Mugello

Il senso della sofferenza (e della vita). Riflessione di una volontaria Avo Mugello

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Dalla Signora Stefania Guerri, psicosintesista (branca della psicologia, ndr), facente parte dell’Avo Mugello, riceviamo questa profonda e significativa nota:

“ – Tutti noi ricordiamo di avere letto nel Vangelo che il Signore ci invita ad una continua crescita spirituale e che desidera ardentemente che diventiamo Santi….(…siate perfetti come è perfetto il Padre Vostro… si legge in Matteo 5,48) Senza sofferenza però, aggiungo io, è molto improbabile. Di santi nella storia del Cristianesimo ne sono stati dichiarati tanti. E tutti hanno sofferto. I nomi dei così detti “santi popolari” sono spesso da noi ricordati nelle nostre preghiere perché intercedano presso nostro Signore per chiedere il Suo intervento nella nostra vita, SEMPRE, ma specialmente in situazioni particolari. Ogni giorno il calendario dell’anno in corso riporta il nome di un santo. Io personalmente ammetto di conoscerne solamente alcuni e di pregare solamente quelli. Ma i santi sono tanti e chi vuole documentarsi sulla loro “santità” può farlo su appositi testi. Ma dei tanti altri “santi” che hanno lasciato e che lasceranno questa terra nessuno ne parlerà mai ed i loro nomi non verranno mai pubblicati su alcun calendario. Sono i malati che hanno accettato la malattia e non si sono ribellati, intuendone un significato altamente spirituale e che emanano una serenità addirittura benefica per chi li avvicina, prigionieri della loro sofferenza fisica ma liberi spiritualmente, gli esseri umani invalidi privati della loro autosufficienza ma che continuano a combattere per difendere la loro dignità, le tante creature rese quasi vegetali dalla grave malattia che li ha colpiti e che giacciono a letto da anni, più o meno coscienti, bisognosi di ogni tipo di assistenza. Alcune di queste creature sono come rientrate nel grembo materno dove una volta erano lì per prepararsi alla vita terrena e che ora sono, nel ”grembo” dell’accoglienza protetta esterna, in attesa della vita puramente spirituale. Per me la loro sofferenza è una preghiera. Ne ho avvicinati alcuni, pur avendo saputo che non potevano sentirmi. Ho loro parlato come se fossero ancora capaci di recepire il mondo esteriore, nonostante il loro degrado fisico e mentale. Io posso affermare di aver visto più di una volta scendere lacrime dai loro occhi in risposta alle mie parole e quelle lacrime sono state talmente “parlanti” che ne sono rimasta colpita perché ho avuto la conferma che sono ancora “presenti”. Queste creature sono come sospese tra cielo e terra, in contatto con la loro anima che ne sacralizza la loro resistenza su questa terra. La gratuità dello stato di salute, dello stare bene, generalmente parlando, viene spesso ”non troppo” considerata al momento che la viviamo. Ma quando subentra uno stato di malattia, la notizia di una diagnosi negativa, scatta in noi una presa di coscienza. Tutto cambia. Non vorremmo accettare la malattia perché nessuno è preparato a soffrire, ma dobbiamo. L’accettazione però è condizionata a quanto è forte la nostra fede ed a quanto amiamo la vita, perché laddove c’è sofferenza c’è comunque ancora la vita. Se la sofferenza viene accettata anche con la consapevolezza che siamo tutti, comunque, in transito su questa terra, ne deriva un duplice aspetto: la potenziale santità del malato e di chi lo assiste. A volte è tale la sofferenza morale e la sensazione di impotenza di chi assiste che è difficile valutarne la proporzione. Per questi esseri sofferenti come croci viventi, potenzialmente santi, che io definisco “santi senza calendario” c’è la certezza della vita spirituale nella dimensione post mortem –“.

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