Dopo trenta libri di poesie che hanno fatto di lui un vero classico contemporaneo, Ivo Guasti si presenta al suo pubblico con un libro di prosa: una sua autobiografia dal titolo Finché dura il tempo. Edito da Polistampa, questo corposo testo di oltre 220 pagine nasce da una serie di lunghe conversazioni con l’amico Alessandro Borsotti, il quale – mi ha spiegato lo stesso Ivo – si è sempre servito del solo taccuino di appunti per raccogliere le memorie di una vita lunga e intensa. Guasti racconta le sue vicende personali e familiari in un paese del Mugello che cambia (im)percettibilmente lungo i giorni, i mesi, gli anni; della sua lunga militanza in un Partito Comunista in cui le discussioni e i dissensi erano più numerosi di quanto non si potesse pensare, anche se nessuno allora si sognava di fare sgambetti ai compagni. I suoi incontri (faccio un solo nome: Umberto Terracini) e le sue amicizie. Parla a lungo del suo amico Luigi Tassinari, venuto a mancare esattamente un anno fa, il 5 maggio 2014. Racconta del suo lavoro in Provincia, degli eventi culturali da lui organizzati e conseguentemente della quantità sbalorditiva di personalità da lui conosciute, quantità che in certi punti causa un vero aggrovigliarsi della narrazione. Anche qui mi limito a nominare Rafael Alberti, la cui influenza sull’attività poetica di Ivo sarà determinante. A quest’ultima, forse per una sorta di pudore, è riservata una parte tutto sommato abbastanza limitata anche se non certo meno sentita. Ne è scaturito un libro in cui microcosmo, cosmo e macrocosmo si susseguono e si integrano perfettamente. Le vicende squisitamente personali si alternano a quelle di Barberino, suo paese non solo natale. Sorprende poi la capacità di sintetizzare in modo invidiabile la sostanza di tante vicende storiche internazionali cui Ivo ha assistito. Pagina 49: “Quando Silli, il mio parrucchiere, mi informò che perdevo i capelli, gli ingiunsi di tagliarmeli cortissimi, senza spostamenti e riporti e da allora ho sempre fatto così. Mi dispiacque un po’, ma non più di tanto: pensai da subito che quello che c’era ‘dentro’ la testa dovesse valere più di quello che c’era ‘sopra’”. Pagina 58: “Come avrebbe potuto [Togliatti] rinnegare il mito della rivoluzione e della lotta dell’URSS per sconfiggere il nazifascismo, mito che era profondamente radicato nelle coscienze dei militanti ancora alla sua morte? Seppe assecondarlo con correzioni di rotta come avvenne dopo la destalinizzazione con l’elaborazione definitiva della ‘via italiana al socialismo’ che aveva avuto inizio con la svolta di Salerno e poi, in campo istituzionale, con l’approvazione dell’articolo 7 della Costituzione”. Pagina 99: “C’era insomma a Firenze e tanto più nel territorio provinciale un pauroso ristagno che faceva della città una ‘bella addormentata’ in attesa di risveglio”. Curioso: il Presidente del Consiglio, nel suo viaggio negli U.S.A., ha usato la stessa precisa espressione, seppure riferita all’Italia.

Paolo Marini












