Da gennaio 2025, il secondo mandato di Donald Trump sta mettendo a dura prova non solo gli equilibri geopolitici, ma anche il linguaggio della psichiatria. Tra minacce di invasioni a alleati storici, bombardamenti in quattro continenti, ordini esecutivi che sfidano la fisica e dichiarazioni autolesioniste in campo economico, cresce la domanda tra analisti e opinionisti: siamo di fronte a un leader spregiudicato o a un soggetto che, se non fosse il presidente degli Stati Uniti, necessiterebbe di un trattamento sanitario obbligatorio?
Se il “manuale dei disturbi mentali” (DSM-5) fosse applicabile alla politica estera, Donald Trump sarebbe probabilmente un caso da manuale. Dalla sua vittoria nel novembre 2024 ad oggi, il quarantasettesimo presidente USA ha messo in scena un repertorio di comportamenti che la psicologia clinica definirebbe “scompensati”: sbalzi d’umore improvvisi tra l’euforia e la paranoia, incapacità di mantenere un filo logico nei discorsi ufficiali, e una disinibizione che lo porta a minacciare amici e nemici con la stessa leggerezza con cui si cambia canale.
L’opinionista del New York Times David Brooks ha recentemente parlato di un vero e proprio “crackup” (crollo nervoso) come chiave di lettura primaria per capire l’amministrazione. “L’unraveling della mente di Trump è il fenomeno principale, che porta a tutti gli altri”, ha scritto, riferendosi al collasso dell’ordine internazionale e della tranquillità domestica.
Vediamo i sintomi, elencando provvedimenti e dichiarazioni che, se provenissero da un nostro conoscente, ci farebbero scattare l’allarme.
1. La Geopolitica dell’Impulso: “Compro, invado, ci ripenso”
Il primo campanello d’allarme è l’oggettificazione dei rapporti internazionali. Trump tratta stati sovrani come proprietà immobiliari da acquisire o cedere in base all’umore.
- L’ossessione cartografica: Subito dopo l’insediamento, Trump ha riacceso i motori su Groenlandia, Canada e Canale di Panama. A febbraio 2026, ha minacciato di “non escludere l’azione militare” per prendere il controllo dell’isola danese. Ma è sulla Gran Bretagna che la fissazione ha preso una piega surreale: a settembre 2025 ha firmato un “Memorandum of Understanding per un Technology Prosperity Deal” con il Regno Unito, salvo poi, mesi dopo, lamentarsi pubblicamente che gli inglesi non lo ascoltano.
- Il “sequestro” del potere: A inizio 2025, l’amministrazione ha organizzato la cattura e il trasferimento negli Stati Uniti del presidente venezuelano Nicolás Maduro. Un’operazione paramilitare gestita come un’operazione di polizia federale, giustificata con la lotta al narcotraffico. Pochi giorni dopo, però, Trump dimentica la retorica anti-droga e inizia a parlare delle “riserve di petrolio incredibili” del Venezuela, sostenendo che gli USA hanno il diritto di “non sprecarle”. La raison d’État lascia il posto al desiderio primario: il possesso delle risorse.
Il parallelo clinico: Gli psichiatri chiamano questo comportamento “pensiero onnipotente” e “mancanza di teoria della mente”, ovvero l’incapacità di comprendere che gli altri (in questo caso, danesi, canadesi o venezuelani) hanno desideri e diritti diversi dai propri.
2. L’Arte del “Deal” Distruttivo: Alleati nel mirino
La narrazione trumpiana lo vuole come un “deal maker” imprevedibile. Ma l’imprevedibilità, in un leader mondiale, è un sintomo, non una strategia. Il New York Times ha documentato come, a un anno dalla rielezione, alleati e avversari siano esausti: trattare con lui è impossibile perché “i suoi sbalzi d’umore e le sue richieste possono cambiare in un istante”.
- La tassa sulla fiducia: Ha imposto dazi “reciproci” a Canada e Messico, salvo poi sospenderli. A febbraio 2026, la Corte Suprema ha bocciato il suo utilizzo dei poteri d’emergenza per imporre tariffe, definendolo incostituzionale. La reazione? “Una vergogna”, ha detto Trump, annunciando un “piano di riserva”. La sentenza della massima autorità giudiziaria viene liquidata come un torto personale.
- Il ricatto al Nobel: A gennaio 2026, ha scritto una lettera al premier norvegese in cui dichiarava: “Considerando che il tuo Paese ha deciso di non darmi il Nobel per la Pace, non mi sento più obbligato a pensare puramente alla pace”. Una frase che, in un contesto privato, sarebbe sufficiente per far scattare una valutazione psichiatrica.

