Il seguente editoriale si pone al di sopra delle parti in causa — la sinistra democratica e la destra repubblicana degli Stati Uniti d’America — e cerca di mettere in risalto le ragioni e le contraddizioni che le affliggono riguardo al tema dell’immigrazione. Per analizzare un tema delicato come la gestione dell’immigrazione irregolare è fondamentale essere consapevoli che quando i migranti non sono regolarizzati tramite visti o permessi di soggiorno rilasciati dal paese di accoglienza, sono punibili legalmente. Ovunque, non soltanto negli Stati Uniti. Tale premessa è necessaria poiché non è accettabile parlare di un argomento senza conoscerne le basi. Negli USA sono molte le celebrità che lo hanno fatto, come i cantanti Billie Eilish, che ha dichiarato: “Nessuno è illegale su una terra rubata”, e Bad Buddy, che dopo aver detto “ICE OUT” — ICE fuori — ha continuato con: “Non siamo selvaggi, non siamo alieni. Siamo umani e siamo americani”. Entrambi hanno fatto queste dichiarazioni agli scorsi Grammy Awards.
Dalle parole dei due artisti sembra trasparire che l’oggetto della loro indignazione, ovvero l’ICE — acronimo di United States Immigration and Customs Enforcement — sia nato sotto l’attuale presidenza di Donald Trump, e che prima di lui gli Stati Uniti fossero il paradiso dei migranti. Falso. L’ICE, l’agenzia federale statunitense che si occupa del controllo della sicurezza delle dogane e dell’immigrazione, opera dal 2003. Secondo i dati della fonte principale riguardo i dati sull’immigrazione, il DHS — Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti —, gli irregolari mandati via dal paese quando gli inquilini democratici della Casa Bianca erano Barack Obama e Joe Biden, sono stati rispettivamente 5,3 milioni e 3,5/4 milioni, sommando sia le rimozioni formali che i respingimenti al confine. Con Obama, il presidente che detiene il record di rimpatri — è così che si è guadagnato il soprannome di Deporter-in-Chief, Espulsore Capo —, si è avuto un numero elevatissimo di espulsioni interne, che hanno colpito in misura maggiore coloro che avevano compiuto precedenti penali, mentre con Biden milioni di persone sono state respinte immediatamente dopo aver varcato il confine, questo dovuto anche al fatto che con lui in carica gli attraversamenti dal Messico aumentarono in maniera considerevole.
Donald Trump, eletto per la seconda volta nel novembre 2024 alla carica di presidente degli Stati Uniti d’America, con il decreto di bilancio approvato a luglio 2025 dal nome One Big Beautiful Bill — Gran Bel Decreto — ha fatto sì che l’ICE diventasse l’agenzia federale più finanziata della storia del paese — dagli attuali 8-9 miliardi, si passerà a 75 miliardi entro il 2029 —. Il numero di agenti è già raddoppiato, passando da diecimila a ventiduemila, merito di un ammorbidimento dei criteri d’accesso e l’offerta di vari bonus, tra cui la cancellazione dei debiti universitari fino a sessantamila dollari.
Nell’ultimo anno abbiamo assistito atterriti a immagini di veri e propri rastrellamenti da parte degli agenti dell’ICE in varie città americane, che talvolta hanno causato la morte di cittadini statunitensi in veste di legal observer — osservatori legali — intervenuti per documentare con il cellulare il loro operato. I due casi più celebri sono Renée Nicole Good e Alex Jeffrey Pretti, entrambi assassinati nella città di Minneapolis, in Minnesota. Il 7 gennaio scorso Renée Nicole Good aveva accompagnato il figlio di sei anni a scuola quando si è imbattuta negli agenti dell’immigrazione che, dopo averla vista con il telefono in mano, le dicono di scendere dalla macchina. Un agente afferra la maniglia della portiera, l’altro allunga il braccio dentro il veicolo. La trentasettenne allora fa manovra per andarsene, ma viene raggiunta da proiettili che le risulteranno fatali. Il responsabile della sparatoria, Jonathan Ross, ha dichiarato di aver fatto fuoco per legittima difesa, in quanto la donna voleva investirlo. Tale ricostruzione non coincide con i filmati dell’accaduto.
