OK!Mugello

Un episodio chiniano alla Cassa di Risparmio di Firenze

Preso la Direzione Generale dell’Ente Cassa di Risparmio in via Bufalini a Firenze, sono esposti alcuni oggetti “chiniani”.

Abbonati subito
  • 268
Galileo Chini (1873-1956), ritratto dal grande fotografo Nunes Vais. Galileo Chini (1873-1956), ritratto dal grande fotografo Nunes Vais. © AG
Font +:
Stampa Commenta

Preso la Direzione Generale dell’Ente Cassa di Risparmio in via Bufalini a Firenze, è in atto una mostra storica della vecchia banca fiorentina, dove sono esposti alcuni oggetti “chiniani”. L’allestimento è stato curato dal caro collega dott, Emanuele Barletti, dell’ Ufficio Servizi, Affari generali e legali Progetti e Incarichi Speciali dell’Ente CRF, il quale ci ha  fatto pervenire e lo pubblichiamo molto volentieri, un copioso testo di storia delle Manifatture Chini di Borgo San Lorenzo in modo specifico su Galileo e il cugino  Tito,  che furono responsabili artistici delle fornaci fra i primi e gli anni ‘30 del ‘900. Dato che è in atto a Borgo San Lorenzo nei locali di Villa Pecori Giraldi  una grande mostra di Galileo Chini in occasione del 150° anniversario della nascita, questa significativa pagina storica cade proprio a pennello. Buona lettura.  (Aldo Giovannini)

Nel 1924 Guglielmo Pecori Giraldi (1856-1941), Maresciallo d’Italia, già comandante della I° Armata vittoriosa nella grande guerra sul fronte del Pasubio1, fu nominato Presidente della Cassa di Risparmio di Firenze, della quale era socio da antica data e Presidente, fin dalla fondazione, dell’allora Cassa affiliata di Borgo San Lorenzo, dove era nato2

Benché gli eventi di una vita prevalentemente spesa nel mondo militare lo portassero altrove, mantenne sempre con il paese di origine un legame affettivo profondo. Anche per questo la sua vicenda personale, trascorsa tra caserme, campagne africane e prima guerra mondiale, si incrocia ad un certo momento con quella della famosa manifattura di ceramiche che a Borgo era particolarmente attiva negli anni ’20 e ’30 del Novecento, prendendo la denominazione del capoluogo che l’ospitava e, generalmente, associata al nome più noto di coloro che vi operarono, ossia Galileo Chini (1873-1956), ma che fu, in quegli anni, una vera fucina di talenti artistici ed il centro di una ricca e varia produzione che segnò un’epoca3.

Il cambiamento dei vertici istituzionali della banca fiorentina, che riguardò anche la carica di direttore generale affidata a Umberto Pepi, era destinato ad imprimere un nuovo slancio allo sviluppo della Cassa di Risparmio di Firenze, specie nella prospettiva di una maggiore efficienza e di apertura verso le esigenze della clientela con servizi più rapidi ed efficienti, così come richiedeva, secondo lo stesso Pepi « … il ritmo accelerato ed industrializzato dei nostri tempi »4.

In tale contesto si collocava la decisione di intraprendere una serie di interventi di miglioramento ed ampliamento dei locali d’ufficio della sede centrale di via Bufalini (fig. 1), che furono estesi anche al primo piano dell’edificio di residenza, mentre nei sotterranei furono installate, per la prima volta, le cassette di sicurezza.

I lavori, iniziati a partire dal marzo 19255, comportarono una serie di ristrutturazioni che diedero una diversa e più attuale impronta all’aspetto dei vecchi ambienti interni, rimasti così dall’epoca dell’intervento di Pasquale Faldi.

Grazie appunto al forte legame che esisteva tra il Presidente Pecori Giraldi e il suo paese di origine, Borgo, gli interventi di carattere decorativo furono commissionati alla Manifattura “San Lorenzo”. è documentata, infatti, la presenza sia di Galileo Chini che del bis-cugino Tito Chini (1898-1947), personalità quest’ultima di notevole spessore artistico, a lungo rimasta offuscata dalla fama del primo ma rivalutata negli ultimi anni6.

La presenza di entrambi in Cassa di Risparmio sembrerebbe spiegabile col fatto che proprio in quel periodo, per l’esattezza dopo il ’25, Galileo lasciava a Tito la direzione della fabbrica, mentre i lavori alla sede di via Bufalini erano in piena fase di svolgimento7.

Ma già nel 1922 l’azienda borghigiana aveva eseguito per l’istituto di credito fiorentino una prima commissione: la lapide commemorativa degli impiegati caduti nella grande guerra8, che si trovava nell’atrio di ingresso della sede, sostituita nel 1957 da un’altra targa celebrativa che ricorda i dipendenti deceduti nei due conflitti mondiali9. Lo Zaccherelli riferisce che il monumento del ’22, voluto dal Consiglio di Amministrazione « … alla memoria onoranda dei nostri caduti sul campo della guerra gloriosa …»10 e scoperto il 25 maggio di quell’anno, fu  « … immaginato e     disegnato …» da Galileo Chini e realizzato in ceramica policroma a Borgo San Lorenzo11. Purtroppo il manufatto è andato perduto ma, grazie ad una foto d’epoca, se ne è potuto conservare almeno la memoria. Esso consisteva in una struttura a edicola di marcato gusto neo-quattrocentesco impostata  su un basamento poggiante su mensole, comprensiva di lesene laterali e di una cimasa riccamente intagliata. All’interno, due puttini di reminiscenza robbiana facevano ala all’iscrizione centrale, mentre sullo sfondo campeggiava un robusto tralcio ornamentale alle cui estremità pendevano due festoni12.