3. Il “Negazionismo” della Realtà: Dati e Fatti a Noleggio
Il secondo mandato ha visto un’impennata di quella che i clinici chiamano “test di realtà” compromesso.
- Le guerre finite che non finiscono: All’Assemblea Generale dell’ONU del settembre 2025, Trump ha dichiarato di aver “finito sette guerre”, elencando conflitti tra Israele e Iran, Serbia e Kosovo, Egitto ed Etiopia. La realtà, come verificato da DW, è che molte di queste tensioni non solo non erano state risolte, ma alcune (come quella tra Egitto ed Etiopia) non erano nemmeno guerre dichiarate, ma controversie diplomatiche.
- La fantasia edile: Ha ripetuto la storia di aver offerto 500 milioni di dollari per ristrutturare il Palazzo di Vetro dell’ONU, sostenendo che loro hanno speso tra i 2 e i 4 miliardi. Peccato che non esista traccia della sua offerta nei registri ufficiali, e che il costo finale sia stato di 2.1 miliardi, non 4. La cifra viene “gonfiata” mentalmente per rendere la storia più drammatica, un meccanismo tipico di alcune forme di declino cognitivo.
- La campagna d’autunno: Durante un discorso in Minnesota, ha descritto un’agente dell’ICE uccisa come vittima di un attacco terroristico. Quando le prove video hanno smentito la dinamica, invece di correggersi, ha aggiunto un vago “mi dispiace”, ma senza mai ritrattare la versione che gli faceva comodo politicamente.
4. Corpo e Mente: I Segnali Fisici del Declino
La stampa indipendente e medici non coinvolti nella campagna elettorale hanno iniziato a notare segni fisici preoccupanti.
- L’andatura e le mani: I filmati mostrano Trump scendere le scalette dell’Air Force One con la cautela di un uomo molto anziano, le caviglie gonfie che debordano dalle scarpe (segno di insufficienza venosa cronica). Ma il dettaglio più inquietante sono i lividi sulle mani, sempre più frequenti e scuri. Lui li attribuisce alla stretta di mano, ma i medici interpellati dal Daily Express notano che lividi in quel punto, in un paziente che assume 325 mg di aspirina al giorno (il dosaggio standard per prevenire un secondo ictus), sono altamente suggestivi di una terapia post-stroke.
- La sonnolenza diurna: Fonti della prima amministrazione riferiscono che l’uomo che conoscevano quattro anni fa non è lo stesso. Addormentarsi durante i meeting del Cabinato non è più un’eccezione, ma un’abitudine.

5. L’AI “Woke” e la Lotta con i Mulini a Vento
Tra i provvedimenti più kafkiani della nuova amministrazione, spiccano quelli contro i mulini a vento e l’intelligenza artificiale.
- Ha firmato un ordine esecutivo per “Prevenire l’AI Woke nel governo federale”, imponendo che i modelli linguistici acquistati dallo stato siano “neutrali” e “truth-seeking”. Un tentativo di legiferare contro un’entità astratta (la “neutralità”) che suona come una lotta contro i mulini a vento.
- Ha ribadito che le turbine eoliche sono “uno scherzo, non funzionano e costano troppo”. Peccato che la Cina, che lui accusa di produrle senza usarle, sia di fatto il primo produttore mondiale di energia eolica, e che il solare e l’eolico siano ormai le fonti di energia più economiche secondo i report finanziari di Lazard.
6. OPERATION EPIC FURY: La Realtà Supera la Fantasia
Se i primi mesi del 2026 avevano già dipinto un quadro allarmante, l’ultima impresa bellica di Trump, lanciata a fine febbraio 2026, rappresenta un salto di qualità nella scala dell’impulsività e della negazione della realtà. Quella che è stata battezzata “Operation Epic Fury” contro l’Iran ha tutte le caratteristiche di un’azione sganciata da ogni contesto diplomatico e cognitivo .
- La “preemption” immaginaria: La motivazione ufficiale per l’attacco congiunto USA-Israele, che ha portato all’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei e di decine di alti funzionari, è stata la necessità di un’azione “preventiva” contro una minaccia imminente . Tuttavia, appena 24 ore dopo l’inizio dei bombardamenti, funzionari del Pentagono hanno dovuto ammettere in briefing a porte chiuse con il Congresso che non esisteva alcuna intelligence che suggerisse un piano iraniano di attaccare per primo le forze USA . La giustificazione principale, ancora una volta, si è sgretolata al primo test di realtà, lasciando spazio alla sola, nuda volontà del presidente. “I negoziati non erano più praticabili”, è stata la secca comunicazione congiunta, decretando la fine di un dialogo diplomatico che, secondo i mediatori dell’Oman, aveva ancora margini di speranza .
