Negli ultimi due anni il lupo italiano, Canis lupus italicus, è tornato al centro di un acceso dibattito mediatico. Attacchi basati su allarmismi, distorsioni dei dati scientifici e strumentalizzazioni di singoli episodi di cronaca hanno alimentato la percezione del predatore come pericoloso e incontrollabile, contrastando la realtà ecologica e normativa della specie.
Il lupo italiano, protetto con continuità da oltre mezzo secolo, rischia oggi di perdere il regime di “protezione rigorosa” che ne aveva garantito la sopravvivenza. Nel giugno 2025, la Direttiva UE Habitat è stata modificata, declassando il Canis lupus a specie potenzialmente cacciabile. Tuttavia, gli Stati membri hanno facoltà di mantenere la protezione nazionale, senza che il declassamento europeo imponga automaticamente il via libera alla caccia.
L’Italia, primo Paese europeo a tutelare il lupo quando la specie rischiava l’estinzione negli anni ’70, oggi si trova davanti a un bivio legislativo: il Ddl n. 1737, già approvato alla Camera, attende il voto finale al Senato tra il 10 e il 12 marzo 2026.
A seguito di queste evoluzioni, 13 associazioni ambientaliste hanno inviato una lettera aperta agli organi di stampa, sottolineando la necessità di riportare il lupo alla sua realtà scientifica e lontano dai cliché della favola del “lupo cattivo”. Tra i firmatari figurano Federazione Nazionale Pro Natura, Green Impact e Io non ho paura del lupo.
Secondo i dati riportati, le predazioni del lupo sulla popolazione ovo-caprina europea rappresentano appena lo 0,07% delle cause di mortalità, mentre in Italia tra il 2019 e il 2023 sono stati rinvenuti 1.639 lupi morti, con una media annuale di circa 328 animali. La mortalità è legata a molteplici fattori e rappresenta una minaccia reale per la conservazione della specie.
Le associazioni evidenziano inoltre l’efficacia dei sistemi di prevenzione alla predazione, sussidiati con decine di milioni di euro all’anno a livello europeo, ma poco utilizzati dal mondo agricolo, che spesso alimenta paure infondate. La figura del lupo come “bioregolatore” dell’ecosistema è centrale: predando specie come i cinghiali, contribuisce a mantenere l’equilibrio naturale, mentre la caccia non garantisce un controllo sostenibile delle stesse popolazioni.
La lettera ricorda anche il valore storico e culturale della tutela del lupo, legata all’“Operazione San Francesco” del 1971 nel Parco Nazionale d’Abruzzo, primo progetto di protezione della specie, in coincidenza con l’Ottavo centenario della morte di San Francesco, patrono d’Italia.
Gli esperti sottolineano che il tasso di crescita delle popolazioni di lupi non è infinito: nelle Alpi occidentali, ad esempio, dove l’habitat è già saturato, il tasso riproduttivo è prossimo allo zero. Le narrative di un’espansione incontrollata della specie, spesso diffuse da segmenti del mondo venatorio e agricolo, non trovano quindi riscontro scientifico.
Le associazioni invitano i media a fare chiarezza, fornendo informazioni verificate e scientificamente fondate, ribadendo che il declassamento europeo non equivale a una “licenza di uccidere”. La tutela del Canis lupus italicus è una vittoria della conservazione italiana, patrimonio nazionale da difendere anche in un contesto europeo complesso e politicizzato.
Come ricordano i firmatari, la presenza dei lupi è fondamentale per il corretto funzionamento degli ecosistemi, e il loro ruolo non può essere ignorato se si vuole garantire un futuro sostenibile per le generazioni presenti e future.