Delle poche opere superstiti conservatesi di quella stagione artistica, quelle che risaltano di più sono, senza dubbio, le due vetrate all’ingresso principale su via Bufalini (fig. 2).

Le fotografie scattate al tempo del Presidente Pecori Giraldi aiutano a meglio descriverle, in quanto documentano aspetti che successive trasformazioni hanno contribuito a modificare o disperdere. Per esempio, la porta piccola, più esterna, era preceduta da un cancello in ferro battuto - non più esistente - dove, al centro della lunetta, spiccava la figura di San Giovannino, emblema della Cassa di Risparmio (fig. 3). Preservatasi integralmente nelle sue decorazioni, la vetrata presenta ornati concepiti in un rapporto estetico organico col cancello, poiché si inquadrava perfettamente, con il motivo a treccia perimetrale, entro il lume del cancello stesso. Nel dettaglio risalta il motivo delizioso dei due delfini che si affrontano con un atteggiamento accigliato e minaccioso, separati tra loro da una valva di conchiglia (figg. 4-5a/b). Il delfino, reso in modo sanguigno e vivacizzato da volute e riccioli puramente decorativi, fa pensare a cose già viste della produzione Chini, per esempio, ad analogo motivo negli ornati delle finestre trilobate dello Stabilimento Tamerici a Montecatini Terme oppure negli apparati decorativi dello stabilimento termale di Castrocaro realizzati da Tito Chini13.

L’altra vetrata, più interna, presenta una maggiore imponenza (fig. 7). Originariamente essa era più completa perché, come si rileva sempre dalle testimonianze fotografiche antiche (fig. 6), anche il settore inferiore era decorato, ossia le due fasce verticali esterne e quella centrale, sparite in data imprecisata. Tra l’altro, come si vede dalla foto antica, la fascia di destra portava l’anno della messa in opera: il 1926.

Nei verbali di Consiglio della Cassa il nome di Galileo Chini viene fatto esplicitamente soltanto per le pitture murali della sala di ingresso al locale delle Cassette di Sicurezza15, mentre quello di Tito Chini per gli ambienti di rappresentanza del primo piano16. Abbiamo a suo tempo dimostrato, anche attraverso altre fonti documentarie, come Tito, in realtà, abbia avuto nella Sede della Cassa un ruolo più attivo rispetto al cugino, essendo suo il disegno di vari elementi ornamentali: il velario della Sala delle Colonne, le pitture murali della Sala delle Assemblee e dell’ufficio del Presidente, scomparse o ricoperte da intonaci più recenti, nonché i dipinti murali dell’ufficio del Vice-Presidente il bellissimo pavimento in cotto – sempre nella stanza del Presidente –, entrambi conservati,  e le lampade a plafoniera di cui ci sono pervenuti due  esemplari17.

Non abbiamo potuto però sciogliere in modo inconfutabile il nodo attribuzionistico rappresentato dalle due vetrate, di cui non si sono trovati cenni nei registri della Cassa e nelle altre fonti studiate. Il riferimento cronologico individuato nella foto di cui sopra, il 1926, pone la data di esecuzione praticamente nella stesso periodo di realizzazione delle già citate pitture murali per cui il 1927 rappresenta il termine ante-quem. E poiché Galileo è l’unico espressamente chiamato in causa a questa data, sua dovrebbe essere anche la concezione d’insieme delle vetrate. Tuttavia, se nello stesso 1927 il Consiglio di Amministrazione autorizzava la spesa di lire 10.000 per un « ... velario in vetri decorati nel salone d’ingresso della sede centrale ...»18 che sappiamo essere stato pensato da Tito19, non possiamo che ammettere che con tutta probabilità entrambi i cugini hanno avuto a che fare con le vetrate d’ingresso. D’altra parte è nostra opinione che, per quanto oggetti di fattura qualitativamente elevata, peraltro rari nel panorama di simili manufatti oggi reperibili, non va sopravalutato il loro carattere artistico in rapporto a questa o quella personalità della manifattura borghigiana. Si tratta pur sempre di strutture che rientrano in un genere di produzioni artigianali destinate soprattutto a luoghi pubblici, per cui l’azienda borghigiana disponeva di un consolidato repertorio di modelli ornamentali, non dico meccanicamente intercambiabili, ma certo adattabili alle situazioni specifiche.

