Genova oggi si sveglia con il colore di un acquerello sbiadito dalla salsedine, in quel silenzio pesante che solo le città di mare sanno indossare quando perdono un pezzo della propria anima.
A 91 anni, Gino Paoli ci ha lasciato, con un vuoto che non è fatto di assenza, ma di una presenza diventata improvvisamente memoria collettiva. Non se ne va solo un cantautore; si chiude definitivamente il sipario su quella “scuola genovese” che aveva trasformato il mal di vivere in un’architettura sonora fatta di fumo, pianoforti scordati e una malinconia aristocratica.
Nato a Monfalcone ma genovese per scelta viscerale, Paoli ha vissuto per quasi un secolo con quella voce ruvida, quasi svogliata, che sembrava sempre sul punto di spezzarsi e che invece ha retto l’urto di decenni di rivoluzioni musicali. Quando scriveva “Il cielo in una stanza”, non stava componendo una canzone d’amore; stava disegnando una planimetria dell’estasi, dove il soffitto viola diventava l’unico orizzonte possibile in un’Italia che correva verso il boom economico.
Addio a Gino Paoli
Un dettaglio che pochi ricordano, lontano dai riflettori dei grandi palchi, era la sua fissazione per gli occhiali. Non per la marca o il design, ma per la loro capacità di essere uno scudo. Negli ultimi anni, Paoli portava spesso montature leggerissime, quasi invisibili, ma conservava nel cassetto dello studio una vecchia custodia di velluto consumato che conteneva un paio di lenti scurissime, ricordo di un viaggio in Francia negli anni Sessanta. Diceva che servivano a vedere il mondo senza farsi vedere, una sorta di dandyismo difensivo che lo ha accompagnato fino alla fine.

La vita privata di Gino Paoli – Foto RaiPlay screen video (okmugello.it)
L’intuizione meno ortodossa che si può avere oggi, guardando alla sua lunghissima carriera, è che Paoli non sia stato un architetto dei sentimenti, ma un architetto del vuoto. Dove gli altri cantautori cercavano di riempire lo spazio con parole e rime baciate, lui scavava. Il suo talento risiedeva nella sottrazione, nella capacità di lasciare ampi spazi bianchi tra una nota e l’altra, permettendo all’ascoltatore di infilarci la propria solitudine. Era un “indie” ante litteram, un anarchico del pentagramma che non ha mai chiesto scusa per la sua scontrosità, né per quel proiettile rimasto incastrato nel pericardio dal 1963, monito fisico di un’esistenza vissuta sempre sul filo del rasoio.
Il legame con Tenco, la complicità quasi silenziosa con De André, l’amore tormentato per Ornella Vanoni: sono capitoli di un libro che oggi si chiude con una dignità che non ammette retorica. La sua scrittura sofisticata ha influenzato chiunque abbia provato a tenere una chitarra in mano dopo di lui, insegnando che la verità, in musica, non ha bisogno di gridare.
Mentre i siti web aggiornano freneticamente i coccodrilli preparati da tempo, resta l’immagine di un uomo che ha saputo invecchiare senza mai diventare una macchietta di se stesso, mantenendo intatta quella cattiveria lucida e poetica che lo rendeva unico. Genova continuerà a cantare il suo “Sapore di sale”, ma da oggi quel sale sembrerà un po’ più amaro.
Gino Paoli: la malattia, com’è morto
La morte di Gino Paoli, avvenuta a 91 anni in una cornice di estrema serenità familiare, chiude una cartella clinica che per decenni ha sfidato le statistiche mediche. Sebbene il proiettile rimasto nel suo torace dal 1963 sia sempre stato l’elemento più scenografico della sua salute, la vera battaglia fisica dell’ultimo decennio si era spostata su fronti più silenziosi e logoranti. Nel 2017, l’operazione d’urgenza per un aneurisma dell’aorta addominale aveva segnato il primo vero allarme rosso, superato grazie a una tempra che i medici di allora definirono fuori dal comune. Un dettaglio poco noto di quel ricovero fu la sua insofferenza per il monitoraggio cardiaco continuo; Paoli chiedeva spesso di abbassare il volume del segnale acustico perché quel ritmo troppo regolare disturbava la sua idea di tempo musicale, sempre leggermente fuori asse.