Anche Alex Jeffrey Pretti, un infermiere di trentasette anni, stava filmando lo scorso 24 gennaio. Dopo che un agente gli toglie una pistola dalla tasca, viene colpito con lo spray al peperoncino e gettato a terra da sei agenti, che in seguito lo fredderanno con dieci colpi da arma da fuoco.
Siamo davanti a veri e propri omicidi di stato. È inconcepibile che si ricorra all’uso di tanta violenza per così poco, soprattutto quando si tratta di individui addestrati come gli agenti federali. Il loro compito è, per usare un eufemismo, impegnativo — tenendo poi conto che agiscono in un paese dove il numero di armi da fuoco supera quello dei cittadini — ma per arrivare a tanto significa che il livello di tensione è alle stelle.
Questi due fatti hanno portato a una mobilitazione e un’indignazione generale in tutto l’Occidente, che sostiene di non riconoscere più gli Stati Uniti come paese accogliente, dimentico del fatto che senza i coloni europei — leggasi migranti — non esisterebbero. Il bersaglio principale è Trump, colpevole di star facendo diventare gli USA un luogo inospitale, lontano dai valori di solidarietà di cui si sono sempre fatti portatori. Le critiche più consistenti arrivano da elettori, politici e giornalisti di sinistra, che si dicono impauriti dalla svolta autoritaria di Trump. Che il tycoon abbia avuto una serie infinita di comportamenti non idonei alla carica che ricopre, e che le sue decisioni politiche siano spesso discutibili è fuor di dubbio, ma è ipocrita farlo passare come l’uomo dal cuore di pietra che desidera fare piazza pulita degli immigrati clandestini, perché come abbiamo visto sopra con Obama e Biden non è così.
Tra tutti i temi possibili, quello dell’immigrazione clandestina è il più emblematico per capire la psicologia di destra e di sinistra. Innanzitutto è doveroso premettere che entrambi gli schieramenti, almeno in Occidente, agiscono in un contesto liberale dove vige lo stato di diritto, il mercato è libero e il potere statale ridotto all’essenziale.
In generale, la sinistra liberale ha sempre cercato di tutelare al meglio possibile gli individui più svantaggiati, implementando lo stato di diritto e il welfare, mentre la destra tende a contenere, o comunque a ridimensionare, lo stato di diritto — un esempio sono le politiche di contrasto ai diritti LGBTQ+ — ed è in disaccordo al concetto di redistribuzione monetaria.
Da come si evince, generalmente la sinistra si batte per aiutare gli ultimi, ma le tocca scontrarsi con la realtà del sistema che, pur essendo aperto, ha bisogno di regole per mantenersi vivo. Un esempio è la distribuzione monetaria, che può avvenire fino a un certo punto, poiché i ricchi hanno bisogno di ingenti capitali per portare avanti le loro aziende e pagare i dipendenti. La destra invece cerca di limitare il potere statale — essenziale per le politiche di welfare, che hanno bisogno di entrate dalle tassazioni dei ricchi — e quindi detesta la troppa burocrazia, che quando può snellisce.
Rimanendo in tema Stati Uniti, e non entrando nella questione europea — che è più complessa anche se presenta diverse analogie — i governi democratici da una parte tendono una mano agli immigrati clandestini, ma dall’altra sono consapevoli che non possono farli entrare tutti. Nel 2012 l’amministrazione Obama emise il DACA — Deferred Action for Childhood Arrivals, Azione differita per gli arrivi infantili —, un programma federale che evita la deportazione di immigrati irregolari arrivati negli USA da bambini, i cosiddetti Dreamers, ma le deportazioni di irregolari comunque continuarono. E no, non si trattava di soli individui con precedenti penali, anche se erano i criminali i bersagli principali. Ogni presidente statunitense, per quanto accogliente sia, non può non tener conto della realtà data dalla geografia del paese che governano, che confina per più di tremila chilometri con il Messico, stato dal quale ogni anno entrano illegalmente negli Stati Uniti migliaia e migliaia di migranti provenienti dai paesi dell’America Latina, e che ha richiesto, sotto l’amministrazione di George Bush Senior nel 1990, la costruzione di un muro al confine, continuato poi con le amministrazioni successive.