Abbiamo accennato a qualche motivo formale della porta piccola. Certo, quella grande è molto più ricca e lo era di più, come si è visto, quando era comprensiva delle parti decorate nelle fasce verticali. è doveroso, quindi, analizzare questa situazione primitiva per la quale si possono individuare grosso modo due zone riconducibili a matrici stilistiche differenziate, accostate però in modo originale: la parte superiore con la lunetta, genericamente  liberty, quella inferiore, scomparsa, ispirata ad un gusto neo-quattrocentesco e antichizzante e, quindi, più eclettico, dove si sviluppa, alla maniera delle paraste o lesene classiche, un’ornativa a candelabre nella quale sono inserite coppie di figure affrontate, uccelli, amorini, delfini. L’uso della decorazione a candelabre ricorre più volte nel repertorio di Galileo, fin dalle sue prime esperienze artistiche. Si pensi alla cornice di finto arazzo dipinto in una sala al primo piano di Palazzo Budini-Gattai (1894), qui frammista ad elementi di grottesca, oppure, più tardi, ai grandi riquadri allegorici dell’VIII Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia (1909), stavolta intrisi di assonanze bizantineggianti. Tuttavia, in Collezione Arianna Mordini, esiste uno studio di candelabra di Tito Chini prossimo alle due fasce scomparse della vetrata in parola14 (fig. 8).

L’apporto di Tito potrebbe essere più strettamente riconoscibile per una certa vitalità interna ed una fragilità minuta delle forme nonché per il modo brioso e leggero di rendere le figure. A questo proposito è utile il confronto con sue opere sicure come le decorazioni, sempre su vetro, degli alberghi fiorentini “Roma” e “Brunelleschi”.     

Alla fase creativa della nostra vetrata alla Cassa appartiene anche un disegno (fig. 9), proveniente da una collezione privata, esposto qualche tempo fa al Museo Chini di Borgo San Lorenzo20. Come si vede, il foglio evidenzia inoltre le parti in ferro battuto realizzate dalla ditta Biondi. Nell’accostamento con l’opera eseguita si nota che non è avvenuta una trasposizione automatica dei motivi rappresentati che risulta, alla fine, più complessa e articolata. Presumibilmente altri disegni andati perduti o non ancora scoperti documentavano passaggi più specifici e stringenti rispetto alla vetrata poi effettivamente posta in essere.

La lunetta, si è detto, appartiene ad un altro ambito espressivo (fig. 10). Vi è delineato un grande tralcio circolare al cui interno si stagliano lo scudo con il San Giovannino e il giglio di Firenze. Dal tralcio ha origine una fitta e rigogliosa esplosione arborea che tende a riempire, secondo il principio dell’horror vacui, tutto lo spazio disponibile salvo risparmiare gli angoli laterali, ciò al fine di stabilire un equilibrato rapporto con la luce, in un’alternanza di pieni e di vuoti, così come avveniva originariamente anche nella parte sottostante. Non è difficile immaginare la simbologia legata al florido sviluppo dei rami che fa pernio sul San Giovannino, evidente allusione al concetto che la Cassa, favorendo il risparmio, produce abbondanza e benessere.

Il termine di paragone più immediato sono gli affreschi realizzati da Galileo nel salone d’ingresso delle Terme Belzieri a Salsomaggiore (1922), dove viene ideato un fantastico Eden vegetale nel quale fluttuano sognanti ed eteree figure. Qui l’ornativa chiniana può allargarsi su superfici maggiori e con ben altra esuberanza, ma gli ingredienti stilistici impiegati e la loro costruzione appaiono simili; in particolare, si evidenzia quella sorta di albero della vita che si allunga nel cielo, col suo intreccio pressoché inestricabile di rami che si concludono con riccioli e spirali, di foglie a palmetta, di frutti e di uccelli. Ciò trova un puntuale riscontro nei disegni, in genere, di Galileo nei quali ricorre spesso il tema della trama arborea abbinata a motivi vegetali e animali, nella costante preoccupazione del ‘riempimento’ dettato, appunto, dalla regola classica dell’horror vacui21.

Sotto la lunetta campeggia la scritta “Cassa Centrale di Risparmi / e Depositi di Firenze”, che riflette la vecchia ragione sociale poi sostituita dall’attuale e più sintetica ‘Cassa di Risparmio di Firenze’. La cartella che contiene la scritta si sovrappone illusionisticamente ad una fascia di valve di conchiglia utilizzate, come si è visto, anche nella prima vetrata per lo schema dei delfini (figg. 11a/b).

La silhouette sottile e delicata del San Giovannino, simbolo della banca, racchiuso nel medaglione insieme al giglio, ci sembra nuovamente ascrivibile alla sensibilità di Tito, che peraltro si cimenta con questo soggetto in una serie di disegni dal Fondo Tito Chini di Palazzuolo sul Senio riconducibili alla fase preparatoria della committenza per la Cassa di Risparmio22 (figg. 12a/b).

Abbiamo già detto del cancello scomparso. Va sottolineato altresì lo stretto connubio che lega le due porte di accesso tra parti in vetro e parti in ferro battuto. Quest’ultime furono eseguite dalla ditta fiorentina dei fratelli Biondi, una delle maggiori e più affermate officine per la lavorazione artistica dei metalli, che operava sul territorio nella prima metà del Novecento23.

La presenza dei Biondi, associata in questo caso a quella dei Chini, peraltro già collaudata in passato, era garanzia di un lavoro di alto livello, di cui, evidentemente, il Presidente Pecori Giraldi non si era voluto privare nel perseguire la sua azione di ammodernamento degli ambienti interni della sede centrale, che doveva svolgersi di pari passo col ringiovanimento dei quadri del personale, modo che fosse evidente « … anche agli occhi d’un semplice visitatore […] l’intensa vita che pulsa nel vecchio ma rigoglioso organismo della Cassa, rinvigorito dallo spirito dei nuovi tempi …»24.