L’intuizione che serpeggia tra chi lo ha frequentato negli ultimi tempi è che la sua salute non sia stata minata da una patologia singola, ma da una sorta di esaurimento delle riserve fisiche.
Gino Paoli e Ornella Vanoni: la storia d’amore
Quello tra Gino Paoli e Ornella Vanoni è stato un cortocircuito durato sessant’anni, un legame nato nel 1960 sotto l’egida della Ricordi che ha saputo sopravvivere a matrimoni, separazioni e alla cronaca scandalistica dell’epoca. Il loro primo incontro fu segnato da un paradosso: si baciarono per la prima volta ridendo di un pettegolezzo reciproco sulla loro presunta omosessualità, un inizio decisamente poco ortodosso per quella che sarebbe diventata la coppia più iconica della musica italiana.

Gino Paoli e Ornella Vanoni (okmugello.it) Foto Mediaset Infinity
Nonostante le pressioni sociali e le nozze della Vanoni con l’impresario Lucio Ardenzi – che Paoli cercò di impedire fino all’ultimo momento minacciando di presentarsi in chiesa a cantare – il loro sodalizio non si è mai interrotto. C’è un aspetto quasi sociologico nel modo in cui hanno gestito la loro immagine pubblica: hanno trasformato un amore clandestino e tormentato in un’eredità professionale permanente, riuscendo a invecchiare insieme sul palco senza mai scadere nel patetismo.
La madre della Vanoni inizialmente non lo trovava affatto attraente, ma la verità è che Paoli aveva capito prima di tutti come la voce di Ornella potesse dare corpo alle sue inquietudini, scrivendo per lei brani immortali come Senza fine. L’intuizione che emerge ripercorrendo la loro storia è che la loro non sia stata una semplice amicizia “post-amorosa”, ma una forma di resistenza culturale contro l’obsolescenza dei sentimenti. Dalla storica tournée del 1985 fino all’ultima apparizione sanremese del 2023, i due hanno continuato a duettare con una tensione elettrica mai sopita, chiudendo un cerchio artistico che si è spezzato solo con la scomparsa di Ornella lo scorso novembre, seguita oggi da quella del cantautore genovese.
La vita privata di Gino Paoli e la sua musica
Se la musica di Paoli è stata l’architettura dei nostri sentimenti, la sua vita privata ne è stata il cantiere, spesso caotico e privo di permessi. C’è un’immagine potente che riassume la sua biografia: quel 1964 in cui, mentre l’Italia intera canticchiava i suoi successi, lui diventava padre per due volte a distanza di pochi mesi da due donne diverse, la moglie Anna Fabbri e la giovanissima Stefania Sandrelli. Il recente lutto per il primogenito Giovanni, scomparso nel 2025, ha aggiunto un’ombra di stanchezza definitiva ai suoi ultimi mesi, un dolore silenzioso condiviso con Paola Penzo, la compagna modenese.
Paoli non ha mai scritto “musica leggera” nel senso stretto del termine; ha scritto confessioni mascherate da canzoni. Brani come Senza fine o Quattro amici — che gli regalò un trionfale Festivalbar nel 1991 — non erano esercizi di stile, ma istantanee di una realtà dove l’amore non è mai stato “normale”. Un dettaglio che svela molto del suo approccio domestico, lontano dall’immagine del cantautore solitario, è la sua abitudine di passare ore a osservare i nipoti, da Olivia a Leone, quasi a voler stemperare la sua leggendaria asprezza nel caos della discendenza. La sua intuizione più grande è stata rendere il quotidiano — una gatta, una stanza, un incontro al bar — una categoria dell’eterno.
Non cercava la rima perfetta o la melodia rassicurante; cercava la verità del momento, anche quando questa faceva male o finiva sulle prime pagine dei giornali. La sua eredità non è fatta di dischi d’oro, ma della capacità di aver dato un nome, attraverso titoli come Che cosa c’è o Una lunga storia d’amore, a quelle emozioni che di solito restano strozzate in gola. Con lui se ne va l’ultimo grande irregolare del nostro Novecento.
Addio Gino Paoli: com'è morto (okmugello.it)










