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Concertone alla tribuna antimperialista: “Calle 13” per tutti

Concertone alla tribuna antimperialista: “Calle 13” per tutti

Una nuova puntata del diario di viaggio a Cuba di una nostra lettrice, Caterina Suggelli:

I cubani hanno certamente i loro difetti, e molti pregi evidentemente, ma se c’è una cosa in cui sono veramente imbattibili è senza alcun dubbio la capacità di fare musica e fare festa!

I giovani e i meno giovani aspettavano questo evento da tempo, i giornali ne parlavano da giorni, perché non capita spesso che famosi artisti stranieri vengano ad esibirsi a Cuba, anche per il semplice fatto che nessuno li paga per esibirsi qui…

 

E tali concerti sono gratuiti per chiunque, naturalmente, neanche a dirlo! Ma fortunatamente c’è ancora qualcuno che sente e vive la propria arte anche al di là del valore economico che rappresenta nel mondo occidentale. Fra questi i Calle 13, un gruppo portoricano di reaggeton e hip-hop, che da tempo canta la bellezza della sua America Latina e ne denuncia i tanti problemi.

Io non ne avevo mai sentito parlare, anche perché non si tratta del genere di musica che prediligo, ma data l’importanza dell’evento e l’entusiasmo che respiravo fra la gente, non potevo assolutamente perdermelo! La Tribuna Antimperialista è un ampio spazio riservato ai grandi eventi che si trova lungo il Malecòn del quartiere del Vedado. L’architettura di questa struttura è moderna e funzionale, completamente aperta e adattabile alle diverse necessità.

Tutte le strade circostanti erano state chiuse già dalla sera precedente per i preparativi e in tutto il quartiere ribolliva aria di festa. Già dalla mattina, mentre ero al mio corso di “Teorie della Cultura” all’Università, si sentiva un gran vai e vieni dalla strada, e anche per buona parte degli studenti in classe era evidente che non vedevano l’ora di uscire per iniziare a prepararsi per il pomeriggio…

Il concerto iniziava alle 15, ma già alle 13, quando sono uscita dal mio corso, le strade erano molto affollate. Ho aspettato che la mia amica argentina rientrasse dal lavoro e verso le quattro, con scarpe chiuse per non essere pestate e occhiali da sole “per avere più carisma e sintomatico mistero”, ci siamo dirette verso il Malecòn, sotto un gradevole sole primaverile. L’incredibile flusso di gente iniziava già fuori casa nostra, e l’eccitazione aumentava ad ogni isolato che ci avvicinava alla Tribuna.

Sul lungomare la folla era già calca, tanto che per qualche secondo mi sono fermata a un lato e ho titubato un po’ –detesto i luoghi troppo affollati!-, ma poi guardandoci ci siamo dette: “Ma quando ci ricapita un’esperienza così?!”, e come super-giovani ci siamo buttate nel mezzo, conquistando proprio i posti centrali.

Quando siamo arrivate stavano suonando altri gruppi di supporto cubani, tra gente che cantava, gente che ballava, chi beveva, chi mangiava e chi continuamente si spostava… Noi dovevamo incontrarci con alcuni amici, che con quella loro mai sicura certezza cubana ci avevano detto: “Tranquille, ci vediamo lì!”, ma come mi ero immaginata si trattava di trovare un ago in un pagliaio. Neanche a provarci. Comunque questo non era certo un problema, dopo neanche cinque minuti avevamo già conosciuto e chiacchierato con buona parte di quelli che ci stavano intorno.

Verso le 6:30, una voce al microfono presenta questo gruppo tanto atteso e parte l’urlo generale. I due cantanti portoricani vestono le maglie degli Industriales, una delle due squadre di baseball dell’Avana che proprio ieri iniziava la partita finale del campionato contro Villa Clara, mentre i musicisti cubani portavano le maglie con la bandiera portoricana, e in alto, sulle alte strutture dietro il palco, sventolavano un numero indefinito di bandiere cubane, con la loro stella bianca in campo rosso e le loro strisce bianche e blu stagliate contro l’azzurro del cielo.

Il cantante saluta: “¡Gracias Cuba!¡Quiero verlos bailar!”. Come se ci fossero dubbi sul fatto che qualcuno non ballasse…
Infatti, come parte la musica inizia automaticamente il sensuale movimento dei corpi: mi guardavo intorno e vedevo persone di tutte le età, bambini, giovani, adulti e anziani ballando, chi da solo, molti con amici, ma soprattutto in coppia, perché qua il ballo è ancora una forma di relazione sociale, e quindi si balla in coppia, si balla insieme, non si concepisce il fatto di ballare da soli, non ha senso per loro… Infatti, dopo pochi minuti, forse impietositi – o appetiti – dal vederci ballare tutte sole, una serie di mani e di corpi iniziano a trascinarci in una danza coinvolgente. Del resto perché resistere?! Visto che ci siamo, inseriamoci nel contesto.

E così, anche noi due iniziamo la nostra danza e passiamo da una mano all’altra a ogni giro di canzone tra risate, sorsate e ritmo. E ballando e saltando arriviamo senza accorgercene alla fine del concerto. Ma la festa non termina con la fine del concerto.

Certo, chi vive nei quartieri periferici e lavora l’indomani, si sbriga a salire sugli affollatissimi autobus per rientrare a casa, visto che le corse notturne infrasettimanali sono davvero limitate, per non dire quasi nulle. Per questo motivo i concerti di questo tipo si fanno quasi sempre di pomeriggio, per permettere anche a chi vive lontano di avere il trasporto e la possibilità di goderne. Per chi invece vive più vicino o ha la possibilità di fare le ore piccole, la festa continua per strada, si continua a bere, cantare e ballare nelle strade e nei parchi finché se ne ha voglia, improvvisando suonate e concertini, e l’energia e inventiva dei cubani per questo genere di cose sembra non finire mai!
Invece, quella di noi europei, o per lo meno la mia, a una certa ora inizia a dare segni di cedimento, così, come Cenerentola, sognante e felice, verso la mezzanotte mi dirigo verso casa. 

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