L’intervento dei Biondi non si limitò al cancello d’ingresso e alle due vetrate, ma comprese anche il lampadario nell’andito d’accesso alla prima vetrata, le porte che conducevano al caveau e il cancello che precedeva il foyer delle Cassette di Sicurezza.

Il 24 febbraio 1927 il Direttore della Cassa Pepi comunicava al Consiglio che il prof. Galileo Chini aveva presentato la sua notula « ... per le spese occorsegli nei lavori di decorazione nella sala d’ingresso al locale delle Cassette di Sicurezza e alla Scala di accesso al sottosuolo ...»25. I locali di cui si parla furono parzialmente demoliti negli anni Cinquanta quando la sede centrale fu ristrutturata secondo i progetti di Giovanni Michelucci. Le foto antiche di nuovo ci vengono in aiuto per capire l’aspetto di tali ambienti. In particolare, l’atrio di accesso alla Cassette di Sicurezza, inaugurate il 4 aprile 1927, era formato da un ricetto interamente dipinto (fig. 13), caratterizzato sul fondo da un’ampia decorazione arborea. Sulle pareti laterali dominavano le immagini del giglio fiorentino e del San Giovanni Battista. In basso erano riprodotti gli stemmi di località sedi di agenzie della banca26. Le porte in ferro battuto che si vedono sono quelle della Ditta Biondi oggi riposizionate lungo l’atrio d’ingresso da via Bufalini. Dalla foto non è possibile cogliere con esattezza tutti i dettagli, ma la figura del Battista sembra molto simile a quella in ceramica maiolicata, attribuita a Galileo Chini, del Santuario del SS. Crocifisso a Borgo San Lorenzo27.    

L’intervento personale di Galileo, attestato dai documenti, viene qui confermato dallo stile corposo e narrativo, un po’ oleografico, della scena e dell’ambientazione paesistica. Ci troviamo, in definitiva, in quella stessa temperie di suggestioni eclettiche che ispira anche la grandiosa scena del S. Giorgio all’interno di Villa Pecori Giraldi di Borgo28. Evidentemente ciò non è un caso, vista la comune fonte di committenza.

Un altro pregevole elemento di arredo perduto era il grande lucernaio che faceva mostra al centro del monumentale soffitto a cassettoni – poi sostituito con un altro modulo durante gli interventi di metà Novecento – che ornava la Sala delle Colonne (fig. 14). L’11 marzo 1927 il Consiglio di Amministrazione autorizzava la spesa « … per un velario in vetri decorati nel Salone d’ingresso della Sede Centrale » 29. Il progetto risale al 18 gennaio dello stesso anno e fa parte del medesimo gruppo di disegni di Tito Chini del Fondo Tito Chini riconducibili, come si è detto, ai lavori per la Cassa30 (figg. 15a/b).

L’impianto formale era solenne e monumentale, ricco di variazioni plastiche, tali da produrre un indubbio effetto prospettivo e di profondità, anche perché il lucernaio era costruito su due livelli. Così dal perimetro esterno, riempito di festoni intercalati a patere fortemente volumetrici, si passava agli intrecci lineari di gusto orientale del quadro centrale dal quale emergeva una grande plafoniera.

Il precedente cronologicamente più vicino per questo tipo di ornato è costituito dalle vetrate (1916) per il Palazzo delle Poste e Telegrafi di Firenze posto in via Pellicceria31. Come è ampiamente documentato32, si può constatare che già in tale occasione la Ditta Biondi e la Manifattura “San Lorenzo” lavorarono fianco a fianco per fornire, rispettivamente, componenti in ferro battuto e vetri dipinti.

Nel Palazzo delle Poste, il linguaggio stilistico adottato per il velario del salone al pubblico e il pannello sul pianerottolo dello scalone monumentale è analogo rispetto alle soluzioni poi sviluppate nella sede della Cassa di Risparmio, tanto che è possibile ravvisare una certa identità morfologica in alcuni dettagli, quali le patere e i cordigli. Si rileva peraltro come questo tipo di vetrate, caratterizzate da partiture geometriche e motivi a corda o a festoni, rientri in un tipo di produzione seriale abbastanza diffusa, specie in edifici pubblici come stabilimenti termali, uffici statali, banche, e abbinata ad architetture di gusto eclettico33.

Se esisteva indubbiamente un rapporto di assiduità tra Guglielmo Pecori Giraldi e Galileo Chini, anche al di là dell’occasione contingente delle commesse per la banca 34, la relazione del vecchio generale con Tito Chini appariva ancora più stretta, in quanto Tito aveva prestato servizio nella I° Armata proprio alle dipendenze del maresciallo durante la prima guerra mondiale35.

La presenza di Tito in Cassa di Risparmio è documentata con certezza a partire dal 192936, ma, come più volte abbiamo avuto modo di rilevare, vi doveva operare già negli anni precedenti, in stretta collaborazione con Galileo.