- L’escalation come dichiarazione di intenti: I raid iniziali, che hanno colpito Teheran, Isfahan, Qom e Kermanshah, hanno innescato una rappresaglia iraniana su basi USA e petroliere nel Golfo, portando la regione in una spirale incontrollabile . In questo caos, il presidente USA ha mostrato la stessa, inquietante, oscillazione tra onnipotenza e distacco vista in altre occasioni. Da un lato, ha rivendicato con orgoglio di aver “obliterato” il programma nucleare e affondato navi da guerra nemiche, promettendo di continuare fino al “raggiungimento di tutti gli obiettivi” . Dall’altro, in un’intervista rilasciata da Mar-a-Lago, ha rivelato con leggerezza di avere diverse “via di fuga” (“off ramps”) pronte, ipotizzando di concludere tutto in “due o tre giorni” o di “prendersi l’intera cosa” . Una flessibilità strategica che stride violentemente con la vita dei tre soldati americani già confermati come caduti e dei cinque feriti gravi nei primi due giorni di conflitto .
- La nuova geografia del “deal”: L’attacco all’Iran non è solo l’ennesimo capitolo di una lunga ostilità. È la prova che la bussola di Trump segue unicamente il richiamo dell’impulso e della lobby dell’ultima ora. Sembra infatti che la decisione sia stata spinta da settimane di pressioni private da parte del Principe Ereditario saudita Mohammed bin Salman e dal sostegno pubblico del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu . In questo nuovo ordine mondiale, gli interessi di un’alleanza si decidono in chiamate private, mentre il resto del mondo (e gli stessi soldati americani) assiste inerme alle conseguenze. L’unica nota “trumpiana” in un’operazione così grave è stato l’appello agli iraniani, in un video, a prendere in mano il loro governo: “Questa sarà probabilmente la vostra unica chance per generazioni” .

C’è una regola non scritta, ma rigidissima, nella professione psichiatrica americana: la Goldwater Rule. Introdotta nel 1973, vieta agli psichiatri di formulare diagnosi su personaggi pubblici che non hanno visitato personalmente. È nata per evitare che professionisti etichettassero il candidato Barry Goldwater come “inadatto” senza averlo mai visto.
Questo scudo etico, però, si sta trasformando in una gabbia. Perché se è vero che “da vicino nessuno è normale”, come diceva Basaglia, è anche vero che i comportamenti distruttivi di un capo di Stato hanno conseguenze letali. La psichiatra forense Bandy X. Lee, che coordinò il libro “The Dangerous Case of Donald Trump” nel 2017, è tornata alla carica: “Non siamo i suoi terapeuti privati, ma il nostro ruolo è avvertire il pubblico. Sollecitiamo un esame neuropsichiatrico urgente”.
Forse il momento più drammatico, e involontariamente sincero, è stato un recente scambio con i giornalisti. Parlando del padre, malato di Alzheimer, Trump ha perso il filo.
- “A una certa età, verso gli 86, 87 anni, ha iniziato ad avere, come si chiama…?”.
- La portavoce Karoline Leavitt ha sussurrato: “Alzheimer”.
- “Bene, io non ce l’ho”, ha tagliato corto Trump. “Non ci penso proprio. Perché? Perché qualunque cosa sia, il mio atteggiamento è: vabbè”.
Quel “vabbè” finale, la rinuncia a cercare la parola, l’uso della dose da stroke di aspirina, le mani lividi, le caviglie gonfie, le minacce di guerra per un Nobel negato, la certezza di aver finito guerre che ancora bruciano e la nuova, sanguinosa operazione in Iran lanciata su una minaccia inesistente. Se tutto questo non è un grido d’aiuto, è quantomeno il sintomo di un sistema di potere che ha rinunciato a mettere una camicia di forza a chi, forse, ne avrebbe bisogno.
Mentre i leader mondiali cercano di orientarsi tra i dazi, le invasioni promesse e le nuove fiamme in Medio Oriente, una domanda rimane sospesa, irrisolta: stiamo guardando la fine di un’era o l’era di una fine?

Marco Monetini









