Parliamone

La giustizia. In che modo possiamo separare le carriere senza farci male?

Le due questioni attualmente più dibattute: reato di concorso esterno in associazione mafiosa; separazione delle carriere dei magistrati.

Riforma della giustizia

Il nostro lettore Marco Nardini ci invia una sua riflessione riguardo ai temi caldi del momento, ovvero il tema della giustizia. In questa riflessione, Nardini, non ci fornisce una soluzione o presa di posizione, ma bensì sottolinea e attenziona ad alcuni aspetti che dovrebbero farci riflettere. Se anche voi avete idee od opinioni in merito vi invitiamo a scrivere a redazione@okmugello.it al fine di generare un interessante confronto.

Nel nostro ordinamento non c'è un reato di concorso esterno in associazione mafiosa, ci sono invece il "concorso di persone" (art. 110 c.p.) e l' "associazione di tipo mafioso" (ar.416/bis c.p.). Si parla di concorso esterno perché nel tempo l'azione giudiziaria ha teso ad estendere il concetto di concorso anche a comportamenti che per la giurisprudenza precedente non implicavano la sussistenza del concorso.

Abbiamo quindi, a mio parere due posizioni entrambe viziate. Da un lato i magistrati che in diversi casi hanno esteso oltre la giusta misura il concetto di concorso. Di contro una parte della politica (a cui quei magistrati hanno prestato il fianco) che intende cogliere l'occasione per restringere oltre la giusta misura il concetto di concorso.

Separare le carriere è un'affermazione troppo vaga per essere presa in seria considerazione tal quale. Purtroppo la radicalizzazione manicheista è un vizio di questi tempi. La questione non è sul se ma è sul come separare le carriere.
Per decidere la portata di questo "come" è necessario farsi carico di un presupposto fortemente opportuno: la forma mentis che un magistrato sviluppa nella sua reale occupazione di inquirente o giudicante.

Giova ricordare che per dettato costituzionale anche i magistrati inquirenti debbono garantire indipendenza e terzietà, senza farsi condizionare indebitamente dalla loro posizione di "parte" nel processo. Cosa questa molto difficile da ottenere.
Un magistrato che inizia e poi svolge la sua attività come giudicante sarà stimolato ad avere una posizione di terzietà. Il suo passaggio a un ufficio inquirente non desta quindi preoccupazione per le garanzie tipiche (presunzione di innocenza, raccolta anche delle prove a discarico, …).

Un magistrato che inizia e svolge invece il suo lavoro in un ufficio inquirente viene naturalmente condizionato dal fatto che nel processo deve essere "parte" e non "terzo imparziale". Il suo passaggio successivo alla magistratura giudicante implica il rischio di non riuscire a liberarsi dalla condizione mentale di "parte" e di non entrare adeguatamente nella condizione mentale di "terzo imparziale".

Marco Nardini

 

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