Del 1926, ad esempio, sono due plafoniere connesse al suo orizzonte creativo, oggi collocate nel piccolo museo della Cassa allestito nei vecchi locali delle Cassette di Sicurezza, e fortunatamente scampate alla dispersione o distruzione della produzione chiniana di questo periodo. Esse erano collocate sul soffitto del vano scale che scendevano al caveau. Il disegno progettuale – in Fondo Tito Chini, Palazzuolo sul Senio – e datato appunto 192637 – evidenzia la complessa raffinatezza dell’invenzione basata sull’immagine del sole, con una corona raggiata metallica sulla quale si innesta il bulbo sfaccettato, formato da vetri poligonali tenuti insieme da una maglia metallica, al cui interno è sistemata la lampadina.

In una memoria dattiloscritta compilata da Tito e contenente il curriculum della sua attività artistica, si fa riferimento, fra le altre cose, alla « Decorazione dei Saloni dell’appartamento di Rappresentanza della Sede Centrale della Cassa di Risparmio di Firenze»38,  decisa dalla banca in concomitanza con il primo centenario di fondazione dell’istituto nel 1929, anche se poi eseguita in più anni, ben oltre quella data. Infatti, nei verbali di Consiglio si è rintracciato un accenno esplicito al “Prof. Tito Chini” in una data piuttosto tarda, il 14 marzo 1935, allorché l’artista fu incaricato di dipingere il fregio del Salone delle Assemblee39 (fig. 16).

L’assetto dei locali interessati che, oltre al Salone, comprendevano l’ufficio del Presidente e la Saletta di Biblioteca poi ufficio del Vice-Presidente, è stato modificato nei primi anni ’60 del Novecento provocando la scomparsa delle pitture murali chiniane che, tuttavia, non sono andate del tutto perdute – come si pensava in un primo momento – ma in parte si sono conservate come vedremo fra poco.

Esse corrispondevano ad un gusto eclettico che, nei decenni centrali del secolo scorso – in concomitanza con le ristrutturazioni della sede della banca – non corrispondevano più ai nuovi orientamenti di stile e di gusto.

In particolare, l’ufficio del Presidente, già occupato dal maresciallo Pecori Giraldi, era caratterizzato da due zone dipinte, documentate da foto d’epoca scattate nel 1962, indicando così anche l’epoca in cui le pitture sono scomparse40 (fig. 17). In basso le pareti erano rivestite da una fascia di finta architettura con balaustri alternati a specchiature che racchiudevano motivi vegetali. In alto correva intorno alla stanza una banda formata da una serie di stemmi – ogniuno inquadrato tra due leoni affrontati – delle famiglie nobili fiorentine da cui provenivano i Presidenti della banca che si erano succeduti dal 1829 fino all’epoca del Pecori Giraldi (fig. 19). Tali stemmi erano alternati agli emblemi delle antiche Arti cittadine pure questi inquadrati tra leoni araldici.

È singolare la rappresentazione di questi leoni stilizzati perché altro non sono che una citazione letterale del medesimo modello impiegato nelle decorazioni del Sacrario del Pasubio, eretto tra il 1920 ed il 1926, voluto dal Pecori Giraldi per raccogliere le spoglie dei caduti della I° Armata su quelle stesse montagne che erano state teatro della guerra. A Tito Chini fu affidato il rivestimento pittorico degli interni, completato nel 1926 ed articolato in una multiforme varietà di temi simbolici, narrativi ed ornamentali. L’artista dunque traspone sulle pareti della stanza del Presidente, mediante appunto la figura del felino, un frammento di quell’esperienza artistica e umana, certo di fare cosa gradita al suo ex comandante41.

Nello spazio tra le due finestre Tito delineò un’immagine di S. Giovanni Battista – simbolo di Firenze e della Cassa – firmata e datata “Tito Chini dipinse 1929” (fig. 18), come si vede sempre dalle foto d’epoca. Il confronto con l’altra figura del Battista di Galileo segnalata nell’atrio di accesso alle Cassette di Sicurezza evidenzia in Tito una versione del Precursore decisamente più scarnificata e sofferente, tipica del suo modus operandi, unitamente al curioso dettaglio delle nuvole che si gonfiano come palloncini, con la stessa modalità che utilizza al Pasubio.

L’unico elemento chiniano conservatosi intatto nella stanza – sempre che in futuro si possa appurare se sotto l’attuale intonaco restino tracce dell’apparato decorativo di Tito – è il bellissimo pavimento in cotto (fig. 20), con al centro una caratteristica composizione raggiata molto simile a quella realizzata, nello stesso periodo, da Tito Chini nel Municipio di Borgo San Lorenzo inaugurato nel 193142.

Contiguo all’ufficio del Presidente, che oggi è adibito a sala espositiva lungo il percorso della Collezione d’Arte della Fondazione CR Firenze, si trova la stanza che era assegnata al Vice-Presidente ed ora parte del medesimo percorso.

Al tempo in cui Tito vi intervenne era adibita ad uso di biblioteca e archivio. Come si vede dalle foto d’epoca (fig. 21), era rivestita da una ricca sequenza di elementi ornamentali: nel registro inferiore una tessitura dipinta a gigli; nel registro superiore due carte geografiche della Toscana e una di Firenze, e quattro tromp-l’oeil ad imitazione di tarsie rinascimentali raffiguranti altrettanti momenti dell’evoluzione della stampa, dal torchio alle moderne rotative tipografiche; Il soffitto era disegnato a finti lacunari43.

