Mugello

Don Milani e l’obbedienza. Riflessioni di un lettore dopo la visita del Papa

Barbiana: Papa Francesco ricorda la rettitudine di Don Lorenzo. Finita la visita

“Ciò che Francesco ha detto su Don Milani non è una novità. Fin dall’inizio del suo pontificato ha posto le medesime questioni come le pone oggi. Un comportamento dirompente rispetto ai papi precedenti, compresi Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II”. Inizia così la riflessione del nostro lettore Marco Nardini. Che prosegue:

Purtroppo, diversamente a come può apparire a una prima e poco attenta valutazione, questo orientamento alla lunga non pagherà, nel senso di raggiungere gli obiettivi che il Papa si pone, anzi. Il limite di Francesco è che egli non differenzia l’ideale dal reale, ciò che sarebbe giusto che fosse da ciò che è possibile che sia. La Chiesa, pur con tutti i suoi errori e limiti, è comunque riuscita a conservarsi ed espandersi per millenni grazie alla capacità di tenere (sufficientemente) separati l’aspetto teoretico da quello pratico, l’aspetto trascendente da quello immanente, la religione dalla politica. La Chiesa è tale per cui necessita di una valutazione, una strategia e un’azione politica che prescindano dal proprio ideale etico/religioso. La Divinità non è raggiungibile da un essere finito. L’Umano può quindi aspettarsi solo di procedere verso l’ideale divino; non di arrivarci. Inoltre, come può la Chiesa giustificare la beatificazione (nota della redazione: a Barbiana il cardinale Betori ha escluso per il momento una canonizzazione, dicendo che è stato un esempio, e non un Santo) di un sacerdote che ha considerato l’obbedienza non più una virtù, quando nel contempo l’obbedienza è uno dei tre voti essenziali del sacerdozio? Sarebbe una contraddizione. La Chiesa può anche accettare che l’obbedienza come virtù non sia un dogma, ma non può accettare di prescindere dall’obbedienza nell’ambito della fede, ossia in una questione non dimostrabile sperimentalmente e neppure razionalmente.

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