti in mano, colse l’occasione per guarire i figli di Pietro Leopoldo. Anche quando si recò a Napoli, dove sarebbe morto nel 1798, mantenne stretti i rapporti con il suo paese d’origine. Naturalmente questo è solo un riassuntino stringato di quanto Pier Tommaso ha raccontato, e i punti in comune tra i due protagonisti della conferenza e con Filippo Pananti – la cui presenza pareva aleggiare incessante sulla narrazione – non sono solo questi. Un altro era una visione della realtà sociale – e un muoversi di conseguenza – straordinariamente avanzata per l’epoca. Si aggiunga che, in modo più o meno intricato, c’erano anche parentele tra i due, o meglio i tre. Tutta la conferenza di Pier Tommaso è stata basata su elementi documentali precisi e circostanziati. Alcuni sono stati anche mostrati al pubblico. La proposta di Pier Tommaso di creare un museo è sembrata a tutti i presenti come una specie di logico sbocco al suo racconto. Non stiamo ora a pensare alle pur ovvie difficoltà logistiche, pensiamo all’idea. Un museo, dunque, un centro di studi e di raccolta di materiale storico: ce n’è a sfare. Pier Tommaso, da storico nonché implacabile ricercatore di documenti d’archivio quale è, conosce questo materiale meglio di chiunque altro, ma non vuole restare il solo. Ha trovato subito l’adesione entusiasta, tra gli altri, di Patrizio Baggiani e di don Nicolò Santamarina, un parroco che, mosso dalla fede, instancabilmente cerca di promuovere la cultura nel paese. Nel nostro caso poi, e se ne è avuta una ulteriore conferma, non è solo cultura locale. Si parla di tre individui che hanno girato l’Europa lasciandovi il segno, e che segno. Anche se un certo provincialismo – è la parola – ne ha sminuito la portata. Pananti? Un avventuriero e poeta sboccato. Cocchi? Un mezzo filosofo. Gatti? Un medico un po’ da strapaese. Eh, no. Non è così. Questi personaggi che Ronta ha avuto in casa meritano di più. Alla fine della conferenza e degli applausi tutti ne erano, ancor più che convinti, profondamente coscienti.
Paolo Marini