Nel tromp-l’oeil che illustra la composizione che simboleggia l’arte della stampa in un cartiglio è riportata l’iscrizione: « Presidente / S.E. Pecori Giraldi / Conte Guglielmo / Consigliere Direttore / N.V. Pepi < Umberto > / L’economo Muscas / cav. Priamo vide / e diresse con arti / stico senso i la / vori di ripristino / di questo quar / tiere di rap / presentanza ». Vicino al cartiglio c’è anche la firma dell’artista: « Tito / Chini / fece / anno / dom < i > ni », ma, curiosamente, non è indicata la data. Se questa stanza, verosimilmente, è stata l’ultima ad essere decorata, visto anche il tenore del testo nel cartiglio, dovrebbe essere stata completata tra il 1929 (quando era terminato il lavoro nella stanza del Presidente) e il 1930.

L’aspetto sorprendente è che l’impianto pittorico è sopravvissuto nel suo complesso, in quanto era stato deciso, evidentemente, nei primi anni ‘60, al tempo delle ristrutturazioni degli spazi di rappresentanza che avevano incluso, come abbiamo visto, anche la stanza del Presidente, di non distruggerlo ma di preservarlo a futura memoria sotto una copertura a tela rivestita di intonaco, come ha scoperto nel 2016 l’architetto Renzo Funaro che lo ha riportato alla luce e fatto restaurare44  (figg. 22a/b).

Tornando di qualche anno indietro, va infine segnalato che il 19 giugno 1925 il direttore generale della Cassa, Umberto Pepi, comunicava al Consiglio di Amministrazione di aver deciso di                        « …sostituire in tutte le Agenzie agli attuali, multiformi e antiestetici cartelli e insegne, altri uniformi e più artistici in ceramica, eseguiti su disegno del Prof. Chini …»45 (fig. 23). Non sappiamo a quale dei Chini si riferisca esattamente il Pepi. Tuttavia, secondo la testimonianza di Augusto    Chini (1904-1998), l’ultimo interprete della tradizione ceramica famigliare, fu Tito a disegnare il prototipo, mentre lui stesso, Augusto, fece il modello46.

Fino ad alcuni decenni fa di queste insegne se ne vedevano diverse in giro per la Toscana. Poi le ristrutturazioni operate nelle varie filiali sul territorio, nonché l’avvento delle scritte luminose o a caratteri metallici, hanno portato alla loro graduale scomparsa. In anni recenti (nel 1995) era ancora visibile quella di Galliano di Mugello 47, poi smontata e custodita presso il Museo Storico della Cassa di Risparmio in via Bufalini, dove sono oggi conservati altri due esemplari48. Lo schema è rettangolare, circondato da una cornice ad ovuli, e composto da un’ossatura in terracotta maiolicata sulla quale si sviluppa l’epigrafe con il nome della banca. Su tale struttura sono innestati due stemmi in ceramica che raffigurano il giglio di Firenze e il S. Giovannino.

 

*L’articolo ripropone, con una serie di nuovi aggiornamenti, alcuni miei testi precedenti i cui titoli sono riportati in nota 7.

1 Sulla vita di Guglielmo Pecori Giraldi, cfr. Guglielmo Pecori Giraldi Maresciallo d’Italia. L’Archivio, a cura di M. Passarin, Vicenza, Comune, Musei Civici, Museo del Risorgimento e della Resistenza, Tip. G. Rumor, 1990.

2 Sul rapporto tra Guglielmo Pecori Giraldi e la Cassa di Risparmio di Firenze, cfr. [G. Zaccherelli], La Cassa di Risparmio di Firenze dalla Fondazione ad oggi 1829-1929, Firenze, L’Arte della Stampa, 1929, p. 158; AA.VV., Le ‘Opere e i Giorni’. Vicende storiche, lavoro, vita quotidiana di una banca nel suo territorio, a cura di E. Barletti, Firenze, Polistampa, 1999, pp. 88-89.

3 Fra le tante pubblicazioni sull’argomento segnaliamo: AA.VV., La Manifattura Chini, Milano/Roma, Leonardo/De Luca, 1989; AA.VV., I Chini a Borgo San Lorenzo. Storia e produzione di una manifattura mugellana, Firenze, Opus Libri, 1993; E. Barletti, Le vetrate della Cassa di Risparmio di Firenze, in Ad Vivendum. Galileo Chini. La stagione dell’Incanto. Affreschi e grandi decorazioni 1904-1942, catalogo della mostra, a cura di F. Benzi, Montecatini Terme, Terme Tamerici, 23.3/30.6.2002, Firenze, Maschietto, 2002, pp. 174-183.

4 [G. Zaccherelli], 1929, cit., p. 158.

5 La data si desume da un album fotografico d’epoca corredato di didascalie e precisi riferimenti cronologici che contiene tutte le foto, tranne quella della lapide commemorativa del 1922, cui si fa riferimento nel presente capitolo. L’album è conservato nell’Archivio Storico della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze (ASFCRF).

