Mugello

L’Occidente, Isis e il consumismo. Scenari di un giovane mugellano

L'Occidente, Isis e il consumismo. Scenari di un giovane mugellano

Una bella e appassionata analisi. Negli Stati Uniti, il primo venerdì dopo il giorno del Ringraziamento prende il nome di Black Friday (Venerdì Nero). Durante il Black Friday, alcune grandi catene di distribuzione applicano forti sconti su molte tipologie di prodotti per testare la propensione all’acquisto dei consumatori statunitensi durante il periodo delle festività natalizie, importante indicatore per gli analisti del mercato interno. Nel 2013, nel solo periodo di apertura dei negozi di quel venerdì, la spesa per beni di consumo è stata di 57,4 miliardi di dollari, per un afflusso totale ai supermercati di 80 milioni di individui. Sono molti i filmati che testimoniano la violenza e la brutalità scatenatesi durante questo particolare giorno dell’anno in certi supermercati del paese a stelle e strisce. Persone calpestate da decine di altri compatrioti durante la folle corsa ai prodotti in sconto, furiosi litigi tra casalinghe scaturiti dalla possibilità di accaparrarsi l’ultimo robot da cucina rimasto sullo scaffale, padri di famiglia trasformati in boxeurs dall’idea di poter vedere la partita della sera successiva su un più grande televisore coreano. Ecco uno dei tanti volti di quell’Occidente che da molte parti del mondo riceve tante richieste di aiuto, ma anche poco velate minacce di morte. Pare che la nostra esistenza sia incentrata sull’idea stessa di consumo e produzione. A partire dall’istruzione, baluardo della civiltà di cui siamo portatori, ricordata più per la sua spendibilità nel mercato del lavoro che non per le sue capacità di edificazione della realtà, per finire con la pensione, quell’enorme fondo cassa dal quale sembra sempre necessario attingere fondi, ma che dimentichiamo essere un momento fondamentale del vivere sociale. Viene quindi da chiedersi, di fronte alla mercificazione (termine in auge da oramai troppo tempo) di tutti gli aspetti dell’esistenza, quale sia l’orizzonte che guida il nostro agire “occidentale”. Perché il consumo non è un fine, ma attualmente non è neanche uno strumento di cambiamento e di evoluzione. Questa mancanza di visione non porta semplicemente all’inflazione dei valori che faticosamente abbiamo definito nel corso dei millenni, ma anche alla perdita di quella bussola che ci ha condotti a creare e valorizzare la politica, i diritti civili e le piccole e quotidiane libertà personali. L’Occidente, insomma, sembra mancare di un futuro che non sia il perpetuare se stesso attraverso gli agenti economici del consumo. In questa ottica, poi, il dramma della guerra al terrorismo acquista un peso ancora più rilevante, perché proprio su questa drammatica mancanza di prospettive si poggia l’azione di molti giovani che decidono di abbandonare gli accoglienti paesi dei genitori per la illusoria prospettiva di salvezza paventata dal nero e mortale Califfato Islamico. Sono ragazzi che crescono accanto a noi, nelle nostre città e nei nostri locali, bevendo e mangiando quello che i nostri supermercati mettono in vendita. Sono fragili, appartenenti ad un mondo troppo spesso fatto di emarginazione e di povertà, ma che trovano nella folle proposta dello Stato Islamico un motivo di redenzione e di significato, piuttosto che nella possibilità di ricercarsi un ruolo nella nostra economia di mercato. A questo si aggiungono i risentimenti, frutto di decenni di bombardamenti, di violazione dei diritti umani e della autodeterminazione dei popoli di cui i nostri governanti, e quindi noi, amano riempirsi la bocca. Il tutto ha fatto nascere un atroce virgulto che trae la sua linfa vitale dal disprezzo per quello che siamo stati e ciò che siamo diventati sotto i colpi inferti dai saldi pre-natalizi. Futuro. Futuro. Futuro. Ecco di cosa abbiamo bisogno. Di rinnovato e consistente slancio verso qualcosa che sappia muovere le nostre azioni. Di un fine autentico e di valore, per riuscire a sconfiggere il terrorismo con radicale e splendente modernità, attraverso i libri, la scrittura e la formulazione di idee. Di questo abbiamo drammaticamente necessità. Non delle bombe, che arricchiscono i pochi possessori di quote finanziarie delle industrie belliche, ma di cervelli pensanti, di una umanità colta e di tanto coraggio. Abbiamo queste capacità, purché non ci lasciamo fiaccare dall’ultimo modello di televisore coreano. Jacopo Gheser Jacopo Gheser è nato nel gennaio del 1993 e risiede nel paese di Bivigliano. Dopo essersi diplomato al Liceo Scientifico Guido Castenuovo, frequenta un anno di Management presso il Dipartimento di Economia e Management di Pavia, come alunno del Collegio Ghislieri. Attualmente è iscritto al corso di Laurea in Sviluppo Economico e Cooperazione Internazionale all’Università di Firenze. Appassionato di viaggi e di buone compagnie, ha da poco iniziato ad interessarsi alla scrittura come forma di comunicazione.  

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