Le recenti esternazioni di Nicola Gratteri riguardo al prossimo referendum lasciano un retrogusto amaro, soprattutto per il tono sprezzante utilizzato nei confronti di chi sostiene una visione diversa dalla sua. Sentire un magistrato esprimersi in certi termini non rappresenta certamente un esempio di quell’equilibrio e di quell’imparzialità che dovrebbero caratterizzare chiunque sia chiamato a rappresentare lo Stato nelle aule di tribunale. È fondamentale chiarire un punto essenziale per sgombrare il campo da ogni ambiguità: chi scrive non è un delinquente, non è un massone deviato, non persegue interessi occulti né è un imputato alla ricerca di facili scorciatoie.
L’interesse verso questo passaggio referendario nasce da una motivazione limpida e trasparente, ovvero la volontà di contribuire al miglioramento di una giustizia che nel tempo ha mostrato crepe profonde e preoccupanti. Ci troviamo di fronte a un sistema che non sempre appare pienamente indipendente e che, in troppi casi, sembra aver smarrito la propria naturale vocazione all’imparzialità. La storia italiana ci ha purtroppo consegnato capitoli drammatici, dal caso Tortora fino agli errori giudiziari più recenti, che dimostrano quanto sia non solo un diritto, ma un preciso dovere del cittadino quello di chiedere trasparenza e riforme strutturali.
Informarsi e recarsi alle urne è un esercizio di cittadinanza previsto dalla nostra Costituzione. Auspicare un cambiamento non significa affatto schierarsi contro la legalità, ma al contrario sperare fermamente in una giustizia che sia davvero equa per tutti i cittadini. Essere etichettati negativamente solo perché si desidera un sistema più efficiente e moderno rappresenta un’offesa diretta alla partecipazione democratica. Bisogna ricordare che la giustizia appartiene a tutti i membri della società e non può essere considerata un dominio esclusivo di chi ha il compito di amministrarla quotidianamente.