6 Cfr. L. Chini Velan, Tito Chini. L’uomo e l’artista.1898-1947, Firenze, Polistampa, 2002; E. Marianini, Percorsi di luce. Una lettura esoterica del palazzo comunale di Borgo San Lorenzo e di altre opere di Tito Chini, Borgo San Lorenzo, Edizione Noferini, 2016.

7 Sulle commissioni Chini alla Cassa di Risparmio, nella sede storica di via Bufalini 6 a Firenze, cfr. E. Barletti, Il Maresciallo e la Fornace: episodi di committenza bancaria, “Critica d’Arte”, s. 7°, LVIII, 2, mag/giu 1995, pp. 63-73; E. Barletti, cit., 2002, pp. 174-183; E. Barletti, Il Maresciallo Pecori Giraldi e la Manifattura Chini, in AA.VV., Il Giardino del Canforo. La sede storica della Cassa di Risparmio di Firenze, a cura di E. Barletti, Firenze, Polistampa, 2020, pp. 47-76.

8 L’apposizione della lapide fu deliberata dal Consiglio di Amministrazione della Cassa in data 8 maggio 1922, Cfr. Archivio Storico Cassa di Risparmio di Firenze (in seguito ASCRF), Verbali di Consiglio, 1922, p. 195.

9 Cfr. AA.VV., Le ‘Opere e i Giorni’, 1999, cit. p. 409.

10 ASCRF, Cassa Centrale di Risparmi e Depositi di Firenze, Rendiconto 1922, vol. 294, p. 12.

11 [G. Zaccherelli], 1929, 1929, cit., p. 152.

12 Sulla vita e l’opera di Galileo Chini cfr. F. Benzi, G. Cefariello Grosso, Galileo Chini. Dipinti, Decorazioni, Ceramiche. Opere 1895-1952, Milano, Electa, 1988.

13 Cfr. La Manifattura Chini, 1989, cit., p. 173; M. Gori, Tito Chini e le Terme di Castrocaro, “La Pie”, 83, 5, 2003, pp. 223-227.

14 Cfr. AA.VV., Manifattura Chini. Opere inedite dalla Collezione Marianna Mordini, Catalogo della Mostra, a cura di V. Sgarbi, G. Cefariello Grosso, S. Pallavicini, Lucca, Palazzo delle Esposizioni, 14.9/11.10.2020, [Laurenzana, PZ], Contemplazioni, 2020, pp. 186-187. Nello stesso anno, il 1926, Pecori Giraldi fu nominato Maresciallo d’Italia: ASCRF, Verbali di Consiglio, adunanza del 28.6.1926, p. 216 sgg.

15 ASCRF, Verbali di Consiglio, Adunanza del 24.2.1927, p. 62.

16 ASCRF, Verbali di Consiglio, Adunanza del 14.3.1935, p. 75.

17 Vedi nota 7.

18 ASCRF, Verbali di Consiglio, Adunanza del 11.3.1927, p. 100.

19 Nel Fondo Tito Chini di Palazzuolo sul Senio, infatti, è conservato il progetto di Tito Chini per questo velario.

20 Cfr. G. Cefariello Grosso, Museo della Manifattura Chini, Firenze, Polistampa, 1999.

21 Cfr. R. Bossaglia, M. Bonatti Bacchini, Tra Liberty e Déco. Salsomaggiore, Parma, Artegraf Silva, 1986.

Sono grato a Paola Chini Polidori per avermi mostrato alcuni disegni della Collezione Chini di Camaiore.

La ditta “Vetrerie Artistiche Polloni” di Firenze ha compiuto, tra il 12 novembre e il 3 dicembre 1993, un restauro di carattere conservativo di questa vetrata finalizzata al suo consolidamento statico, sotto la direzione di Alessandro Becattini che ringrazio per la disponibilità dimostratami all’epoca nel fornire la documentazione fotografica dell’intervento.

22 Cfr. L. Chini Velan, 2002, cit. Nel Fondo Tito Chini che ebbi modo di vedere alcuni anni fa a Palazzuolo sul Senio sono conservati, in relazione al gruppo attinente i lavori alla Cassa di Risparmio, i seguenti disegni: “Velario atrio CRF 18.1.1927 Fornaci Chini & C.”; “Lampada a soffitto CRF”; “CRF stemmi in vetro per Lampadario dicembre 192<6>”; “CRF Boccioli in Ferro per sale corazzate 20.1.1927”; “Cassa di Risparmio 1926 – Lampada Cassa di Risparmio e Depositi di Firenze”; 3 disegni del S. Giovannino, di cui uno inquadrato in scudo con fascio littorio; 1 disegno della plafoniera al centro del velario. Sono riconoscente a Luisa Chini Velan per avermeli mostrati vari anni fa ed avermi permesso di fotografarli, ora nella disponibilità di Francesco Chini al quale pure sono grato.

23 La ditta Biondi fu fondata nel 1820 ed ebbe la sua prima sede presso l’Arco di San Piero a Firenze. Al tempo dei lavori in Cassa di Risparmio, il principale artefice della bottega era Amedeo Biondi (1890-1971). Un pensiero grato a Marina Biondi, nel ricordo di Guido Biondi, per le preziose informazioni inerenti la storica azienda famigliare. Cfr. anche A.M. Adorisio, Per uso e per decoro. L’arte del ferro a Firenze e in Toscana dall’età gotica al XX secolo. L’eclettismo ottocentesco, arti industriali e tradizione artigiana, Firenze, M.C. de Montemayor, 1996, cfr. pp. 142-143.