Se Obama ha cercato di far sì che i Dreamers non venissero deportati, e quindi di accogliere una fetta considerevole di irregolari, Trump invece non fa sconti, e si batte affinché siano tutti rispediti a casa. I motivi, oltre a essere di carattere ideologico — la sinistra propende per integrare gli immigrati, mentre la destra è meno fiduciosa nei confronti dei processi di integrazione — sono anche di carattere economico e logistico. Per accogliere così tante persone servono fondi ingenti, strutture adeguate, programmi di integrazione e quant’altro. La destra repubblicana statunitense limita ai minimi il welfare per i propri cittadini, figuriamoci per gli stranieri, che avranno bisogno, una volta entrati, di imparare la lingua, trovare un’occupazione e un tetto sotto il quale vivere.
Ebbene, questo rende Trump più cattivo di Obama? Pensiamo che le espulsioni con Obama avvenissero con una tazza di latte, una confezione di cereali e una pacca sulla spalla con la promessa di rivedersi presto? Secondo il rapporto congiunto di organizzazioni umanitarie quali la ACLU — American Civil Liberties Union — e la DWN — Detention Watch Network — anche con Obama si sono avuti decine di decessi per mano dell’ICE. Cinquantasei per la precisione. E lo stesso avvenne con Biden.
Il mondo che si indigna per l’ICE di Donald Trump tocca apicali livelli di ipocrisia. La tesi a difesa di Obama — secondo la quale si concentrava sui migranti criminali, e non su tutti come mira a fare Trump — è vergognosamente ipocrita, in quanto fa crollare il concetto stesso di integrazione che la sinistra afferma essere un diritto sacrosanto. Chi arriva negli Stati Uniti senza niente in mano è più propenso a delinquere di un qualunque cittadino statunitense. Sono proprio coloro che delinquono per bisogno di sopravvivenza ad aver bisogno di essere integrati nella società, in primis tramite percorsi di regolarizzazione. E poi Obama non ha rimpatriato soltanto criminali. Secondo le statistiche della Homeland Security — Dipartimento della sicurezza interna degli Stati Uniti d’America — solo il 43% di loro aveva un’incriminazione alle spalle.
In mezzo a questa amara realtà costituita da un turbinio di leggi e repressioni si trovano i cittadini comuni, che non possono fare altro che documentare, proprio come hanno fatto Alex Jeffrey Pretti e Renée Nicole Good. Documentare e criticare le decisioni di Trump e le azioni dell’ICE è legittimo, ma senza dimenticare la complessità del tema dell’immigrazione, per il quale ogni decisione non può mai essere radicale, motivo per cui a nessun presidente democratico verrebbe mai in mente di buttare giù il muro di confine con il Messico per solidarietà nei confronti dei disperati sudamericani, che secondo alcuni bisogna accogliere senza se e senza ma.
La complessità della realtà si può evincere facendo un parallelismo con l’Italia, dove i processi di rimpatrio forzato hanno tempi lunghissimi, e talvolta non avvengono. Un’infinita burocrazia trattiene sul suolo italiano clandestini delinquenti, come Marin Jelenic, il trentaseienne di origine croata che il 5 gennaio scorso per futili motivi ha ucciso nella stazione di Bologna il capotreno Alessandro Ambrosio. Il prefetto di Milano aveva emesso nei confronti di Jelenic un ordine di allontanamento comunitario dopo essere stato sorpreso dalle forze dell’ordine con un coltello in mano. In casi come questo il soggetto andava preso e mandato via forzatamente. Con Trump sarebbe accaduto durante il fermo non solo nei confronti di Jelenic, ma di tanti altri clandestini rispettosi delle leggi italiane. A quest’ora un padre non piangerebbe per il proprio figlio defunto, ma lo farebbero tanti immigrati irregolari sequestrati e rimpatriati.
Tutto questo per far comprendere che le politiche di immigrazione spesso travalicano il concetto di buono e cattivo, di giusto e sbagliato. Di sbagliato c’è solo il caso che fa sì che alcuni bambini nascano da genitori influenti in un paese sviluppato e altri da genitori poveri in un paese del Terzo Mondo che quando diventeranno grandi saranno costretti a fare le valigie e partire per altre destinazioni lontane a cercare di costruire un futuro dignitoso. Ed eccoli qui, loro, alla base della piramide, sotto i cittadini che si indignano, documentano e commentano: i migranti clandestini, gli ultimi degli ultimi, che pregano di farcela, di riuscire a districarsi dai nodi delle leggi e dei governanti in carica con cui avranno a che fare una volta approdati.