24 [Zaccherelli], 1929, cit., p. 160.

25 ASCRF, Verbali di Consiglio, anno 1927, Adunanza del 24.2.1927, p. 62; si veda anche Adunanza dell’11.3.1927, p. 99.

26 Dovrebbe trattarsi degli stessi stemmi riferiti, in nota 22, alla voce “CRF stemmi in vetro per Lampadario dicembre 192<6>” e relativi alle seguenti località: Seravezza, Fucecchio, Montalcino, Pietrasanta, Pieve S. Stefano, Poggibonsi, S. Casciano Val di Pesa, Portoferraio, Pontedera, Fiesole, Figline Valdarno.

27 Cfr. I Chini a Borgo San Lorenzo, 1993, cit., nota 3, pp. 76-77.

28 Ibidem, pp. 79-80.

29 ASCRF, Verbali di Consiglio, anno 1927, vol. 63, Adunanza dell’11.3.1927, p. 100.

30 La data del progetto, 18.1.1927, si desume dalla didascalia riportata sul disegno, come già riferito in nota 22: “Velario atrio CRF 18.1.1927 Fornaci Chini & C.”.

31 Cfr. AA.VV, Eclettismo a Firenze. L’attività di Corinto Corinti. I progetti del Palazzo Poste e Telegrafi, Firenze, SPES, 1985, n. 170, p. 266.

32 Ibidem.

33 Cfr. AA.VV., La Manifattura Chini, 1989, cit., nota 3, pp. 172.

34 A tale riguardo Paola Chini Polidori mi ha segnalato, ad esempio, di contatti avuti da Galileo, tramite la mediazione di Guglielmo Pecori Giraldi, col Ministero della Guerra per la fornitura di componenti ceramiche da applicare su congegni esplosivi ad uso bellico.

35 La circostanza mi è stata confermata a suo tempo sia dal conte Luigi Pecori Giraldi, nipote del maresciallo Guglielmo, sia da Luisa Chini Velan.

36 La data si ricava dalla firma “Tito Chini dipinse 1929” apposta in basso a destra sulla figura del S. Giovanni Battista, che si trovava nella stanza del Presidente e di cui è rimasta documentazione fotografica.

37 Fondo Tito Chini. Cfr. in nota 22: “Cassa di Risparmio 1926 – Lampada Cassa di Risparmio e Depositi di Firenze”

38 Il dattiloscritto è conservato nel Fondo Tito Chini.

39 ASCRF, Verbali di Consiglio, anno 1935, Adunanza del 14.3.1935, p. 75.

40 Prima di essere distrutto o ricoperto sotto l’intonaco moderno, il ciclo pittorico fu documentato con una serie di foto a colori conservate in album conservato presso l’ASFCRF. Sul frontespizio è scritto: « Fotografie delle pitture già esistenti nella stanza del Sig. Presidente affrescata in occasione del 1° Centenario della Cassa dall’artista Tito Chini di Borgo S. Lorenzo. La Sala era all’epoca usata dal Maresciallo d’Italia Conte Sen. Guglielmo Pecori Giraldi Presidente dell’Istituto. Agosto 1962»

41 Cfr. F. Niccolai, La glorificazione degli eroi della I° Armata nella decorazione pittorica di Tito Chini al Sacello-Ossario del Pasubio “Bollettino della Società Mugellana di Studi Storici”, 1, marzo, 1926, pp. 244-248; AA.VV., Pasubio itinerario tricolore 1926-1976, Vicenza, La Grafica & Stampa, 1976.

42 Cfr. I Chini a Borgo San Lorenzo, cit., 1993, nota 3, pp. 68-69; Marianini, cit.

43 Le librerie che si vedono nella stanza erano state smontate e collocate nei magazzini della Cassa per poi essere donate alla Biblioteca del Monastero di Vallombrosa, come a suo tempo mi aveva riferito il compianto e amico padre Damiano Spotorno. Un sentito ringraziamento va a Matteo Chini per avermi fornito alcune delle immagini ’20 e ’30 del Novecento degli ambienti di rappresentanza della banca.

44 Ringrazio per le informazioni fornitemi Renzo Funaro che, oltre alla stanza già del Vice-Presidente ha ristrutturato le varie sale di rappresentanza della vecchia banca per creare l’allestimento permanente della Collezione d’Arte della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze inaugurato nel 2016.

45 ASCRF, Verbali di Consiglio, anno 1925, vol. 61, Adunanza del 19.6.1925, p. 266.

46 Ricordo con sentimento di gratitudine Augusto Chini che ebbi modo di intervistare prima della sua scomparsa.

47 Il recupero dell’insegna di Galliano fu resa possibile anche grazie alla collaborazione del collega Marcello Romei, allora titolare della filiale, al quale rinnovo espressioni di riconoscenza ed amicizia.

48 Uno dei tre esemplari di insegne rimaste proveniva dall’agenzia di Sansepolcro e fu restaurata con grande perizia dal collega Lorenzo Mari Cenni.

 

 

 

 

 

 

 

 

Lascia un commento
stai rispondendo a